Stasera in tv Come eravamo di Sydney Pollack, con Barbra Streisand e Robert Redford

Stasera in tv su Rai Movie alle 21,10 Come eravamo, un film del 1973 diretto da Sydney Pollack e interpretato da Barbra Streisand e Robert Redford. Il film, che si può collocare nel genere delle storie d’amore ambientate su uno sfondo di grandi avvenimenti storici, come anche La mia Africa e Havana, firmati dalla stessa coppia attore-regista (Redford-Pollack), ottenne l’Oscar per la miglior colonna sonora e la miglior canzone (The Way We Were di Marvin Hamlisch), nonché la nomination alla Streisand come miglior attrice. Al botteghino fu un grande successo e contribuì, unitamente a La stangata, sempre del 1973, all’affermazione definitiva di Robert Redford come divo del firmamento hollywoodiano. Con Robert Redford, Barbra Streisand, Viveca Lindfors, Bradford Dillman, James Woods, Patrick O’Neal, Lois Chiles, Allyn Ann McLerie.

Trama
A una festa Kathie incontra Hubbel, di cui è innamorata dai tempi dell’università. Lui è uno scrittore di talento, lei è impegnata politicamente. Dopo un rapido corteggiamento i due si sposano poi Hubbel viene chiamato a Hollywood e qui scopre di non saper dire no ai compromessi. Lei s’impegna ancora di più nella lotta contro la “caccia alle streghe”.

“Dal romanzo di Arthur Laurents: l’itinerario di una coppia attraverso quindici anni di storia americana dal 1937 ai primi anni ’50: guerra di Spagna, Pearl Harbor, la morte di Roosevelt, la “caccia alle streghe” anticomunista e, nel breve epilogo, la campagna contro le armi nucleari. Un film americano che ha per protagonista una comunista e dove si parla esplicitamente dei Dieci di Hollywood. Non sempre le intenzioni della sceneggiatura (dello stesso A. Laurents) coincidono con quelle del regista. Caso raro di un film hollywoodiano dove i problemi di una coppia hanno una radice politica. Due Oscar: musiche di Marvin Hamlisch e canzone (del titolo)”.
(Il Morandini – Dizionario dei film, Zanichelli)

“L’acuta analisi del regista si sofferma sulla mancata fusione dei protagonisti. Lo studio più interessante è quello della psicologia femminile di Katie: la donna è convinta dei suoi ideali, ai quali non rinuncia mai, e vuole essere se stessa sino in fondo, anche se per amore di Hubbel cerca di assumere un certo stile di vita, più adatto all’ambiente che frequenta il suo amico. A Hubbel interessa di più il successo e se accetta qualche idea di Katie, lo fa più per amore della donna che per convinzione. Lo sfondo sociale è una società del benessere che vive una vita facile, superficiale, disimpegnata, in un sistema capitalistico ove si sbandiera ovunque la libertà salvo a soffocarla con efficaci mezzi politici e legali, quando urta la classe al potere.”
(Segnalazioni cinematografiche, vol. 77, 1974)

“Pollack ha utilizzato il parametro della storia, cioè il criterio della responsabilità personale di fronte agli eventi d’interesse generale che, tutti coinvolgendo, implicano una scelta pratica: così nel caso della lotta al nazifascismo e al maccartismo, come nell’opposizione al riarmo atomico. Si capisce che tale impostazione non intende valicare, dopo tutto, la sfera del privato, e giungere a mettere in discussione la gestione del potere da parte di Truman, ma, semplicemente, servirsi di tali avvenimenti per politicizzare una «love story». D’altra parte, l’uso della storia, in funzione di una relazione privata, non s’esaurisce nella precisione cronachistica della stessa, ma, e appunto, vuole coscientemente risolversi, attraverso la dicotomizzazione che la sottende, in una generalizzazione etica di una generazione a contatto con un centro di potere. Se si considera che i due piani di lettura – la storia d’amore e la metafora della fine del sogno di fanciullezza della nazione americana – si strutturano con un puntiglioso e ironico riferimento a tutta una tradizione del cinema di quegli anni – da Il ponte di Waterloo a I migliori anni della nostra vita – si capisce che, con il superamento delle regole del melodramma, si apre la strada, nel film, una concezione della vita che non è affatto consolatoria e patetica e neppure storicamente assolutoria, ma intrisa di radicale scetticismo (…), anzi, del cinismo più esasperato. Non a caso, e in profondità, il tema è posto dalla prima composizione letteraria di Hubbel che, parlando di sé, scrive: «Egli era come la nazione nella quale viveva, aveva tutto troppo facilmente», per cui era «pigro» e «cinico»”.
(Alberto Cattini, Cinema e Cinema n. 2, 1-3/1975)

 

 

Luca Biscontini