Stasera in tv in prima visione su Rai 4 alle 21,20 Il primo re di Matteo Rovere

Stasera in tv in prima visione su Rai 4 alle 21,20 Il primo re, un film del 2019 diretto da Matteo Rovere. Il film si è aggiudicato il David di Donatello per il migliore autore della fotografia nell’edizione 2020 dell’omonimo festival. Ambientato nel 753 a.C., anno di fondazione di Roma secondo la tradizione, Il primo re è una rivisitazione del mito di Romolo e Remo, interpretati rispettivamente da Alessio Lapice e Alessandro Borghi. Il film è stato girato unicamente con l’utilizzo di luce naturale e in formato anamorfico da Daniele Ciprì e recitato interamente in un protolatino antecedente a quello arcaico, parzialmente ricreato grazie all’aiuto del professor Luca Alfieri, linguista e semiologo dell’Università degli Studi Guglielmo Marconi, che vi ha ibridato ceppi di indo-europeo nei punti mancanti. Rovere ha motivato la scelta della lingua con la volontà di «calare lo spettatore nella realtà delle storie che propongo». Archeologi, etruscologi e studiosi, come Andrea Carandini e Donatella Gentili, sono stati fondamentali nel processo di ricostruzione scenografica degli insediamenti urbani precedenti alla fondazione di Roma. Con Alessandro Borghi, Alessio Lapice, Fabrizio Rongione, Massimiliano Rossi, Tania Garribba, Michael Schermi, Max Malatesta.

Trama
Romolo e Remo sono due gemelli che vivono sulle rive del Tevere. Soli, nell’uno la forza dell’altro, in un mondo antico e ostile sfideranno il volere implacabile degli Dei. Dal loro sangue nascerà una città, Roma, il più grande impero che la Storia ricordi. Il loro sarà un legame fortissimo, destinato a diventare leggenda.

Con la direzione della fotografia di Daniele Ciprì, le scenografie di Tonino Zera, i costumi di Valentina Taviani e le musiche originali di Andrea Farri, Il primo Re viene così spiegato da Matteo Rovere: “La leggenda di Romolo e Remo, pur lontanissima nel tempo, ha qualcosa di molto vicino a noi. È una materia solo apparentemente semplice, lineare, ma che racchiude in realtà un’enorme quantità di simboli e significati, che fondono l’origine della nostra civiltà con qualcosa di intimo e insieme complesso, ineffabile forse, ma che sicuramente guarda dentro tutti noi. La prima difficoltà è che questo mito fondativo (che si pensi a Livio, a Plutarco o a Ovidio) è una storia narrata molto tempo dopo. Un mito, appunto, e l’etimologia di mito, mythos, significa in primo luogo racconto, non la storia dunque, ma un racconto costruito ex post, donatore di senso per chi lo ha elaborato. Con gli sceneggiatori abbiamo quindi approfondito questa narrazione così antica, tentando di interrogarla”.

Dopo i buoni esiti di Veloce come il vento (2016), Matteo Rovere punta su una sfida ancor più ambiziosa, tanto nel soggetto, quanto nella forma adottata. Parlato completamente in proto-latino, il film sembra guardare per diverse ragioni ai lungometraggi di Mel Gibson (Apocalypto, in primis, e non solo per le scelte linguistiche), ma anche a The New World – Il nuovo mondo (2005) di Terrence Malick, Valhalla Rising (2009) di Nicolas Winding Refn o Revenant – Redivivo (2015) di Alejandro Gonzalez Iñárritu. Nomi indubbiamente suggestivi e tendenzialmente lontani dai modelli tipici del cinema italiano, che fanno capire innanzitutto il coraggio di Rovere e il suo desiderio di misurarsi con una materia tanto complessa.

È una sfida che si può dire in buona parte riuscita, un po’ per l’originalità del prodotto all’interno del panorama italiano, ma soprattutto per la sua grande forza visiva: il lavoro del direttore della fotografia Daniele Ciprì, basato sul suggestivo uso della luce naturale, affascina infatti fin dalla prima, spettacolare sequenza, in cui viene mostrata l’esondazione del Tevere. I limiti stanno in un andamento ridondante e in una narrazione che, in qualche passaggio, non riesce a supportare adeguatamente i tanti spunti proposti, da quelli religiosi a quelli legati al mito fondativo che viene raccontato. I modelli di riferimento hollywoodiani forniscono ampio respiro all’operazione, anche se, al tempo stesso, diventano a volte un ingombrante elemento di confronto.

Ma quello che conta è lo spirito dell’opera, un tentativo in gran parte riuscito di realizzare un’avventura dai tratti arcaici e primordiali, votata a rispecchiare l’essenza brutale di un’epoca oscura. Notevole la padronanza cinematografica di Rovere, capace di gestire al meglio l’apparato visivo e sonoro del film. I limiti emergono quando la messa in scena cede all’eccesso (della violenza, in primis) o alla ridondanza della forma (la battaglia in cui abbondano i ralenti, i droni nel finale). Ma la qualità è evidente nelle scelte più radicali, nei silenzi, nel rapporto tra i corpi dei personaggi e l’ambiente che li circonda. Un film di fango, lacrime e sangue, di ferina brutalità, che sembra non voler incontrare a tutti i costi i gusti del grande pubblico. Carnale e intensa prova dei due protagonisti Alessio Lapice e Alessandro Borghi, capaci di rendere in maniera incisiva i tormenti e le pulsioni dei due protagonisti. Da segnalare, infine, che il soggetto e la sceneggiatura sono stati scritti dal regista insieme a Filippo Gravino e Francesca Manieri, gli stessi con cui aveva firmato il già citato Veloce come il vento.

 

 

Luca Biscontini