Brad Anderson, regista e sceneggiatore statunitense, esordisce dietro la macchina da presa nel 1996 col suo primo lungometraggio The Darien Gap, seguito poi dalle due commedie romantiche Prossima Fermata Wonderland (1998) e Happy Accidents (2000). Nel 2001 avviene il suo battesimo dell’horror, grazie a un film prodotto con bassissimo budget, che però oggi è considerato un classico del genere, Session 9, ambientato dentro il Danvers State Hospital, un ex ospedale psichiatrico situato a Danvers, nel Massachusetts, noto per la sua forma cosiddetta “ad ali di pipistrello”. Inaugurato nel 1878, l’ospedale fu chiuso definitivamente nel 1992, e quando Anderson e la sua troupe vi girarono non ebbero bisogno quasi di scenografie o di oggetti di scena, perché trovarono praticamente tutto in loco, così come era stato lasciato dopo la chiusura. Session 9 rimane anche un’importante testimonianza visiva della struttura dell’ospedale, perché, nonostante fosse stato inserito nel Registro Nazionale dei Luoghi Storici, la maggior parte di esso fu demolita nel 2007.

Gordon e Phil sono due soci di una ditta che si occupa dello smaltimento di amianto. I due riescono ad ottenere l’appalto per la bonifica di alcune ali del vecchio manicomio di Danvers, che deve trovare a breve una nuova destinazione. Mentre il custode mostra ai due uomini l’enorme edificio, dalla forma ad ali di pipistrello, Gordon, che sta vivendo una crisi matrimoniale all’insaputa di tutti, è convinto di sentire una tenebrosa voce maschile che lo chiama, ma cerca di non darvi peso. Dovendo completare la bonifica in una sola settimana, la squadra si mette al lavoro: oltre a Phil e Gordon ne fanno parte Hank, sbruffone che ha rubato la fidanzata a Phil solo per fargli rabbia, Mike, ed il nipote di Gordon, il giovane Jeff. Durante le giornate trascorse all’interno delle sale buie del grande manicomio pare che i cinque risveglino qualcosa, e fatti strani e difficilmente spiegabili inizieranno ad accadere. Quanto c’è di vero sulle dicerie di rituali satanici che circolano intorno ad alcuni ex pazienti del manicomio? E che significano le registrazioni, trovate da Mike, delle sessioni psichiatriche nei confronti di una certa Mary Hobbes, che soffriva di personalità multiple?

Session 9 inquieta fin dalle prime sequenze, complici anche i due bravissimi attori che recitano le parti di Phil e Gordon, David Caruso e Peter Mullan. Si capisce fin da subito che i due hanno entrambi dei dolori personali che cercano di nascondere, di non far emergere, ma a tratti risultano addirittura disperati, tanto da accettare di svolgere in una settimana un lavoro che ne richiederebbe tre. E così risvegliano il vecchio dinosauro assopito, e gli spiriti travagliati che vi hanno abitato all’interno cominciano e rifarsi vivi ed a riprendere forma, non lasciando illeso nessuno dei cinque. Quello che rende incredibile questo “piccolo” film, girato a bassissimo budget e praticamente privo sia di sangue che di effetti speciali, è la capacità di inquietare lo spettatore fino al midollo, sfruttando benissimo gli ambienti del grande ospedale dismesso e scandagliando altrettanto bene i meandri della mente umana, contorti come i corridoi ed i sotterranei dell’enorme edificio. Un po’ come aveva fatto Kubrick nel suo Shining, anche qui Anderson cerca di far coincidere il cervello umano traballante dei protagonisti coi dedali di cui è composto il manicomio, generando una sorta di fusione tra i protagonisti, la loro follia, ed il luogo dove si trovano a dover lavorare. Anderson, come ai tempi Kubrick, ha saputo realizzare un perfetto connubio tra introspezione psicologica ed atmosfera visiva, scavando a fondo nei meandri oscuri della mente umana, e generando un’angoscia palpabile che porta quasi ad un vero e proprio disagio durante lo scorrere del tempo.

Buona parte del merito della riuscita del film va anche all’ottima interpretazione dei due protagonisti. Gordon è interpretato da Peter Mullan, attore scozzese che ha preso parte a pellicole quali Piccoli Omicidi tra Amici (1995) e Trainspotting (1996) di Danny Boyle e Braveheart di Mel Gibson (1995), mentre Phil è l’attore statunitense David Caruso, noto per il suo ruolo nella serie televisiva poliziesca CSI: Miami. La loro superba interpretazione per sottrazione, sempre quasi sotto tono, mai ridondante, fa sì che i due attori diano vita a dei personaggi decisamente molto realistici, le cui turbe psichiche fungono da catalizzatore per tutto il male che sembrava sepolto nelle vestigia dell’enorme edificio e che ora parrebbe pian piano tornare alla luce. Al loro fianco, nel ruolo di Mike, lo sceneggiatore e collaboratore storico di Anderson, Stephen Gevedon; nel ruolo dello scanzonato Hank l’attore Josh Lucas, (Alive – Sopravvissuti, Frank Marshall, 1993; American Psycho, Mary Harron, 2000); ed in quello del giovane Jeff, nipote di Gordon, Brendan Sexton III (Boys Don’t Cry, Kimberly Peirce, 1999). Ogni attore sa ritagliarsi i giusti spazi all’interno di questo viaggio nei labirinti più oscuri della mente umana, e quello che sembra un lavoro di routine si trasformerà presto in qualcosa di delirante e senza scampo alcuno.

Incredibile come Anderson riesca a farci passare dall’idea di presenze demoniache alla Pazuzu all’interno delle mura dell’ospedale, a quella che invece è solo la devianza di una mente umana ormai fragile, che, posta in condizioni del genere, in un luogo che di morte e dolore ne ha visti tantissimi, sembra trovare terreno fertile per risvegliarsi e tornare a galla. Il finale è doloroso ed agghiacciante, anche se non del tutto imprevedibile. Claustrofobico, malsano, ambiguo e cupo anche in pieno sole, Session 9 è uno degli horror meglio riusciti degli anni Duemila, capace di creare un vero clima di tensione ed a volte di puro terrore senza inutili jump scare e scene di splatteroso manierismo. La psiche umana, si sa, è ciò che maggiormente inquieta e crea apprensione, se saputa maneggiare con cura e con attenzione, come in effetti Brad Anderson fa. Il senso di tragedia ineluttabile pervade il film fin dai primissimi frame, e la fotografia quasi seppiata di Uta Briesewitz, che ben sa sfruttare luci ed ombre naturali per creare un senso costante di minaccia invisibile, ci porta quasi in una sorta di incubo ad occhi aperti, dove certo non ci si può sentire a nostro agio. Quindi, sarà proprio questa perenne e crescente sensazione di disagio a rendere Session 9 un piccolo gioiello di suspense difficilmente eguagliabile dai titoli statunitensi coevi, tanto fumo e poco arrosto. Qui invece è proprio l’approccio minimalista ma estremamente efficace a rendere la pellicola atipicamente inquietante e quindi maggiormente coinvolgente.

Nei cento minuti del film, nonostante l’estrema, talvolta esasperante, lentezza, non ci sono mai momenti di noia, l’attenzione non scende mai, e l’approccio viscerale e cerebrale del regista alla tematica trattata non fa che coinvolgere ed appassionare sempre di più lo spettatore. Session 9 è un’opera che coglie perfettamente nel segno, si insinua lentamente nella mente dello spettatore e vi rimane a lungo dopo la visione, offrendo agli appassionati del genere un’esperienza horror immersiva e viscerale, con la sua tensione latente che esploderà con una potenza devastante nel deflagrante finale. Forse perché tratto da un vero fatto di cronaca, o forse semplicemente per il sapiente uso che Anderson fa della lugubre quanto affascinante location, sta di fatto che Session 9 è una vera e propria perla rara dell’horror americano post 2000, aprendo le porte del cinema di genere a un regista che successivamente ci regalerà altri gioielli quali L’Uomo Senza Sonno (2004), Vanishing on 7th Street (2010) e The Call (2013). Assolutamente da vedere, senza se e senza ma, oppure Billy, Simon e la Principessa vi verranno a portare via le coperte nel sonno…pensateci bene …

Il film è attualmente disponibile sulle piattaforme Chili e Apple TV ed in dvd Clemi Cinematografica.

https://www.imdb.com/it/title/tt0261983

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