Deciso ad analizzare l’ampio ventaglio di moniti etici ed echi letterari a braccetto sia col genere noir sia coi prison movie in apparenza rigorosi, alieni quindi al surplus della vena immaginifica, inclini invece all’atto pratico all’interazione in filigrana tra asciutta crudezza e trascinante cipiglio evocativo, l’ambizioso regista Gustav Möller, già avvezzo a conferire alle storie d’ordinaria disperazione immortalate sul grande schermo un esercizio di fantasia sul piano allegorico, ravvisabile nell’applaudito film d’esordio The guilty, cerca di tirar fuori in Sons il peso, dapprincipio invisibile, delle scelte esistenziali, incanalate spesso in un’alienante spirale di perdizione, sulla scorta d’appositi esami comportamentistici.

La finezza dell’analisi psicologica non può però trasparire solo ed esclusivamente dall’opportuna egemonia dei rumori diegetici, confinati nell’ambito d’una specifica sezione dell’edificio penitenziario assurto ad attante narrativo colmo di significato, su qualsivoglia colonna sonora prossima all’infeconda retorica di circostanza.

È casomai la scelta di affidare agli eloquenti silenzi l’onere e l’onore di sostituire i segni d’ammicco dell’enfasi oratoria, ed ergo della superflua sovrabbondanza di dettagli a tinte forti sparsi a raggiera, a distinguere la tecnica di ripresa di Möller dai meri mestieranti della fabbrica dei sogni. Estranei alla maestria degli autori con la “a” maiuscola che sondano i meandri dell’animo umano e la chimera della redenzione, contemplata specialmente da Dostoevskij, per mezzo d’un’aura meditabonda congiunta, tanto nella prassi quanto nello spirito, al senso compiuto ed esaustivo della liberazione poetica. Concernente anche il superamento delle ossessioni e degli incubi a occhi aperti. Il punto è capire se la vicenda della guardia carceriera Eva, schiava del dolore per la dipartita del figlio e della voluttà di rendere pan per focaccia al colpevole, oltre a destare appieno l’interesse degli spettatori, anziché risultare soporifera, inneschi la suddetta affrancazione. La suggestione catartica dell’elegia che razionalizza l’assurdo in un contesto impietoso e costrittivo trascende di per sé qualunque storia di vendetta ad appannaggio del pubblico dai gusti semplici. L’assoluto governo degli opprimenti luoghi al chiuso resta il fiore all’occhiello di Möller che unicamente in zona Cesarini porta la macchina da presa lontana dalle mura carcerarie. Scandagliate per mezzo d’una dinamica spaziale predisposta a tavolino in grado di trasmettere l’impatto sconvolgente delle emozioni messe obtorto collo a nudo, nonostante l’indefesso riserbo in merito, mediante il tunnel nel quale s’infila, volente o nolente, pure il protagonista maschile. Al tentativo abbastanza riuscito quindi di associare il risvolto metaforico alla direzione in cui si muovono il detenuto Mikkel ed Eva, con l’idonea profondità di campo sugli scudi, grazie altresì al supporto dell’attitudine a scrivere con la luce dell’avvertita fotografia, corrisponde l’incauta smania di aggiungere, sebbene tra le righe, un mix di chiaroscuri introspettivi ed ermetismo orrorifico alla tela dei gesti quotidiani ghermiti dalle puntuali inquadrature di quinta, dalle reiterate ed emblematiche camminate giornaliere, dagli attimi statici nell’ambito dell’ala di massima sicurezza dove Eva si fa trasferire per quietare i propri demoni privati.

Gli accenni liricizzanti azzardati per avviare step by step l’inopinata palingenesi, che rimpiazza l’acredine col perdono, maturato palmo a palmo, sono subito riassorbiti dall’affresco a primo acchito crudo. Sotto la cenere cova, all’opposto, la rappresentazione della bestialità, del disadattamento, dello scetticismo, del vaso dei veleni congiunto al tratteggio d’entrambi i caratteri. Gli sguardi colmi d’inesausto livore lì per lì di Eva, addetta all’inizio alla distribuzione del frugale vitto cella per cella, le situazioni off limits da gestire con la dovuta risolutezza, allo scopo altresì d’immobilizzare galeotti in preda all’isterismo, i pertugi visivi insinuati in mezzo alle sbarre tradiscono l’impasse del déjà vu. Il combattimento innanzitutto mentale intrapreso a poco a poco da Mikkel ed Eva necessitava del carattere misterioso ad appannaggio dei thriller ascetici. Che non mostrano dove il diavolo nasconde la coda bensì riescono ad appaiare nuovi territori di conoscenza delle istanze interiori ed esteriori connesse alle acri contrapposizioni coi momenti di crescita comportati da imprevisti cambi di rotta. Le parti migliori riguardano i motivi di fianco, concernenti in particolare la leadership del capo degli ufficiali che mette subito in riga Eva, mentre quelle meno riuscite sono proprio le sequenze chiave. Dove avvengono i culminanti avvicendamenti. Con la ragione che manda in soffitto l’istinto, l’atteggiamento sottilmente persecutorio che cede la ribalta alla comprensione e persino all’immedesimazione, le ispezioni corporali che vengono scalzate dalle riprese dall’alto in basso. Ovvero dall’occhio del Padreterno sulle ragioni di risentimento e incertezza convertite in una linea d’intendimento lungi dallo slabbrarsi per gli attacchi d’ira del frustrato Mikkel. La tecnica di ripresa allusiva diviene però calligrafica quando scatta il momento di alzare l’asticella sulla breccia aperta in un mondo blindato da qualsiasi prospettiva lo si osservi. L’idoneo ritmo metafisico nell’universo privo di maniglie, con le mascelle dei reclusi serrate secondo copione e le speranze di rinsavimento pressoché nulle, è sostituita dal languido rabbonimento di Eva. Che, dopo aver conciato Mikkel per le feste subendone il ricatto della denuncia sull’abuso di potere, osserva silente, nel permesso concessogli per recarsi dalla fragile madre, la labilità dei loro vincoli di sangue.

Möller allenta dunque col buon cuore, o presunto tale, il magma d’empeti giustizialisti nascosti dietro la facciata del contegno professionale. La vittoria morale della riflessione sull’algido calcolo dell’incipit, nonostante lo svelamento tappa per tappa dei momenti di chiara ostilità e d’intima cognizione, paga dazio ad alcuni passaggi troppo programmatici. Sulla medesima falsariga della conclusione che suggerisce la luce alla fine del tunnel per Eva. Interpretata con lodevole misura da Sidse Babett Knudsen. Più convincente nei panni della guardia carceriera destinata a superare il trauma subìto con l’indulgenza che nel ruolo dell’azzeccagarbugli costretta a prendere atto dei colpi persi dall’ex marito nelle vesti dell’ingenuo avvocato difensore nel modesto giallo giudiziario La misura del dubbio. Il pur apprezzabile carattere d’autenticità riscontrabile nella mancata redenzione di Mikkel ricava ben poca linfa dalla prova monocorde dell’avventizio Sebastian Bull. Möller incornicia gli ambienti arcinoti della costrizione sforzandosi di allegarvi notevoli valori plastici e simbolici per guadagnare ulteriori applausi presso i critici pronti a stendere un tappeto sotto i piedi dell’ennesimo aspirante guru intento ad arrampicarsi sugli specchi della linea di demarcazione tra evidenza iperrealista ed empatica astrazione. Sons, diversamente, appare in ultima battuta assai poco persuasivo nella presunta supremazia della rarefazione buonista sull’azione minimalista. L’attendibilità iterativa centra comunque il bersaglio. L’affioramento della clemenza provoca, al contrario, parecchi sbadigli. Con buona pace del tentativo d’appassionare persino le platee poco propense all’idea di rediviva normalità dell’epilogo.

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