Incline ad anteporre alle soluzioni espressive cariche di senso un virtuosismo stilistico troppo fine a se stesso per consentire alla sostanza narrativa di scandagliare appieno l’altalena degli stati d’animo, eludendo così il rischio di pagar dazio all’inopportuna egemonia dello sterile autocompiacimento sull’indispensabile empatia, l’esperto regista danese Joachim Trier conferma in Sentimental value – nella short list delle candidature agli Oscar come miglior film internazionale – la propensione all’uso speculare della voce fuori campo, degli emblematici salti temporali e delle prodighe ellissi.

Al servizio dei vincoli tanto di sangue quanto di suolo. Connessi, attraverso l’ormai arcinota contaminazione dei generi, ai meccanismi tortuosi ed ermetici della memoria intima. Frammista alle mere convenzioni stabilite dal rigore estetico. Che privilegia la sottigliezza formale alla densità contenutistica. Col risultato di mettere in mostra più l’inane destrezza della tecnica di ripresa, sciorinata tralignando il leitmotiv dell’aura contemplativa in un ritmo soporifero, rispetto al nerbo drammatico ed evocativo. Necessario a tenere desto l’interesse degli spettatori. Senza incorrere nell’impasse della noia di piombo.

Il punto cruciale per una corretta disamina critica, aliena allo scoglio dell’impressionismo soggettivo, consiste quindi nell’individuare come l’ultima fatica di Joachim Trier, restando apparentemente fedele alla cifra distintiva dell’autore, gli consenta di alzare l’asticella. Privilegiando de facto l’input del calore umano all’algido distacco intellettuale. Esibito da copione nella cosiddetta Trilogia di Oslo, conclusa cinque anni or sono dalla risaputa commedia romantica La persona peggiore del mondo, nel vanaglorioso mélo minimalista Segreti di famiglia, girato a New York senza mai cogliere la capacità della Grande Mela di condizionare i modi di reagire ai traumi trascorsi associati all’effetto devastante delle bombe del titolo originario, nel thriller paranormale Thelma. Che stenta, servendosi solo ed esclusivamente dell’inadeguata freddezza mentale, ad appaiare il terrore esistenziale e l’attrazione sessuale alla geografia emozionale. In tal modo l’ennesimo teatro a cielo aperto costituito dalla rediviva capitale della Norvegia, con le larghe strade pedonali amalgamate all’ordine naturale delle cose rappresentato dalla varietà arborea del focus botanico agli occhi della timida ragazza proveniente dalla provincia rurale, veleggia in superficie. Anziché approfondire la traumatica scoperta dell’alterità che tira fuori ed esacerba l’atroce possessione demoniaca alla stregua d’un meccanismo di difesa dal disturbo dissociativo dell’identità. Nell’incipit di Sentimental value la voice over intrisa di mistero non sembra invertire la previa tendenza. Ravvisabile nel chiodo fisso del senso d’appartenenza. A braccetto coi tormentoni delle allegoriche zone d’ombra, dell’incomunicabilità, dell’alienazione e dell’assoluto bisogno di comprensione. Dispiegato dal prevedibile trait d’union del consorzio domestico. Paragonato nel tema in classe dalla piccola Nora Borg a un essere vivente. Sofferente per i cambiamenti di rotta, per le sprezzature d’umore, per le crepe sul muro. Conformi alle fratture in seno al consorzio domestico dominato ora dalle urla dell’autocrate babbo nei confronti dell’orgogliosa consorte psicanalista ora dallo spaventevole silenzio. Ricondotto, sulla scia dell’evidente frammentarietà degli interludi oscurati e dei conseguenti siparietti, alla sensazione di déjà vu dovuta alla dimora assurta ad architrave dell’amor vitae e dell’esistenza coniugata all’imperfetto sulla falsariga sia di Ettore Scola ne La famiglia sia di Michael Haneke in Amour. La deleteria accidia degli spunti cruciali attinti al carattere d’ingegno creativo altrui, dal Brian De Palma di Carrie – Lo sguardo di Satana chiamato in causa con Thelma al Woody Allen di Io e Annie scopiazzato alla bell’e meglio ne La persona peggiore del mondo, cede però la ribalta alla prova del nove all’inusitata maestria di connettere la lentezza estenuante dell’atmosfera ascetica degli apologhi nordici sui posti appartati forieri di canonici accordi ed energici disaccordi all’oculatezza di cogliere la vita di sorpresa sull’esempio del compianto ed estroso John Cassavetes.

Il timor panico di Nora, divenuta nel passaggio all’età adulta un’attrice teatrale attanagliata dall’ansia da prestazione a dispetto dell’assoluto talento, assurge, con l’ausilio dell’intensa performance fornita dalla bravissima Renate Reinsve, a elemento di disgregazione degno d’encomio. Giacché inchioda addirittura l’attenzione del pubblico dai gusti semplici ad angolazioni inconsuete, alla fragranza della peculiarità d’un dietro le quinte scevro dalla vana polizza d’assicurazione dei bluff spocchiosi, seppur a corto d’acume autonomo, ai voluti scompensi in grado di trascendere l’austera necessità d’imporre l’ottica rigida, eccessivamente studiata a tavolino, dietro la quale s’annida l’impalpabile conoscenza diretta dell’argomento esposto. Che corrisponde, nel caso in esame, al rapporto tra arte ed esistenza. Rinvigorito dall’audace sincretismo intento ad appaiare stilemi a lume di naso diametralmente opposti tra loro. Lì per lì il ritorno all’ovile in occasione della dipartita dell’amata mamma dell’altero padre Gustav, regista ultrasettantenne di apprezzati film d’autore prossimo alla rentreé anche sul set, demanda all’ovvia opera d’introspezione l’onere di andare oltre i triti andazzi chiaroscurali. Coi nodi che vengono al pettine in zona Cesarini senza aggiungere niente d’inedito alla quieta accettazione della sorte avversa e alle tessere del dolore riempite palmo a palmo nell’ambito dell’ordinario mosaico degli spazi vitali incorporati ai trapassi interiori delle aree cerebrali dedicate alla necessità di recupero dal vuoto dovuto al lutto. Invece, a furia di disinnescare step by step i luoghi comuni concernenti il mix di mesti attriti ed edificanti riconciliazioni dell’abituale sangue che si mastica però non si sputa, specie se suggellato dall’affinità elettiva avvezza a convertire la contemplazione del reale in raffigurazione sublimale, l’amplificazione artificiale dell’approccio letterario, ed ergo romanzesco, celato a mala pena dalla delicatezza di maniera, cede la ribalta al singolare itinerario dell’affresco stregonesco. Con il clima magico, in determinati frangenti ossessivo, dell’illusione scenica che spiazza persino le platee maggiormente avvertite in merito a capolavori tipo Il bruto e la bella di Vincent Minnelli ed Effetto notte di François Truffaut. La dinamizzazione degli eventi e dei personaggi – inclusa la caparbia sorella minore Agnes (interpretata con impeccabile misura da Inga Ibsdotter Lilleaas), seguace col figlioletto dell’accudimento ricevuto dalla mamma recentemente scomparsa, che affronta a muso duro il papà colpevole di aver sostituito la rancorosa Nora con la star di calibro internazionale Rachel Kemp abituata ad affrontare ogni ruolo con scrupolosa dedizione – ricava linfa dall’afflato elegiaco della schietta ispirazione.

Nonostante i momenti di sospensione d’ascendenza felliniana, con Rachel sedotta sulla spiaggia dal carisma del guru in procinto di sconfiggere i demoni privati mediante l’obiettivo immaginifico portato a compimento in cabina di regìa, risultino piuttosto programmatici. Al pari delle digressioni riguardanti le traversie degli ascendenti profili di Venere ai tempi della seconda guerra mondiale e dei colpi di gomito del richiamo citazionistico. Che raggiunge lo zenith quando Gustav regala al nipotino i dvd del thriller sperimentale Irréversible con Monica Bellucci e del disturbante affresco erotico La pianista di Michael Haneke. All’arguzia d’incastrare allo spirito riflessivo quello canzonatorio, per le storie di torbide passioni in chiave dottrinale propinate al bimbo ignaro al di là dell’affetto trascinante per il nonno in odore di riscatto della poesia dell’assenza che emerge man mano, replica da par suo la dialettica discontinuità/continuità. Intenta nell’epilogo a dare una risoluta ed equa spallata ai pleonastici cascami decadentistici. Disseminati con la rinuncia alla parte di Rachel, l’abbraccio terso ed epidermico concesso al mentore malconcio, il trapasso dal giardino attiguo all’abitazione che custodisce inobliabili reminiscenze al deprimente letto d’ospedale, le lusinghe dell’incorreggibile vecchia volpe all’avvenente ed estatica infermiera di turno. La funzione consolatoria dell’happy end gradito alla masse allergiche ai pleonastici rompicapo che scambiano lo psicologismo per psicologia, una volta accantonato il procedimento iterativo dell’interazione tra partecipazione ed estraniazione, tramuta l’elementare morale della favola nella forza significante dell’acuta chiusura del cerchio che conduce le platee dai gusti semplici sui medesimi binari dei cinefili abituati alla corrispondenza tra immagine e immaginazione. Nonché tra cuore e cervello. Combinati ad hoc dallo spettacolo complementare della recitazione. Con le prodigiose performance di Stellan Skarsgård, nei panni del Maestro di cinema impegnato a ricucire i rapporti viscerali recisi con le proprie piccole donne, ed Elle Fanning, nelle vesti della diva contraria all’improntitudine delle capricciose vip sprovviste di materia grigia ed espansiva percettività, in bell’evidenza. Lo spettacolo principale della regìa del rigenerato Joachim Trier sollecita dunque in termini intellettuali ed emotivi chi brama nel buio della sala l’assemblaggio degli spiragli di “non detto” racchiusi nell’enigma della penombra. Tradotti nella razionalizzazione dell’assurdo. Sfociata sul versante verace della mistica della presenza in antitesi all’assillo perpetuo dell’assenza, grazie al valore sentimentale della polivalente casa dei ricordi, nei cunicoli meditativi ed eminentemente vibranti dell’affabile simmetria di cuore e cervello. Giunta al diapason tramutando i pezzi di ghiaccio del limitante criterio nell’ardore dell’attaccamento risolutivo. Per cambiare debitamente salsa ed eleggere Sentimental value a fulgido strumento di analisi della Settima arte. Che avvicenda la crudezza dei contesti reali alla dolcezza delle contrapposizioni carezzevoli e immaginarie.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Plugin WordPress Cookie di Real Cookie Banner