Stasera in tv La leggenda del pianista sull’oceano di Giuseppe Tornatore

Stasera in tv su Cine34 alle 21 La leggenda del pianista sull’oceano, un film del 1998 diretto da Giuseppe Tornatore, tratto dal monologo teatrale Novecento di Alessandro Baricco. Gran parte del film è stata girata nella città di Odessa in Ucraina. Alcune scene sono state girate nell’ex mattatoio del rione Testaccio a Roma, dove la sagoma della nave è rimasta per mesi visibile da molti punti della città. Per realizzare gli esterni del Virginian si è tratta ispirazione dai progetti della RMS Lusitania e della sua nave gemella, la RMS Mauretania. Il salone in cui Novecento suona il piano infatti ha una cupola simile a quella che la SS Mauretania aveva durante le proprie traversate oceaniche. La progettazione degli arredamenti è stata affidata a Bruno Cesari, vincitore dell’Oscar per la scenografia de L’ultimo imperatore. Sceneggiato da Giuseppe Tornatore, con la fotografia di Lajos Koltai, il montaggio di Massimo Quaglia, le scenografie di Francesco Frigeri, i costumi di Maurizio Millenotti e le musiche di Ennio Morricone, La leggenda del pianista sull’oceano è interpretato da Tim Roth, Pruitt Taylor Vince, Bill Nunn, Clarence Williams III.

Trama
Lo hanno trovato appena nato in un cesto nascosto a bordo del Virginian e da lì non è mai sceso. Il Virginian è un piroscafo che attraversa l’oceano sulla rotta che va dall’Europa all’America e ritorno. È il trombettista, suo amico di vecchia data, Max Tooney, che ci racconta la sua storia. La nave per Novecento rappresenta tutto. Da autodidatta ha imparato a suonare il pianoforte e si concede il lusso di sfidare il famoso jazzista Jelly Roll Morton.

«L’ultima volta che l’ho visto era seduto su una bomba. Una lunga storia… Lui diceva: ” Non sei fregato veramente finché hai da parte una buona storia e qualcuno a cui raccontarla”. Lui era la sua buona storia». Nel passare dal palcoscenico teatrale allo schermo panoramico, la storia di Danny Boodman T.D. Lemon Novecento non è cambiata granché; anzi Giuseppe Tornatore ha rispettato alla lettera certi passaggi, travasando brani interi del monologo scenico di Alessandro Baricco (1994) nel proprio copione. A partire dall’io narrante, ovvero il trombettista jazz Max Tooney che rievoca in un clima crepuscolare, mentre il glorioso «Virginian» sta per essere fatto esplodere, la sua amicizia con «il più grande pianista che abbia mai suonato sull’Oceano».

Schematizzando un po’, si può dire che La leggenda del pianista sull’oceano è per Tornatore quello che fu C’era una volta in America per Leone. Il film di una vita. L’omaggio affettuoso non si limita alla battuta «Che cosa hai fatto in tutti questi anni?» (De Niro rispondeva: «Sono andato a letto presto», Tim Roth: «Ho suonato»); è l’impaginazione stessa della vicenda, così sontuosa ed epica, punteggiata da un languore esistenziale che trova il suo zenit nel toccante dialogo in sottofinale, quando lo sgarrupato trombettista si inoltra nel transatlantico già minato nel tentativo di convincere l’amico, mai uscito da lì, a scendere. Nel riempire di facce e situazioni ciò che il testo di Baricco evocava per visioni poetiche, Tornatore ha confezionato un kolossal europeo che probabilmente non vuole rivaleggiare con Titanic sul piano degli incassi. Anche se la durata del film (quasi 2 ore e 40) e l’incidenza degli effetti speciali (non sempre così speciali) favoriranno il paragone negli occhi dello spettatore. Al quale il regista siciliano regala un universo visivo-sonoro di notevole impatto spettacolare, complice la smaltata fotografia di Lajos Koltai, le complesse scenografie di Francesco Frigeri, i bei costumi di Maurizio Millenotti e le insinuanti (estenuanti?) musiche di Ennio Morricone.

Attraverso una complessa struttura temporale (si parte dal secondo dopoguerra e via via si retrocede al periodo d’oro del «Virginian»), Tornatore costruisce una cine-partitura che procede per immagini «forti», momenti corali ed ellissi narrative. Ci sono pagine di notevole bellezza, come la Statua della Libertà che si staglia all’improvviso nella nebbia, la sala macchine come un antro infernale, il pianoforte che scivola per i corridoi della nave «guidato» da Novecento. Altrove, invece, un che di zuccheroso (l’invaghimento per la contadina friulana) o di artificiale (i duetti del trombettista con il vecchio negoziante) spinge il film verso un manierismo all’antica hollywwodiana che stride con il retrogusto amaro, dolente, allegorico della vicenda. Alla quale gli anglofoni Tim Roth (Novecento) e Pruitt Taylor Vince (Max) si intonano con una densità di accenti che purtroppo vanno un po’ persi nel doppiaggio.

(Michele Anselmi, l’Unità, 28/10/1998)

 

 

Luca Biscontini