Gianfranco rosi torna alla regia e alla mostra del cinema di Venezia, dove vince il Premio speciale della giuria con il documentario Sotto le nuvole, a dodici anni di distanza dalla vittoria del Leone d’oro con Sacro GRA, nel 2012.

Un mosaico composto da voci, racconti frammentari di una quotidianità tutta partenopea vissuta all’ombra del Vesuvio.

Immagine costante inquadrata da punti di osservazione diversi, il vulcano che evoca una bellezza immanente, sotto la cui ala si percepisce il sentore di un pachiderma fatto di roccia, dormiente ma insidioso, in grado in ogni momento di distruggere e rigenerare. La narrazione porta alla luce strade e case di una città che diventa un affresco fatto di parole, le quali si sovrappongono, parlando lingue diverse che raccontano storie e tracciano rotte di navi che dall’Ucraina portano il grano a Napoli. Percorrono binari e tunnel sotterranei che mostrano lo sfregio dei tombaroli, mentre nuvole scure, rese ancor più cupe da un bianco e nero che ammanta lo sguardo, attraversano il cielo.

Oltre alla regia, Gianfranco Rosi in Sotto le nuvole cura la fotografia e il suono, e la scelta del bianco e nero sembra voler stratificare le innumerevoli sfaccettature del capoluogo campano, avviluppando la città del sole in sfumature cupe, che possano oltrepassare il luogo comune, con un punto di vista molto autoriale, ma che concretamente garantisce un’esperienza al tempo stesso immersiva e poetica. Le inquadrature si soffermano non solo sulla città, ma anche sui gesti di un archeologo proveniente dall’università di Tokyo, che lavora agli scavi di Pompei e di Ercolano. La cura, la passione e il rispetto con cui tratta i resti di creature umane e animali. L’obiettivo della macchina da presa indugia poi sul viso in chiaroscuro di una donna addetta alla classificazione dei reperti di un museo, le cui parole sussurrate sembrano carezze nei confronti dei volti di statue che, pur nella polvere, trasudano bellezza.

Questa è transitoria per natura, e dal fascino si passa all’inferno della quotidianità, in cui le voci nel call center dei vigili del fuoco danno rassicurazioni a chi ha paura per le scosse di terremoto e a chi vive in condizioni disperate e richiede aiuto. Le parole mutano in frequenze positive nell’insegnamento di un maestro di strada che si sostituisce al doposcuola per i bambini di Torre Annunziata. Nella città l’inferno, ma, grazie a persone come queste, la normalità si fa straordinaria, ribaltando l’idea di una visione utopistica con il profilo panoramico di una Napoli vesuviana e i Campi Flegrei in primo piano. In Sotto le nuvole Gianfranco Rosi, dunque, attraverso un impatto visivo ammaliante si fa poeta trasformando le immagini in prosa. Un narratore visionario che è verbo di una tradizione millenaria, ove il tempo si annulla e rivive attraverso la rappresentazione dei resti di Ercolano, di Pompei e di una sala cinematografica diroccata, anch’essa reperto storico e icona di una memoria collettiva, documentata tramite visioni d’epoca.

 

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