Da sempre ispirati al rock e al brit pop inglese, i The Smoke Mirrors hanno però costruito un’identità ben riconoscibile all’interno della scena romana. “Lunar” conferma questa doppia anima, sospesa tra influenze internazionali e sensibilità personale.

Ragazzi, siamo qui per parlare un po’ della vostra musica. Quanto pesa ancora oggi l’influenza del sound britannico nella vostra musica?
Molto, è di base la musica che abbiamo sempre ascoltato ed inevitabilmente rientra nel nostro sound. Non cerchiamo di imitare altre band, tuttavia, sarebbe inutile negarne l’influenza. Band come i Cocteau Twins o i Cure o i Depeche Mode, ma anche altri artisti internazionali come ad esempio Michael Jackson sono riferimenti anche inconsapevoli quando scriviamo canzoni.
Cosa significa essere una band alternative pop/rock a Roma nel 2026?
Significa far parte di una moltitudine di artisti che si sta affacciando sulla scena, molti dei quali giovanissimi. Per nostra fortuna (o sfortuna) facciamo un genere musicale che non è molto di moda per cui possiamo distinguerci rispetto alla trap o al cosiddetto indie pop. Il vero problema, che è a livello nazionale, è la mancanza di spazi che propongano musica originale dal vivo impedendo di fatto la crescita di tante realtà musicali al contrario di quanto avveniva negli anni 80 e 90.
Sentite di aver trovato una vostra cifra definitiva o siete ancora in trasformazione?
Siamo sempre in trasformazione è la base della nostra sopravvivenza artistica. Pur mantenendo la voglia di fare quello che ci piace non siamo mai uguali a noi stessi basta sentire l’evoluzione dei nostri lavori dal primo disco a questo ultimo.
Come il live influisce sulla scrittura dei vostri brani?
Sfortunatamente dopo il covid la possibilità di suonare live per band come la nostra si è ridotta molto. Come dicevo non ci sono spazi che investono sulla musica originale, si cerca sempre la coverband che abbia followers per riempire il locale, non è un giudizio sul merito ma un dato di fatto.
