Spencer: la Lady Diana di Pablo Larraín e Kristen Stewart

“Preferisco l’isterismo della sincerità alla calma dell’ipocrisia”. L’aforisma pronunciato dall’ex calciatore Christian Panucci costituisce l’incisivo ed evocativo filo conduttore del biopic Spencer, incentrato sulla presa di coscienza della compianta Lady Diana. Alle prese all’inizio con l’algido protocollo imposto dalla casa reale britannica.

Dietro la macchina da presa l’ambizioso ma discontinuo regista cileno Pablo Larraín si cala nella realtà di chi è cresciuto secondo i rigidi parametri degli aristocratici, i migliori, d’oltremanica per poi mettere in risalto empiti sinceri ed emozioni febbrili dell’indimenticabile Principessa del Galles.

Il film sembra il prequel per molti versi dell’arguto ed empatico scandaglio antropologico The queen – La regina di Stephen Frears. Grazie al quale la misurata e bravissima Helen Mirren seppe lavorare così bene su se stessa e sul personaggio dell’energica ed elegante regina Elisabeth, la suocera di Diana Spencer, da meritare l’Oscar come miglior attrice protagonista. Adesso è il turno di Kristen Stewart nel ruolo dell’irrequieta Lady Diana che prende posizione a favore del coraggio di essere sincera e contro le regole senza cuore né anima della casa reale britannica prima di prendere coscienza della capacità di esercitare un ascendente profondo nel cuore pulsante dei sudditi inglesi? Sin dalle prime battute l’ex “Bella” Swan di Twilight palesa qualcosa che trascende il supporto fornito dal make up per acquisire i tratti somatici di una persona affezionata al cognome da ragazza e in cerca di un’identità estranea all’attanagliante calma dell’ipocrisia. La ricerca dell’identità avviene in campagna. Nella terra dei Padri. Dove pure uno spaventapasseri indossa una giacca migliore sotto l’aspetto del carattere d’autenticità dei manichini che imperversano nei luoghi di lusso vampirizzati dalla casa reale. I fedeli servitori sono mostrati come dei mostri di efficienza. L’horror spurio provoca sbadigli a chi preferisce, e non gli si possono dare neanche tutti i torti, la crescente tensione degli horror veri. L’aura contemplativa è sotto l’aspetto dell’intrattenimento una tegola in testa. Ma resta pur sempre un aspetto superficiale.

Larraín sa anche intrattenere veleggiando sulla superficie delle cose per catturare l’attenzione degli spettatori allergici ai dispendi di fosforo. Lo ha dimostrato in No – I giorni dell’arcobaleno chiudendo il cerchio all’analisi darwiniana della dittatura di Pinochet, mostrata in chiave contemplativa ed ergo aliena ai segni d’ammicco dell’entertainment nell’opera di pensiero Tony Manero, sulla scorta dei simpatici richiami ad alcuni film commerciali in voga negli anni Ottanta. Lo ha confermato in Neruda mostrando un confronto a distanza tra il rappresentante della legge e il fuorilegge poeta sull’esempio di Michael Mann in Heat – La sfida per poi pagare dazio alla noia dell’aura contemplativa con il biopic Jackie. In quel caso i preziosismi del montaggio alternato dispiegati per cogliere l’interesse dei cinefili meno avvertiti sulle tribolazioni della futura vedova del presidente Kennedy attraverso il raffronto tra passato e presente, con un’intervista diversa dalle altre in primo piano, non bastavano a sopperire al tedio dilagante. La diga dello sbadiglio può trasformare un film necessario ed erudito in una pellicola anticommerciale. E di questi tempi staccare la spina nel buio della sala è un lusso. Per cui deve valere la pena. Spencer vale il costo del biglietto. La sua visione non è una pena. Bensì un arricchimento. Ovviamente l’anima divisa in due del regista cileno eletto ad autore crea di tanto in tanto dei cortocircuiti simili a delle contraddizioni. Che pesano sulla scorrevolezza dell’intelaiatura narrativa. Indubbiamente solida. Giacché ricca di contenuti.

La forma è sempre la forma. Larraín dapprincipio insiste sull’apparenza. Il tessuto formale con i servitori impeccabili che danno disposizioni di stampo militare ai loro collaboratori sa parecchio di risaputo. Idem per il controcampo dell’isterismo e della fragilità di Diana Spencer che cerca la sincerità in mezzo ai manichini falsi come i soldi del Monopoli. Il film prende quota nella seconda parte. Ma Larraín innesca la marcia in filigrana per evitare il colpo di gomito con la platea. Come per dire: “e ora che mi dici? Ti è piaciuta questa?”. Il mutamento di segno vibra nell’aria. L’aura contemplativa diviene poesia. Lady Diana acquista consapevolezza: capisce che il carattere d’autenticità ha trionfato. Kristen Stewart ha probabilmente già l’Oscar tra le mani per una delle più vibranti ed empatiche performance mai viste sullo schermo. Tuttavia anche se i parametri dell’Academy dovessero scegliere la miopia del giudizio Spencer rimarrebbe lo stesso un film che prima annoia e poi appassiona. Ed è l’aura contemplativa a fare questo effetto. Il buonismo impernia le scene in cui l’onore delle armi dei manichini freddi come una lama di rasoio tocca l’acme. Il turpiloquio sopraggiunto dalle viscere che il personaggio di Diana Spencer pronuncia di pancia si va ad appaiare alle parole piene: proviene dal cuore. E, come dicono i napoletani, “Quanno ce vo, ce vo”. L’Oscar lo meriterebbe ancor più Larraín come miglior regista. Nondimeno la mancata nomination è poca cosa rispetto alla destrezza di convertire la noia e il pessimismo nell’inno alla gioia del racconto di formazione. A suon di musica in zona Cesarini.

 

 

Massimiliano Serriello