Stasera in tv su Cielo alle 21,20 Ritratto di borghesia in nero di Tonino Cervi

Stasera in tv su Cielo alle 21,20 Ritratto di borghesia in nero, un film del 1978 diretto da Tonino Cervi. Il film è tratto dal racconto La maestra di piano di Roger Peyrefitte. Si concentra principalmente su questioni sociali indipendenti dalle epoche e dai luoghi in cui la vicenda può essere ancorata. Scritto da Tonino Cervi, Cesare Frugoni e Goffredo Parise, con la fotografia di Armando Nannuzzi, il montaggio di Nino Baragli e le musiche di Vince Tempera, Ritratto di borghesia in nero è interpretato da Ornella Muti, Senta Berger, Paolo Bonacelli, Capucine, Stefano Patrizi, Eros Pagni, Mattia Sbragia, Giancarlo Sbragia. A causa di alcune scene, in cui sono presenti nudi integrali di Stefano Patrizi e una scena saffica tra Senta Berger e Ornella Muti, il film venne vietato ai minori.

Trama
Un giovane pianista si reca a Venezia e diventa amante di una vedova. Questa vorrebbe che il figlio sposasse una coetanea di nobilissima famiglia, ma costei si innamora del pianista che per lei lascia l’amante. La vedova, non tollerando la doppia sconfitta, fa di tutto per separare i due giovani, ma viene uccisa dalla rivale. La polizia nulla può contro la potentissima famiglia dell’assassina.

Tonino Cervi con Ritratto di borghesia in nero dirige un film sulle “anime perse” della borghesia media e alta, ispiratogli da una novella di Peyrefitte (La maestra di pianoforte) sceneggiata insieme a Cesare Frugoni con la collaborazione di Goffredo Parise. Anziché nella Parigi del primo dopoguerra, l’azione è trasferita nella Venezia del 1938, rievocata dall’interno di due famiglie in cui la passione e la gelosia divampano secondo i canoni del feuilleton con pretese storico-politiche, rappresentando attraverso gli interni, un mondo “oscuro” dove al al gioco ambiguo dei sentimenti corrisponde la tortuosità delle calli veneziane.

Se si considera il film dal punto di vista argomentativo, esulando sia dalla qualità che dal risultato artistico (entrambe di media fattura), Ritratto di borghesia in nero è il nostro Nascita di una Nazione. Il paragone, che può risultare irriverente, va invece declinato sui canoni “popolari” della pellicola che mette in scena un mondo borghese, in cui (solo) apparentemente non succede niente (tutto è luminoso, tutti sono vestiti di bianco, tutti vivono nell’agiatezza), ma basta grattare leggermente la superficie e il marcio affiora e dilaga, attraverso una narrazione che si fa elegia obliqua e in negativo, mostrando il vero motore che anima le dinamiche del nostro Paese: il Quinto Stato appunto, fatto di poteri occulti, trasformismi, eminenze grigie e nepotismi, che nel gorgo di odi familiari trova la forza e la ferocia per schiacciare i deboli, ricattare i potenti e dulcis in fundo (ma in realtà è l’obiettivo primario) curare i propri interessi. Non c’è speranza in questo film, chiuso in spazi asfittici (stanze, corridoi, chiese), che invade di nero la scena, con i drappi dei funerali, i vestiti e i cappelli, le strade riprese di notte e la morte che è contemporaneamente momento liberatorio e subdolo, perché è tramite di essa che si consuma l’inganno e si compra il silenzio. Ambizione, arrivismo, denaro e sete di potere sono le componenti del morbo che deturpa i corpi dei personaggi, che alimenta il loro delirio di onnipotenza e che devasta i loro sentimenti corrotti e malvagi.

Proprio la sua fattura media, il suo non voler avere pretese di critica sociale, il suo essere, necessariamente, al contempo banale e sopra le righe, paradossalmente fa di Ritratto di borghesia in nero un film “rivelatore” dei mali occulti e taciuti di questo paese (non a caso l’ambientazione è quella del fascismo pre-bellico). Il “nero” che non deflagra mai apertamente, ma che si manifesta sottobanco attraverso piccole meschinità quotidiane, resta sempre sullo sfondo e si confonde tanto nell’oscurità delle notti veneziane quanto nel rosso carminio di vestiti e tappezzerie, alimentato dai continui riferimenti alla guerra imminente portatrice (appunto) del “nero della morte e del “rosso” del sangue. In Ritratto di borghesia in nero non ci sono né buoni né cattivi, ma solo esseri umani che vivono un’apparenza fastosa e magniloquente tra ricevimenti, colloqui politici e pranzi luculliani e contemporaneamente tramano gli uni alle spalle degli altri, corrompono, oltraggiano e uccidono con la stessa grazia con cui danzano languidi walzer. Questi uomini e queste donne sono il Quinto Stato, quello occulto e perennemente desto che maneggia sottobanco e che tiene le redini di un’Italia che vive in un’unità fittizia fatta di interessi reciproci, di qualunquismo e di facili opportunità e che per fare ciò ha rinunciato sin dalle sue origini alle regole e alla democrazia.

La tesi del film è lineare: la famiglia è dunque il nucleo primario di una società (quella italiana) che fa del trasformismo, dell’inganno e della raccomandazione il proprio credo esistenziale. L’obiettivo, ambizioso e meschino allo stesso tempo, è quello del mantenimento costante del potere, grande o piccolo che sia, perché è solo attraverso di esso che le classi sociali possono determinare la propria condizione. Non a caso l’unico sguardo corrucciato nelle “Scene da un matrimonio” finali è quello dell’ispettore Franchetti, il commissario di polizia, tutore dell’ordine e della legalità ma al contempo consapevole che l’inganno è stato puntualmente perpetrato in cambio di una raccomandazione (non richiesta) per il figlio. Nel suo volto accigliato si intravede una maschera dove coesistono l’ipocrisia borghese e la necessità di mantenere uno status-quo in grado di garantire le “silenziose” dinamiche del potere.

 

Luca Biscontini