Chris Stuckmann, critico cinematografico e content creator, esordisce nella regia di un lungometraggio con il film horror Shelby Oaks – Il covo del male.
La sua carriera di recensore è iniziata su youtube, ma la grande aspirazione è sempre stata quella di realizzare un film.

Riley , che ha il volto di Sarah Durn, è una giovane youtuber che, insieme ad altri amici, ha fondato un canale che si occupa di indagini su eventi paranormali. La ragazza improvvisamente scompare nel nulla, e di lei si perdono le tracce, così che sua sorella Mia, la quale ha le fattezze di Camille Sullivan, intraprende una disperata indagine per ritrovarla. La sua spasmodica ricerca la conduce proprio sulle orme del gruppo di cacciatori del soprannaturale di cui Riley faceva parte, giungendo nella misteriosa città di Shelby Oaks. Inizia a scavare nel passato di quel luogo, ammantato di oscuri presagi che rievocano reminiscenze con la sua infanzia, e inizia a pensare che il demone immaginario a cui credevano da bambine lei e sua sorella potrebbe esistere davvero. Shelby Oaks – Il covo del male è un condensato di varie ispirazioni provenienti dal cinema horror, tra le quali sicuramente emerge l’influenza di The Blair witch project – Il mistero della strega di Blair sia per quanto concerne la parentesi found footage, sia per la narrazione di una leggenda metropolitana.

Con la differenza che all’epoca dell’uscita del film di Eduardo Sánchez e Daniel Myrick era molto innovativo l’accorgimento pubblicitario per far diventare credibile un mito urbano creato dalla fantasia. Il lungometraggio di Chris Stuckmann ha comunque suscitato una forte aspettativa prima della sua effettiva realizzazione, tanto da generare un crowdfounding per finanziare l’opera. Il fascino di una cittadina abbandonata e l’indagine di Mia per ritrovare la sorella, che la porta anche all’interno di una vecchia prigione dismessa, sono di sicuro impatto, ma la tensione va progressivamente scemando quanto l’interesse verso una vicenda che vive di espedienti frammentari, jump scare compresi, anche se ben assestati. Lentamente si assiste a rievocazioni suggestive che rammentano Rosemary’s baby – Nastro rosso a New York di Roman Polanskie Il presagio di Richard Donner, senza averne né la consistenza narrativa, né, tanto meno, una coerenza complessiva.

Il found footage si rivela solo uno stratagemma iniziale, il materiale video che darà la stura all’investigazione vera e propria, che gode di un incanto passeggero. La sagoma del demone, che farà la sua comparsa, sottrae pathos ad una vicenda che, se avesse mantenuto il proprio afflato sulfureo celato nel buio, probabilmente avrebbe sostenuto suspense e tensione grazie anche ad una buona atmosfera generata da una location ad hoc. Il giovane cineasta statunitense, però, pur essendo ammaliato dalla strega di Blair ne tradisce il focus, che era basato sul lavoro in sottrazione, quello in grado di alimentare l’essenza della paura per ciò che non si vede. Quindi, le componenti per rendere Shelby Oaks – Il covo del male un film interessante c’erano tutte, ma le aspettative ben presto mutano in una lenta e inesorabile delusione.