2020. La fine del mondo come lo conoscevamo. Con Spillover (letteralmente, “salto di specie”: il passaggio di un patogeno – un virus – da una specie animale all’uomo o viceversa) Gianluigi Perrone ci mostra un altro volto della pandemia, viaggiando tra tre continenti e raccontando tre storie di donne unite dal fil rouge del virus.

Ad un evento mondiale Perrone risponde con una produzione globale: girato tra Cina, Stati Uniti e Italia, Spillover segue tre sceneggiature distinte che si intrecciano tra loro in una narrazione non lineare, dando vita ad un unicum potente e originale.

Tre storie in parallelo, tre vite di donna nel mirino, al centro di una pandemia che ha sconquassato corpi e menti. Il fulcro è laddove tutto ebbe inizio: in Cina. A Beijing (Pechino) la giovane ricercatrice Sun, infettata dal virus, in isolamento in ospedale lotta per sopravvivere senza smettere di studiarne le molecole. Quale sarà il suo destino? A Los Angeles un incontro si trasforma in storia d’amore; ma la paura del contagio rende quasi paranoico l’uomo, che incatena in casa la compagna. A Roma Lucrezia è bloccata in casa con il marito e il cognato; quella che inizia come una commedia all’italiana trascende drammaticamente quando gli eventi precipitano.

Con una costruzione ad incastro, dove le storie si intersecano senza mai toccarsi, Spillover alterna narrazione e tratti sperimentali con una fotografia che varia per colori e tonalità seguendo gli stati d’animo dei protagonisti più ancora dell’andamento della vicenda, mentre un inquietante monatto, figura classica delle storiche epidemie di peste, come in V per Vendetta assume in sé il compito di spiegare il controllo delle masse. Perrone integra poi nel film finanche spezzoni del suo cortometraggio L’arabo cinese, girato nella campagna pugliese proprio in quelle settimane, quando il regista, che vive da tempo in Cina, era tornato a casa al primo focolaio del virus a Wuhan. Il risultato è un incastro magico che pone l’accento non tanto sul Covid in sé quanto sulle sue conseguenze sull’essere umano, soprattutto a livello neurologico.

Se in America la psicosi dell’uomo fa da contraltare all’indiscriminato uso delle armi con conseguenze inevitabili, a Roma la tragedia fa posto alla rinascita, mentre a Pechino la forza caratteriale della dottoressa Sun la fa combattere sino alla fine. La pandemia è uno spartiacque tra ciò che eravamo e ciò che siamo destinati ad essere. Perrone conclude la storia di Spillover cinque anni dopo, mostrando come tutti siano cambiati, lasciando indietro chi non si è evoluto. Come dice il monatto dietro la sua maschera a becco, il tempo non è una linea ma un cerchio; o meglio, per citare il Decimo Dottore (Doctor Who), “la gente pensa che il tempo sia una progressione rigorosa di causa ed effetto. Ma in realtà, da un punto di vista non lineare e non soggettivo, è più come una grande palla traballante e buffa… wibbly wobbly, timey wimey”. In questa palla di wibbly wobbly ogni trasformazione è positiva, portando l’umanità verso il passo successivo dell’evoluzione. Chi è sopravvissuto, incontrandosi, prende coscienza di questo: “credevo fossimo nel passato, invece siamo il futuro”. Perché, sebbene tutto sembri tornato alla normalità, nulla sarà più come prima.

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