Il filtro dell’umorismo tagliente può permettere a un apologo sennò tragico, se non melenso, ed ergo prevedibile, sull’elaborazione del trauma, comportato dallo stupro commesso dal falso mentore di turno, di alzare l’asticella divenendo l’assoluto fiore all’occhiello d’una cifra stilistica tutta da scoprire seppur alle prime armi?

L’ambiziosa attrice-regista Eva Victor, nata a Parigi e cresciuta a San Francisco, misurandosi sia dietro sia davanti l’ardua seppur stimolante macchina da presa nel denso ed eterogeneo dramedy al femminile Sorry, baby cerca di ricavare linfa dalla virtù tanto di far ridere amaramente quanto di far riflettere ironicamente per garantire all’esordio in cabina di regìa la fragranza dell’originalità. Alla quale dovrebbe corrispondere l’ausilio distintivo ed esplorativo di alcune tecniche cinematografiche degne di nota, nei momenti cruciali persino d’encomio, come mezzo per approfondire la componente tematica del film.

Particolarmente sentita dall’autrice. Balza agli occhi che unendo cuore e cervello, lungi secondo Woody Allen dal darsi del “tu”, l’esplorazione delle questioni intimiste ed esistenziali chiamate in causa travalica l’impaccio di qualsiasi debuttante allo sbaraglio. L’obiettivo principale, stabilito ex ante dall’alacre sceneggiatura, redatta dalla poliedrica Eva Victor, decisa ad anteporre il valore aggiunto dell’intesa muliebre garantita dall’amicizia con la premurosa Lydie all’eccesso d’enfasi di maniera delle programmatiche opere d’impegno civile che tralignano la necessità della sensibilizzazione nell’inopportuna semplificazione, attinge alla rivoluzione della consecutio temporum parallelamente all’innesto del dotto lavoro di sottrazione. Prefissato per spostare il focus dell’attenzione sul superamento del trauma, anziché sullo sconvolgimento, e sancire quindi l’agognato trionfo conclusivo dell’amor vitae ai danni del cupio dissolvi senza cadere nell’estremizzazione delle pleonastiche modalità manicheiste ed esplicative. Aliene a una visione realmente poetica che, a dispetto delle formule narrative canoniche, si va ad appaiare alle sardoniche punture di spillo dispiegate sin dalle battute introduttive, specie in merito ai maschietti preoccupati delle loro prestazioni sotto le coperte, per impreziosire cum grano salis il potere emotivo garantito dall’utilizzo mirato ed estensivo dei flashback. In itinere la scrittura per immagini amalgama gli stilemi dei woman’s pictures di maggior successo made in USA degli anni Ottanta, da Voglia di tenerezza a Fiori d’acciaio, all’interazione tra interni ed esterni. L’ambientazione dell’emarginata cittadina universitaria del New England dove la disinibita studentessa afroamericana Lydie e l’espansiva ma incupita Agnes impersonata da Eva Victor si laureano in letteratura, col ricordo dell’abuso sebbene alle spalle ubicato ancora nello spaventevole rango del demone privato, tradisce però una sensazione d’infecondo déjà vu lontana anni luce dall’ispirata innovazione rispetto ai topói triti e ritriti delle arcinote opere di denuncia. L’effigie della contea costiera del Massachusetts, nel North Shore, con gli alberi spogli sugli scudi, frammisti a un ordine naturale delle cose destinato a trascorrere dal timbro autunnale alla catartica rinascita primaverile, stenta, per questo, ad acquisire la peculiare forza significante degli spazi attivi che riverberano l’altalena dei diversi stati d’animo tenendo sulle spine qualsiasi tipo di pubblico. Dagli spettatori scaltriti a quelli dai gusti semplici. L’affiatamento delle due ormai ex studentesse nel contesto domestico dell’abitazione, esibita dapprincipio dal dì fuori attraverso l’abituale inquadratura del long shot che accresce il senso d’insito sgomento in base al rapporto volubile tra habitat ed esseri umani, persuade più della rifrazione dei sussulti nascosti. Grazie soprattutto alla statura d’interprete di Naomi Ackie, nel ruolo dell’amica del cuore in dolce attesa, ed Eva Victor sul versante dell’opportuna spontaneità recitativa.

Avversa alle deleterie parentesi patetiche. Scongiurate altresì parzialmente dall’accorta composizione figurativa. Che, col rimarchevole contributo collaborativo delle apposite riprese fisse e dei calibrati carrelli in avanti al servizio dell’idonea dinamica campo/controcampo, assicura lì per lì alla trama l’irrinunciabile carattere d’autenticità necessario a delimitare l’immobilità di Agnes in merito all’elaborazione dello stupro perpetrato dall’empio docente. Che si approfitta dell’ascendente esercitato sulle proprie adepte. Desiderose nell’immediato futuro di salire in cattedra. Sennonché l’aura contemplativa, conforme all’afflato elegiaco intento a razionalizzare l’assurdo distinguendosi dall’inane poeticismo dando l’impressione di fermare le lancette dell’orologio, cede la ribalta alla vana egemonia dei movie moments sopra le righe sull’acume delle perentorie ed eclettiche sequenze antiretoriche. A risentirne di conseguenza sono la previa scioltezza dei dialoghi e l’efficace tastiera degli emblematici semitoni. Che, al pari dell’attitudine a rompere le convenzioni riguardanti la melensaggine dei ritratti delle vittime in attesa dell’auspicato riscatto, pagano dazio allo schematismo dell’insoddisfacente analisi introspettiva. Non esente dall’impasse di privilegiare al sapido tasso satirico precedente, eletto ad antidoto ai cascami svenevoli, la suspense dal fiato breve, che ricorre all’espediente dell’inquadratura statica in esterno della dimora dell’abusatore insinuatosi nei panni del provvido guru, scandendo mediante l’imbrunire serale il trascorrere degli attimi anteriori al congiungimento carnale imposto sulla scorta dell’imponderabile violenza. Esclusa dal visibile senza mai aggiungere nulla di determinante all’invisibile. Le tonalità brune e pastello, volte ad anticipare lo sconfortante buio in cui brancola Agnes in preda allo shock, tallonata dall’ovvio pedinamento d’ascendenza zavattiniana nella fatua speranza di aggiungere un’intimità scevra dai luoghi comuni al climax per colmare il vuoto congiunto alla bieca prevaricazione, appaiono de facto sprovvisti della maestria ellittica che incentiva la suggestione operata dalla sottrazione al posto dei timbri sensazionalistici ed espliciti. La debilitazione step by step dell’accorto distacco iniziale, giustapposto al clima di fugace benché epidermica comprensione concordato dalle nostalgiche compagne di studio approdate all’età adulta, rende pleonastica la partecipazione della natura e dell’ambiente circostante all’attesa inversione di tendenza. Suggellata dal panino offerto ad Eva da un inopinato soccorritore d’estrazione popolare con la saggia battuta di spirito in canna e l’istinto bonario. Svelto ad aiutarla a sopperire all’iperventilazione dovuta all’attacco di panico palesatosi all’improvviso.

L’aderenza psicologica al superamento del trauma, ratificato dall’alchimia affettiva attestata dalla varietà dei suoni dell’affabile felino che spinge così l’atterrita padrona a tornare a respirare nonché dal candore dell’impacciato vicino di casa al termine dell’accoppiamento all’insegna della ritrovata fiducia, applica pedissequamente formule drammaturgiche vecchie come il cucco. La banale combinazione d’imbarazzo, nudità, rilassamento e crescita personale, col sano rilascio di ormoni che mandano a carte quarantotto il nefasto immobilismo, convince assai meno della tensione beffarda legata all’arcano svelato palmo a palmo dall’interruzione della continuità cronologica. Restituita dalla schiettezza di Agnes quando si autoesclude dalla giuria selezionata in tribunale, giacché a corto dell’imparzialità richiesta, e accudisce il bebé concepito da Lydie con l’inseminazione artificiale. Il ripiego antecedente in sequenze suppellettili, riassumibili nel farsesco sdegno della secchiona che al contrario di Agnes si concede volutamente e inutilmente al pavido predone, trasferitosi in un battibaleno per sfuggire alle sanzioni dell’istituto indignato, trascina nel mero carattere sbrigativo dell’angoscia quietata alla bell’e meglio l’involuto carattere d’autenticità. Svigorito dal mancato connubio con un carattere d’ingegno creativo troppo acerbo per veicolare l’agnizione definitiva, con la franchezza dei gesti minimalisti, colmi di significato, e la reazione tardiva ed edificante all’azione immonda, svincolata dalla brutale evidenza dell’insipida crudezza oggettiva, nei luminosi binari dell’ammaliante sensibilità soggettiva. Che, in ultima istanza, nel trapasso dal grigiore allo squallore sino ad arrivare al bagliore del redivivo sollievo di Agnes, gratificata dalla cattedra ottenuta sconfiggendo i pensieri distorti in seguito alla coercizione compiuta dal cattivo maestro, manca all’appello. Lasciando l’onere di trarre conclusioni sagaci alle polveri bagnate dei temi intrecciati alla carlona dalla prevalenza alla prova del nove dell’inconcludente e ornamentale morale della favola sui modi originariamente stringati. A braccetto col gusto acre dello sberleffo, con le barriere sigillate dall’acuminato cipiglio caustico, con lo spettro dell’incomunicabilità. Che, invece di contribuire in misura decisiva al ritorno alla vita di Agnes in zona Cesarini agevolando la conversione della causticità in veste di sterile meccanismo di difesa nella levità perspicacemente burlesca promossa ad appassionata flessibilità cognitiva, sgombra d’ogni rigidità, si arenano dinanzi ai vieti stereotipi trovati di sbieco. Con il risultato di svilire le pagine potenti del racconto. Concernenti lo sviluppo di resilienza ed empatia sulla scia dell’apprendimento relazionale. In barba allo strazio dissociativo. Perciò, tirando le somme, troneggia solo ed esclusivamente l’incapacità di Sorry, baby nel tenersi in equilibrio sul crinale insidioso, tagliato con l’accetta dell’autrice inesperta, che divide la derisione dalla commozione, l’introversione dall’estroversione, la cupezza dalla spensieratezza.

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