Caccia italiani abbattono un drone nei cieli NATO, cresce la tensione nel Baltico e il prezzo dell’energia torna a pesare sulle nostre tasche. La guerra è ancora qualcosa di lontano o è già entrata, in forme diverse, nella nostra quotidianità?

di Alessandro Cunsolo – Direttore di Mondospettacolo

Per anni abbiamo guardato la guerra attraverso uno schermo.

Kiev, Mosca, Gaza, Teheran, il Mar Rosso. Nomi che ormai fanno parte del nostro lessico quotidiano, accompagnati da immagini di esplosioni, droni, palazzi distrutti, sirene e popolazioni in fuga.

Immagini terribili, certamente. Ma pur sempre immagini provenienti da qualche altra parte del mondo.

Poi, improvvisamente, qualcosa cambia.

Nella tarda serata di lunedì 14 settembre due Eurofighter F-2000 dell’Aeronautica Militare italiana, impegnati nella missione NATO sul fianco orientale dell’Alleanza, decollano in modalità “scramble”, il decollo immediato previsto in caso di potenziale minaccia.

Un drone ha violato lo spazio aereo della Lituania.

I caccia italiani lo intercettano e lo neutralizzano. Il velivolo è di sospetta provenienza russa, anche se al momento in cui scriviamo saranno gli accertamenti delle autorità lituane e della NATO a doverne stabilire definitivamente l’origine. È il secondo episodio nell’arco di appena un mese che coinvolge direttamente i nostri caccia nei cieli baltici.

Ed è proprio questa precisazione a essere fondamentale.

In un momento storico come questo, nel quale basta un titolo sbagliato per trasformare un incidente in una dichiarazione di guerra sui social network, il compito dell’informazione dovrebbe essere prima di tutto distinguere ciò che sappiamo da ciò che supponiamo.

Ma resta una domanda.

Quanto è davvero lontana la guerra dall’Italia?

Quando “i nostri caccia” non è più una frase da film

Forse ci siamo abituati troppo.

Da oltre quattro anni la guerra in Ucraina occupa giornali e televisioni. Abbiamo imparato parole che fino a poco tempo fa appartenevano quasi esclusivamente ai manuali militari: droni kamikaze, difesa aerea, missili ipersonici, guerra elettronica, intercettazioni, spazio aereo violato.

Ma quando leggiamo che a decollare sono aerei italiani, con piloti italiani impegnati in una missione NATO, la percezione cambia.

Non significa che l’Italia sia entrata in guerra contro la Russia.

È importante dirlo chiaramente.

Significa però che militari italiani partecipano concretamente alla difesa dello spazio aereo dell’Alleanza Atlantica e che quel confine tra guerra ucraina e territorio NATO continua a essere sottoposto a una pressione che soltanto pochi anni fa sarebbe apparsa difficilmente immaginabile.

Anche perché gli episodi nel Baltico si moltiplicano. Nelle stesse ore la Danimarca ha denunciato che una fregata russa avrebbe lanciato due razzi di segnalazione nelle vicinanze di un elicottero militare danese in acque internazionali. Mosca, dal canto suo, ha accusato gli elicotteri danesi di manovre pericolose vicino alle proprie unità navali.

Ecco allora il vero pericolo: non necessariamente qualcuno che decida lucidamente di iniziare una guerra tra Russia e NATO.

Potrebbe essere sufficiente un errore.

Un drone identificato male. Un aereo che supera un confine. Un radar che interpreta un movimento come ostile. Una reazione eccessiva. Una provocazione alla quale qualcuno decide di rispondere.

La storia, purtroppo, ci insegna che le grandi crisi non nascono sempre perché qualcuno le aveva pianificate.

La guerra che arriva al distributore

Esiste però un altro tipo di guerra che gli italiani conoscono già molto bene.

Quella economica.

Martedì 15 settembre il Brent, petrolio di riferimento per l’Europa, veniva scambiato intorno ai 107,5 dollari al barile, dopo essere arrivato nei giorni precedenti vicino alla soglia dei 110 dollari.

E quando il petrolio sale non serve ascoltare un dibattito geopolitico per accorgersene.

Basta fermarsi a un distributore.

Secondo i dati disponibili, il prezzo medio nazionale self della benzina ha ormai superato nuovamente i 2,10 euro al litro, mentre il gasolio si trova ancora più in alto, oltre 2,21 euro.

Per una famiglia italiana questa è geopolitica molto più concreta di qualsiasi vertice internazionale.

È il pieno dell’automobile.

È il camion che trasporta ciò che troviamo al supermercato.

È il costo dell’agricoltura, della pesca, della produzione industriale.

E alla fine è il prezzo di quello che compriamo.

La guerra moderna, dunque, non entra necessariamente nelle nostre case attraverso un carro armato.

Può entrare attraverso una bolletta.

Attraverso uno scontrino.

Attraverso cinquanta euro che fino a ieri bastavano per una determinata quantità di carburante e oggi non bastano più.

Stiamo vivendo nell’emergenza permanente?

Ma c’è un aspetto ancora più profondo, che riguarda la società e persino il nostro equilibrio personale.

Provate a pensare agli ultimi anni.

Pandemia.

Guerra.

Inflazione.

Crisi energetica.

Medio Oriente.

Minaccia nucleare.

Cambiamento climatico.

Intelligenza artificiale che potrebbe trasformare milioni di posti di lavoro.

Ogni emergenza sembra arrivare prima che quella precedente sia realmente terminata.

E questo inevitabilmente cambia il nostro modo di guardare il futuro.

Una volta si progettava pensando a ciò che sarebbe accaduto tra dieci o vent’anni. Oggi sempre più spesso ragioniamo in termini di settimane: quanto costerà la benzina? Aumenterà la luce? Ci sarà un’altra guerra? Il mio lavoro esisterà ancora?

La paura diventa così parte del rumore di fondo delle nostre giornate.

E qui entra in gioco anche una responsabilità enorme dell’informazione.

Perché la paura genera clic.

Un titolo come “La Terza guerra mondiale è vicina” probabilmente raccoglierebbe molte visualizzazioni.

Ma sarebbe informazione?

Oppure sarebbe semplicemente sfruttare l’ansia delle persone?

Io credo che il giornalismo debba fare esattamente il contrario.

Deve raccontare i pericoli quando esistono, anche quando sono scomodi, senza però trasformare ogni incidente nell’inizio dell’Apocalisse.

Siamo dunque già in guerra?

La risposta dipende da cosa intendiamo per guerra.

Se immaginiamo colonne di carri armati che attraversano le nostre città, evidentemente no.

Se invece allarghiamo lo sguardo, la situazione diventa molto più complessa.

Viviamo in un’Europa nella quale aerei italiani vengono chiamati a intercettare droni sopra Paesi NATO.

Viviamo in un mondo nel quale ciò che accade a migliaia di chilometri di distanza può far salire nel giro di pochi giorni il prezzo del pieno della nostra automobile.

Viviamo dentro guerre informatiche, campagne di disinformazione, scontri economici, sabotaggi, interferenze elettroniche e battaglie combattute anche attraverso algoritmi e social network.

Forse, allora, la vera domanda non è più soltanto:

“Scoppierà la guerra?”

La domanda potrebbe essere:

“Quanto della guerra è già entrato nelle nostre vite senza che ce ne accorgessimo?”

Non dobbiamo vivere nella paura.

Ma neppure nell’illusione che tutto ciò che accade oltre i nostri confini non ci riguardi.

Tra queste due posizioni esiste uno spazio enorme.

Si chiama consapevolezza.

Ed è probabilmente proprio lì che oggi dovrebbe stare una società adulta.

Informarsi, capire, distinguere i fatti dalla propaganda e continuare a vivere senza permettere alla paura di decidere al posto nostro.

Perché forse il risultato più pericoloso di qualsiasi guerra non è soltanto conquistare un territorio.

È riuscire a conquistare la nostra mente.

Alessandro Cunsolo
Direttore di Mondospettacolo

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