Stasera in tv Il Casanova di Federico Fellini

Stasera in tv su Rai 5 alle 22,15 Il Casanova di Federico Fellini, un film del 1976 diretto da Federico Fellini con Donald Sutherland, vincitore dell’Oscar ai migliori costumi. Il film è stato totalmente girato all’interno del teatro di posa numero 5 di Cinecittà, in cui furono ricreate l’atmosfera e le luci del XVIII secolo. Un’operazione opposta a quella fatta nel coevo Barry Lyndon di Stanley Kubrick, che invece fu girato totalmente in esterno. Fellini dichiarò: “Kubrick ha dilatato il Settecento in inquadrature vastissime, io invece ho fatto l’operazione inversa: l’ho compresso in ambienti piccoli”. Il film si basa su Histoire de ma vie del Casanova. Molti passaggi sono riportati tali e quali dai racconti autobiografici del Casanova, e il film ne rispetta lo spirito e i dati storici. Con Donald Sutherland, Tina Aumont, Cicely Browne, Leda Lojodice, Carmen Scarpitta, Daniel Emilfork Berenstein, Luigi Zerbinati.

Trama
Vecchio e malandato, Casanova, bibliotecario in un castello della Boemia, rievoca la sua vita densa di amori e di avventure. Prima, da giovane a Venezia, dove, incarcerato per la sua vita sregolata, evade dai Piombi e comincia a vagare per le corti europee conducendo una vita ricca di amori e truffe. Con il passare del tempo il successo con le donne comincia a scemare. Molte porte gli si chiudono in faccia mano a mano che la degradazione fisica e morale aumenta. Trova infine rifugio presso un nobile boemo che lo esibisce come fenomeno da baraccone.

«Mi sono messo in testa di raccontare la storia di un uomo che non è mai nato, una funebre marionetta senza idee personali, sentimenti, punti di vista; un “ italiano” imprigionato nel ventre della madre, sepolto là dentro a fantasticare di una vita che non ha mai veramente vissuto, in un mondo privo di emozioni, abitato solo da forme che si considerano in volumi, prospettive scandite con raggelante, ipnotica iterazione. Vuote forme che si compongono e si scompongono, un fascino da acquario, uno smemoramento da profondità marina, dove tutto è completamente appiattito, sconosciuto, perché non c’è penetrazione, dimestichezza umana.»
(Federico Fellini, Fare un film, p. 176)

Il Casanova non è un romanzo cinematografico, non ha progressione logica né veri nessi di racconto. I raccordi fra i nove o dieci capitoli sono rapidi e precari, ricordano le didascalie nei “comics”. Il gran circo di Federico Fellini appartiene all’avanguardia, come hanno ben capito i cineasti americani dell'”underground” fin dai tempi di Otto e mezzo. Nonostante i miliardi spesi con prodigalità, non ci troviamo dalle parti di quella che Flaubert chiamava “l’arte industriale”; siamo più vicini alla monoliticità, al “privatismo” e alla sfacciataggine di un Andy Warhol. Perciò il paragone, che l’attualità suggerisce fra Barry Lindon e Casanova registra più difformità che convergenze. Kubrick prende sul serio il romanzo ottocentesco e l’ambientazione settecentesca, le connotazioni sociologiche e politiche della vicenda: ha l’aria di aver letto e annotato un’intera biblioteca, di avere un suo giudizio morale sull’epoca e sul personaggio. Fellini ha sfogliato l’Histoire casanoviana come l’elenco telefonico, non ha in apparenza da proporre che impressioni, risentimenti, sfottiture. Anche qui c’è un però: se il ‘700 rievocato di Kubrik ha le sue profonde motivazioni culturali, il ‘700 sognato di Fellini ha l’allarmante e misteriosa qualità di una visione profetica. Forse Jung avrebbe detto che Il Casanova è una profezia sul passato”.
(Tullio Kezich, La Repubblica, 11/12/1976)

“Nel continuo sottrarsi alla scelta, proprio del Casanova felliniano, è dato vedere il proposito di sfuggire alla morte e, insieme, la necessità di evocarla. Casanova cerca, senza requie, l’agguato della morte: gli incontri con la monaca e la dama francese si svolgono in ambienti che ricordano le cripte. E le donne di Casanova, se si tolgono la giovane sconosciuta e la gigantessa friulana (e l’una e l’altra, a un tratto, e senza spiegazioni, scompaiono davanti a lui), hanno sui visi un accentuato pallore. Quel color bianco, lunare, è, nei miti popolari, uno dei segni distintivi della morte. E l’unica donna davvero scelta da Casanova è, appunto, la bambola meccanica che, nella sequenza finale, in una Venezia di brina e di ghiaccio, si denuncia per quello che è: la morte.”
(Francesco Bolzoni, Rivista del cinematografo, Gennaio-Febbraio 1977)

 

 

Luca Biscontini