Forte già della destrezza stilistica ed espressiva esibita in O que arde, conferendo alla frequente inquadratura di ambientazione – detta establishing shot – la virtù di riuscire ad appaiare la forza significante dell’opportuna contestualizzazione dell’azione alla contemplazione che consente al pubblico di riflettere sulla controversa esistenza del piromane stretto d’assedio dallo sdoppiamento tra sogno e realtà in mezzo all’appeal quasi stregonesco esercitato dalla natura incontaminata nelle montagne di Ancares, l’estroso regista francese-spagnolo Óliver Laxe approfondisce con Sirāt il timbro immersivo connesso all’opportuna prevalenza dell’emblematica atmosfera sulla scontentezza dell’intelaiatura narrativa convenzionale.

Urge capire, ai fini d’un’attenta disamina critica, come la valenza simbolica del titolo, relativo all’opera di diritto islamico (fiqh) in lingua malese redatta dallo studioso Nuruddin al-Raniri che pone l’accento sul concetto centrale della retta via (Sirāt al-mustaqim), si vada ad amalgamare all’attitudine dell’alacre autore in ascesa a connettere la capacità di presa immediata degli apologhi sul richiamo dell’avventura all’aura contemplativa. Ed ergo all’esperienza sensoriale ivi congiunta.

La composizione pittorica dell’affresco desertico, l’evocazione affidata alla cura dei dettagli, ravvisabile nella preparazione dell’imminente rave-party, la geografia emozionale tirata in ballo, per riverberare l’altalena degli stati d’animo parallelamente ai ritmici passi di danza dispiegati poi sulle note dell’avvolgente musica techno, giustapposta ai fecondi silenzi dei momenti di pausa in cui l’impacciato Luis insieme al figlioletto Esteban chiede lumi ai partecipanti in merito alla primogenita Mar scomparsa da mesi, l’opportuna crudezza oggettiva assicurata dagli stilemi documentaristici frammisti all’indubbia sensibilità soggettiva, sancita appieno dalla peculiare esplorazione metafisica dell’implicita dimensione apocalittica, mettono subito le carte in tavola. L’uso delle braccia stese a farfalla fendendo l’aria per simulare le pale d’un elicottero, l’inquadratura dei piedi intenti a dimenarsi altresì all’unisono allo scopo di alternare la rotazione ora verso l’esterno ora verso l’interno, la simulazione della marionetta controllata a distanza dall’effetto robotico dovuto alla contrazione e al rilascio dei muscoli, in sintonia ai loop di basso tenuti deliberatamente costanti, conciliano l’aspetto conoscitivo ed esplorativo con la profonda padronanza del suggestivo ed ermetico tema trattato da Óliver Laxe. Trasferitosi in Marocco vent’anni fa. Convinto, dalla conversione all’Islam, che la strada della salvazione debba dare obtorto collo la precedenza ai riti di passaggio carichi di senso. Definiti grazie anche agli spunti attinti step by step ad applauditi film diametralmente opposti tra loro. Da Vite vendute di Henri-Georges Clouzot a Indiana Jones e l’ultima crociata di Steven Spielberg. Sino ad arrivare a Mad Max – Fury road.

A rimediare all’infeconda sensazione di déjà vu, conforme all’accidia dei velleitari nani sulle spalle degli ineguagliabili giganti, che veleggiano in superficie esibendo solo ed esclusivamente per dovere d’ufficio le storture in seno alla società moderna senza mai esibire una tendenza originale, legata all’antica tradizione degli stati alterati di coscienza, adottati nell’ambito della cultura rave al di là del consumo di sostanze stupefacenti, provvede l’acume dimostrato nel convertire i valori figurativi ravvisabili nei colori lividi ghermiti dall’accorta fotografia in fulgidi ragguagli introspettivi. Impreziositi pure dal provvido ricorso al formato in 16 mm che, ricavando brio dall’ascendenza esercitata dal disinibito ed erudito sound design sul rivelatorio linguaggio dei corpi, sovente mutilati al pari dei freaks sfoggiati sulla maglietta del raver Bigui col braccio monco, veicola l’attitudine a scrivere per mezzo della luce nel viaggio spirituale, alla ricerca apparentemente dell’ennesimo party scandito dalla musica techo, in seguito al perentorio blitz militare. L’impasse delle idee scopiazzate, che affiora lì per lì nell’impervio tragitto dissestato compiuto dai camion guidati da Luis e dagli inseparabili amici di Bigui sulla falsariga dei furgoni colmi di nitroglicerina destinati a prendere fuoco in Vite vendute, trascinerebbe nella banalità l’ovvio rimando ai road movie che dilatano gli spazi dell’immaginazione a favore degli spettatori allergici ai dispendi di fosforo, mandando così a rotoli l’irrinunciabile rapporto di percezione del reale con l’approdo risolutivo dell’egemonia dello spirito sulla materia, se l’inclinazione a razionalizzare l’assurdo, ad appannaggio della poesia, non intervenisse per garantire al peso, altrimenti effimero, dei gesti minimalisti lo stesso spessore degli eventi cruciali. Man mano l’intesa di Bigui, Steff, Tonin e Jade con Luis, il cagnolino Pipa ed Esteban trascende il risaputo governo dei contrasti chiaroscurali e degli spazi. Con i canonici ostacoli da superare esacerbati secondo copione sia dai vertiginosi strapiombi della catena montuosa a est di Ouarzazate, che sancisce l’inizio dell’Alto Atlante, sia dalle allegoriche tempeste di sabbia.

Le invenzioni in cabina di regìa dell’ispirato Óliver Laxe, deciso ad aprire prospettive composite alle platee coinvolte nella mutua condivisione palmo a palmo dei personaggi col ponte che allegoricamente rappresenta il passaggio all’altrove impedendo di distogliere lo sguardo dinanzi all’irrompere inopinato ed epidermico dei colpi di scena, transitano dai campi lunghi, che catturano il tragitto degli autotrasporti rischiarati dai fari alla stregua di vivide gocce nello spaventevole oceano, ai pervicaci primi piani. Dall’effigie di Luis che cerca nel rallentamento del ritmo ossessivo della previa danza un utopico antidoto contro lo scioccante lutto alla sequenza nella quale l’uomo trova il pertugio giusto per pervenire alla sospirata salvezza dall’impietoso terreno disseminato di mine. L’inevitabile accostamento a Indiana Jones che supera con la proverbiale audacia l’ostica prova di fede, vedendo comparire all’improvviso sotto i piedi il propizio ponte di pietra sopra l’orrendo precipizio, non è condizionato dall’impressionismo soggettivo. Bensì, nonostante i cliché affibbiati alla comunione col divino attribuita alla trance collettiva dei cerimoniali estatici e allo sciamanesimo vincolato alla suspense adrenalinica del quadro apocalittico di Mad Max – Fury road, trasforma gli elementi troppo criptici, frutto delle annotazioni antropologiche ed etnografiche, in afflati lirici appassionanti. L’interazione tra stilemi agli antipodi, dalla spontaneità di tratto degli attori non professionisti alla coinvolgente ed elaborata aderenza recitativa dell’esperto Sergi López alla goffaggine dell’umanissimo Luis che in zona Cesarini antepone davvero lo spirito alla materia, dall’immediatezza espressiva che corrisponde all’immaginazione delle masse alla tensione immersiva anelata dagli indefessi cinefili sedotti dall’approccio viscerale ed eminentemente intellettuale dei riveriti alfieri della Settima arte, centra così appieno l’obiettivo prefissato in partenza: Sirāt è un capolavoro che suona di fronte ad ogni latitudine e qualsivoglia sollecitazione ad hoc. Localizzando nella scoperta dell’alterità, diventata familiare nel finale da affissione, nelle penombre percorse dai continui bagliori, nei campi lunghi relazionati ai particolari ravvicinati un arco evocativo ricco di suggestioni ed emozioni scevre dai tediosi caroselli degli indigesti mattoni pseudo-intellettuali a corto, stringi stringi, d’ingegno e di ritegno.

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