Sotto il sole di Riccione: sapore di Netflix

Se a fine anni Quaranta Renato Castellani ci portò in bianco e nero Sotto il sole di Roma, nel XXI secolo dell’alta definizione a colori gli specialisti in videoclip Niccolò Celaia e Antonio Usbergo debuttano nella regia di un lungometraggio – dopo aver realizzato numerosi videoclip – con Sotto il sole di Riccione, il cui titolo deriva direttamente dal ritornello della hit musicale Riccione dei Thegiornalisti.

Non a caso, è proprio il Tommaso Paradiso frontman della band a comparire nel ruolo di se stesso nel corso della oltre ora e quaranta di visione che, firmata dai due registi sotto pseudonimo Younuts, nasce per la piattaforma streaming Netflix come sequel spirituale del Sapore di mare diretto nel 1983 dal compianto Carlo Vanzina.

È infatti proprio il fratello di quest’ultimo, Enrico, a firmare insieme alla televisiva Caterina Salvadori e al Ciro Zecca sceneggiatore di Quel bravo ragazzo lo script che s’immerge nel cuore della riviera romagnola, dove il primo che troviamo è un Cristiano Caccamo che, arrivato dal sud Italia, finisce a fare il bagnino pur nutrendo il sogno di diventare cantante.

Soltanto uno dei giovani protagonisti, comprendenti anche un Saul Nanni da sempre innamorato di Fotinì Peluso, ma alla quale non ha mai trovato il coraggio di dichiararsi, e in cui aiuto arriva un altro bagnino, però a riposo: Andrea Roncato, playboy dalla lunga carriera.

Per finire con un Lorenzo Zurzolo non vedente, in viaggio insieme alla apprensiva e protettiva madre Isabella Ferrari e che, stretta amicizia con Davide Calgaro, riesce anche a trovare l’amore.

E, man mano che la donna – tra l’altro unica del cast a provenire dal capolavoro vanziniano di cui sopra – fa conoscenza con un Luca Ward in servizio in discoteca ponendosi al centro di quella che rimane indubbiamente la vicenda meno rilevante del film, è proprio la tenera storia riguardante il figlio a rivelarsi la migliore.

Una storia in cui, però, viene purtroppo poco sfruttato l’evidente potenziale da caratterista del citato Calgaro, unico della combriccola in grado di regalare almeno qualche occasione per (sor)ridere in un campionario di battute decisamente tristi spazianti da “Sono il motore di ricerca della gnocca: qua clicki e io rispondo” a “Brindiamo a quella cosa che finisce per no: la figa, no?”.

Per il resto, mentre ribadisce che non giochi bene se hai paura di perdere, Sotto il sole di Riccione si riduce ad un fiacco e tutt’altro che coinvolgente intreccio di raccontini sentimentali in fotogrammi visti e rivisti e totalmente privi di fantasia, con tanto di situazione al concerto che richiama in un certo senso alla memoria un momento de La vita è una cosa meravigliosa, sempre appartenente alla filmografia del figlio di Steno.

Quindi, se ancora oggi, a trentasette anni dalla sua uscita nelle sale, Sapore di mare ci conquista e commuove ogni volta che passa davanti ai nostri occhi nel rievocare la spensierata, divertente e romantica gioventù degli anni Sessanta per concludersi magnificamente sulle note della Celeste nostalgia di Riccardo Cocciante, Sotto il sole di Riccione si dimentica tranquillamente una volta terminato, proprio come la vuota e piatta generazione di teen-ager che porta in scena… trasmettendoci, al massimo, la malinconia nei confronti di quella bella Settima arte tricolore popolare che non esiste più, cancellata anche dalla fredda e dilatante ombra di queste piattaforme digitali unicamente interessate ai numeri e al profitto, trascurando spesso l’originalità e la qualità dei contenuti (sarebbe sufficiente citare l’indigeribile serie Summertime).

 

 

Francesco Lomuscio