“Perché ci state facendo questo?” “Perché ce lo avete permesso”.
Ci sono quei film che destabilizzano. Quelli che ti aspetti in un modo e sono tutto in un altro. Quelli che non solo spaventano, ma ti toccano dentro, ti straziano, ti fanno male, fino alle lacrime. Ecco, uno di questi è Speak No Evil, che si può tradurre letteralmente “Non Dire Malvagità”, coproduzione danese-olandese che ha come titolo originale Gæsterne, letteralmente “Gli Ospiti”, terzo lungometraggio del regista e attore danese Christian Tafdrup, presentato per la prima volta al Gothenburg Film Festival nel 2021 ed uscito nelle sale a settembre del 2022. Inquietante, tosto, crudele, disturbante, particolare, allucinante, un pugno nello stomaco, terrificante: questi sono solo alcuni degli aggettivi che ho letto riferiti a questo straordinario gioiello della cinematografia nordica, che ha come fulcro centrale un concetto tanto semplice quanto complesso da trasporre sullo schermo senza annoiare, ma anzi riuscendo più volte a sorprendere: la Banalità del Male. È un film strano, Speak No Evil, dove il senso d’ineluttabile serpeggia fin dall’inizio, a tratti, forse, incomprensibile per le reazioni dei protagonisti, ma chi conosce il cinema horror/thriller scandinavo non resterà poi così sorpreso dalla cosa. Lo spettatore si trova in apprensione già dai primi frames, e quel sottile senso d’angoscia non lo lascerà mai, crescendo in maniera esponenziale fino alla bomba che esploderà negli ultimi minuti, tragici, dolorosi, e soprattutto mai scontati. Il disagio man mano diventa orrore, come era successo nel 2004 in Calvaire di Fabrice Du Welz, fino ad arrivare al punto di desiderare di entrare nello schermo e tirare fuori da lì gli incauti protagonisti.

La famiglia danese composta da Bjørn, Louise e la figlioletta Agnes è in vacanza a Volterra, nella ridente Toscana, in un bellissimo agriturismo. Sotto il sole del Chianti avviene l’incontro con un’altra famiglia, olandese, apparentemente affine, composta da Patrick, Karin e il piccolo Abel. I sei passano un po’ di tempo assieme e poi ognuno se ne torna a casa propria. Un bel giorno a casa dei Danesi arriva una cartolina degli Olandesi che li invitano a passare un week end da loro, sottolineando che Abel non fa che parlare di Agnes e di quanto sia stato bene con lei. Louise è riluttante a partire, in fondo si conoscono appena, ma Bjørn sembra entusiasta della novità, ed alla fine i tre spiegano le vele alla volta dei Paesi Bassi. All’inizio tutto filerà liscio, ma questa apparente sensazione di benessere si trasformerà presto in un vero incubo per i malcapitati Danesi, che, minuto dopo minuto, vedranno crescere il senso di disagio nei confronti dei loro ospiti, che esercitano però su di loro un tale magnetismo da non riuscire a svincolarsene. Quello che infine Bjørn scoprirà, andrà ben oltre ogni umana immaginazione.

Già dalle prime scene, girate nell’assolata Volterra, si capisce che le cose non vanno come devono andare. Bjørn è troppo sorridente, Patrick lo osserva troppo, con uno sguardo strano, quasi ferino. Le musiche, poi, danno subito quel senso d’angoscia al tutto, facendoci chiaramente capire che quello che sembra normale, banale, una vacanza, una routine, ha in realtà in nuce il dramma esistenziale che a breve si abbatterà con una ferocia senza uguali su una serena famiglia come tante. Tafdrup, che è anche sceneggiatore dell’opera insieme al fratello Mads, racconta che un’idea così delirante e malsana è nata nella sua mente dal desiderio di combinare in un unico film tre generi da lui amati, il thriller, l’horror ed il drama, tanto che risulta impossibile categorizzare nettamente Speak No Evil in una di queste tre sfere. La pellicola veicola peraltro anche una sorta di messaggio sociale in cui si viene invitati a non fidarsi troppo delle apparenze ed a non riporre troppe aspettative in persone appena conosciute. Oltre a Volterra, tra le locations spiccano ovviamente quelle danesi ma soprattutto olandesi, nelle quali si svolge la maggior parte del film: interessante notare come la fotografia si faccia via via più cupa man mano che si passa dal rilassante luogo vacanziero dell’inizio fino ad arrivare alla bella ma oscura abitazione di Patrick e Karin. Lo stesso Abel, a differenza della solare e sorridente Agnes, dimostra fin dall’inizio di avere qualcosa da nascondere: è cupo, silenzioso, non sorride mai, crea un senso di stridente disagio con i suoi genitori che sono invece molto ciarlieri e sorridenti. Anche troppo. Anche in contesti fuori luogo.
Il Male è ovunque, ci suggerisce Tafdrup. È opprimente, schiacciante, solo che noi a volte sembriamo non rendercene conto. Su questo concetto così semplice quanto pregno di significato, il regista di Parents e A Horrible Woman costruisce la sua struttura narrativa al cardiopalma, facendoci trattenere il fiato per tutta l’opera e allentando la tensione solo quando lo decide lui, come fa un abile burattinaio che tira i fili della sua creatura provocando nel pubblico esattamente le reazioni che vuole provocare.

Ottimi i quattro attori protagonisti, senza esclusioni: Bjørn è il danese Morten Burian, che ci offre una performance davvero impeccabile di un uomo felice ma con diverse zone d’ombra nascoste dietro il suo perenne sorriso. Al suo fianco, algida e forse maggiormente consapevole del pericolo che stanno correndo, senza però riuscire a reagire, la moglie Louise, che ha i tratti dell’attrice danese Sidsel Siem Koch. Dall’altra parte della barricata, il bel tenebroso Patrick è l’attore teatrale e cinematografico olandese Fedja van Huêt, vincitore nel 2001 del premio cinematografico più prestigioso dei Paesi Bassi, il Gouden Kalf, meritatissimo, stando, almeno, alla sua interpretazione in Speak No Evil. Dolce e simpatica, ma inquietante fino al midollo, Karin, moglie di Patrick, è interpretata dalla bionda attrice olandese Karina Smulders, anche lei attiva sui set e sui palcoscenici. Una menzione di merito va anche ai due piccoli attori che hanno interpretato Agnes e Abel, Liva Forsberg e Marius Damslev, entrambi estremamente convincenti e coinvolgenti.
Christian Tafdrup ci suggerisce di stare attenti a coloro che si incontrano sul nostro cammino, anche a quelli all’apparenza più innocui e disponibili, perché il male, ahimè, può strisciare fuori da ovunque, anche dalle crepe stesse della società … il delizioso cottage di Patrick e Karin, immerso nella nebbiosa campagna olandese, non ha nulla, all’apparenza, di terrificante, ma già i colori cupi ci fanno capire che sarebbe senz’altro meglio starvi alla larga. Troppo semplice scappare dalla casa di Leatherface, no? Lì tutto dimostra che il pericolo sta dietro l’angolo, ma non qui, anche se il materasso posto direttamente a terra per la piccola Agnes avrebbe dovuto già essere un campanello d’allarme per la famigliola danese. Ed in effetti i nostri coniugi Bjørn e Louise peccano talmente tante volte d’ingenuità che, sebbene la cosa sia ovviamente voluta, è probabilmente questo l’unico neo del film, che lo rende soggetto a critiche inerenti la credibilità di ciò che accade. Non sono legati o imprigionati, nessuno ha loro sequestrato le chiavi della macchina, la quale, per altro, parte sempre, ed allora perché restano lì? Quale magnetico fascino perverso esercitano su di loro gli ospiti olandesi? Non c’è spiegazione … ma invece sì. Probabilmente bisognava fare così per mandare avanti il film, anche se i meandri della mente umana sono spesso insondabili, e forse le motivazioni di tutto vanno proprio ricercate nelle identità dei singoli membri delle due famiglie.

Le due coppie sono esattamente antinomiche eppure, come si suol dire, gli opposti si attraggono, no? E di questi opposti più di tutti ad attrarsi sono i due uomini, che rappresentano forse la parte più interessante della storia: è da loro che nasce tutto, dal loro scambio di sguardi sul bordo della piscina dell’agriturismo italiano, ed è proprio Bjørn a spingere moglie e figlia tra le fauci spalancate dell’orco. Se il danese è represso e tiene a bada le sue pulsioni per rientrare perfettamente nel ruolo di capofamiglia ideale, Patrick è tutto il contrario: animalesco, carnale, senza nessuna remora, senza freni. Nessuna inibizione morale per lui, troppe per l’altro. Il loro incontro avrebbe dovuto essere, per Bjørn, il modo di liberarsi dai propri freni e tabù, ma sarà così solo in parte. È questo il busillis, il nocciolo di tutta la vicenda, questa la ragione principale per cui Bjørn per ben due volte gira la macchina e torna indietro verso il cupo cottage olandese.
Insomma, di violenza fisica, di sangue, di sbudellamenti, ne vedrete pochi o punti in questo Speak No Evil, ma vi assicuro che la crudeltà della tortura psicologica a cui gli incauti Bjørn e Louise verranno sottoposti sazierà la vostra voglia di violenza, che certamente non manca in questa straordinaria pellicola. Questo è un film che resta dentro, appiccicato alla pelle, alle ossa, ai pensieri, e credo sia impossibile che se ne vada mai del tutto. Al male non si può sfuggire, quando il destino ce lo fa incontrare non possiamo che lasciarci andare passivamente nelle sue spire: ecco presto spiegato il motivo delle azioni da ignavi dei nostri protagonisti. Tafdrup ci suggerisce come il fato sia inevitabile, inutile accanircisi, non porterebbe a niente. In fondo si tratta solo di un fine settimana, continuano a ripetersi i due malcapitati, passando sopra a tutte le stranezze dei nuovi amici olandesi, dalle effusioni spinte in pubblico, alla maleducazione di Patrick nei confronti di Louise, dall’invasione della privacy in bagno ed in camera da letto alle urla contro il figlio fino alle lacrime. A cose normali, forse, si sarebbe scappati a gambe levate. Ma qui non accade, e la matassa si svolge atto dopo atto verso il drammatico e destabilizzante finale che, per lo meno così, nessuno potrebbe immaginarsi. Volterra, città etrusca per eccellenza, coi suoi innumerevoli cimiteri dalle tombe istoriate, sarà per Bjørn, Louise ed Agnes la porta verso gli Inferi, verso la perdita di tutto ciò che hanno di più caro e fondante.

Sarebbe stato, forse, interessante, approfondire un po’ di più le motivazioni che spingevano gli Olandesi a ripetere meccanicamente certi gesti con le famiglie che incontravano sulla loro via, ed anche come fosse possibile che nessuno li avesse mai scoperti, ma, tant’è, si tratta di un film, per giunta horror, e la veridicità quasi mai emerge in questo genere di narrazioni.
Speak No Evil è un film da vedere. Non ci sono dubbi. Un film i cui pregi sovrastano assolutamente i difetti. Che riesce appieno nel suo obiettivo, quello di restare, alla fine, tatuato dolorosamente nella mente dello spettatore.
Il film è attualmente disponibile sulla piattaforma Amazon Prime Video, ed in dvd e blu-ray Midnight Factory.
https://www.imdb.com/it/title/tt14253846
