SOCIAL: breve racconto grottesco per nativi digitali

Una coppia qualunque, in una casa qualunque, in una sera qualunque. È l’ora di cena. I due fidanzati sono finalmente seduti a tavola per passare un po’ di tempo insieme. O forse no. Un’altra presenza, un po’ ingombrante, è con loro. È il cellulare della ragazza.

E lei, senza prestare troppo orecchio alle parole del compagno, preferisce dedicare la sua attenzione a selfie e like ricevuti. Scoppia la lite, volano accuse di eccessivo attaccamento ai social, da una parte, e di morbosa passione per i porno e il fantasy, dall’altra. Fuori, sulle scale del palazzo, è seduta una bambina sola, con lo smartphone in mano. Ascolta la lite dei vicini, torna a casa per raccontare tutto alla mamma.. ma la mamma, con il suo tablet, non l’ascolta perché, guardando una foto postata pochi minuti prima, è convinta che tra quei vicini l’amore trionfi.

In un cortometraggio che dura meno di cinque minuti, con quattro attori e un’ambientazione fatta di due stanze e un androne di un condominio, il regista Fabrizio Cantalupo racchiude con bravura l’essenza della vita e dei rapporti nel mondo di oggi. E l’aspetto più interessante del suo lavoro è che SOCIAL ci sbatte di fronte una triste realtà, facendoci ridere. A discapito della gravità della denuncia di fondo, ogni scena del cortometraggio è intrisa di comicità. I protagonisti sono bizzarri, al limite del tragicomico. Ciò che succede, la svolta che prende la cena, il dialogo tra madre e figlia hanno dell’assurdo. Eppure, tanto più i personaggi sono ridicoli, tanto più diventano terribile specchio dell’uomo medio, figlio di un tempo in cui tutto passa per la tecnologia, anche i rapporti personali. Una tecnologia che non mostra le cose per quelle che sono.

Con una regia pulita e lineare, senza fronzoli, attraverso una recitazione semplice ma, per l’intento, efficace e, soprattutto, senza cadere nel tranello della trita e ritrita retorica e della sterile polemica, SOCIAL trova la chiave giusta per farci buttar giù una pillola amara sulla nostra condizione di nativi digitali fagocitati dalla virtualità. Il risultato sono quattro minuti e quarantadue secondi che si visionano con il sorriso sulle labbra e, alla fine, lasciano una riflessione nella testa.

 

 

Valeria Gaetano