Stasera in tv L’avvocato del diavolo, con Al Pacino, Keanu Reeves e Charlize Theron

Stasera in tv su Iris alle 21 L’avvocato del diavolo, un film drammatico e thriller di ispirazione horror del 1997 diretto da Taylor Hackford. Il titolo fa riferimento all’espressione idiomatica “avvocato del diavolo” e il nome del personaggio interpretato da Al Pacino, John Milton, è quello dell’autore del poema Paradiso perduto. Nonostante la trama sia tratta dall’omonimo romanzo di Andrew Neiderman, il film include alcune allusioni minori all’opera di Milton, per esempio alla famosa citazione “meglio regnare all’Inferno che servire in Paradiso” (“better to reign in Hell, than serve in Heaven,”), e alla fine del film vengono descritti i gironi ardenti concentrici come nella Divina Commedia di Dante. Il film, inoltre, ha qualche somiglianza con il romanzo Quell’orribile forza di C. S. Lewis. Alcune scene sono state girate nell’appartamento del miliardario (poi presidente degli Stati Uniti) Donald Trump a New York. La sigla finale è Paint It, Black dei Rolling Stones. Con Al Pacino, Charlize Theron, Keanu Reeves, Jeffrey Jones, Judith Ivey, Connie Nielsen.

Trama
Alla fine del secondo millennio il diavolo è ancora in salute, ama frequentare le aule dei tribunali e non esita a rimettere in scena la vita di Faust. Mefistofele è John Milton, boss dello studio forense più importante di New York, mentre il ruolo di Faust spetta a Kevin Lomax, giovane e promettente avvocato di provincia. Preceduto da una solida fama di vincente, Lomax viene chiamato a New York da Milton, arrivando ben presto ad occupare un posto di rilievo nello studio.

“Angosciante ed oscuro, drammatico ed erotico, perverso e caotico, il film dura più di due ore e dispensa la classe del grande Pacino, che sa vestire i panni del demonio con maestria. Reeves è un agnellino sperduto, la Theron una bambolina senza capo né coda. Inquietanti i discorsi del demonio/Pacino sull’azione di Dio, che resta a guardare divertendosi alle spalle del confuso uomo dettando regole in contrasto tra loro “guarda, ma non toccare, tocca ma non gustare, gusta ma non inghiottire” mentre il diavolo è con “la faccia conficcata nel mondo dall’inizio dei tempi”. Esaltante, alla festa, la divagazione dello stesso sul collo della sensuale Theron: mentre le regge i capelli pronuncia “il collo di una donna è il confine tra la mente ed il corpo, ha tutta l’aria di una città di confine, è l’avamposto della sua mistica” come argomentare meglio? Fotografia eccellente, che dipinge una New York minacciosa ed oscura, tronfia e malvagia, desolata e formicolante. Un’ambientazione feroce che la fa apparire occhio del mondo e serbatoio di malvagi e perversi meccanismi malcelati. Finale inquietante, che preferisco non svelare, ma che ricalca le tesi del regista e dello sceneggiatore in una sorta di sagra di citazionismo biblico fatta di luoghi comuni un po’ poverelli, in un quadro tristarello dove la lezioncina, anche se compresa, non si impara mai.”
(Debaser)

“In quello che è il suo più grande successo commerciale dopo Ufficiale e gentiluomo (1982), Taylor Hackford costruisce un film stratificato ma semplice alla fruizione del pubblico più vasto: basandosi sul romanzo omonimo di Andrew Neiderman, carica la storia delle influenze suggestive del Paradiso perduto di John Milton (con qualche spruzzata della Divina Commedia dantesca) e costruisce un film su misura per l’estro recitativo di Al Pacino. Nei panni del signore delle tenebre, quest’ultimo è talmente a suo agio da eclissare ogni altro elemento presente sullo schermo, il che ha anche i suoi effetti negativi: se Pacino gigioneggia, Keanu Reeves, a sua volta, appare fin troppo ingessato e sobrio, così da non rendere del tutto credibili, narrativamente parlando, gli eccessi strutturali. Ciò nonostante, Hackford dirige sapientemente, tratteggiando al meglio delle sue possibilità la fotografia di Andrzej Bartkowiak e gestendo magnificamente le scenografie di Bruno Rubeo. Buoni anche gli effetti speciali, che esplodono in tutta la loro efficacia nell’esuberante e vorticoso finale. Scritto da Jonathan Lemkin e Tony Gilroy”.
(LongTake)

 

 

Luca Biscontini