Stasera in tv su Iris alle 21 Zabriskie Point di Michelangelo Antonioni

Stasera in tv su Iris alle 21 Zabriskie Point, un film del 1970 diretto da Michelangelo Antonioni. È stato il secondo di tre lungometraggi girati da Antonioni in lingua inglese, e con attori protagonisti stranieri, per il produttore Carlo Ponti. Gli altri due furono Blow-Up (1966) e Professione: reporter (The Passenger, 1975). Per questo film, il ruolo dei due protagonisti fu affidato da Antonioni a due esordienti non-professionisti: Mark Frechette e Daria Halprin. Scritto e sceneggiato da Michelangelo Antonioni, Tonino Guerra, Sam Shepard, Clare Peploe e Fred Gardner, con la fotografia di Alfio Contini, il montaggio di Franco Arcalli e Michelangelo Antonioni, le scenografie di Dean Tavoularis e le musiche dei Pink Floyd, Zabriskie Point è interpretato da Mark Frechette, Daria Halprin, Rod Taylor, Paul Fix, Bill Garaway, Harrison Ford (nel ruolo di uno studente del college, non accreditato),

Trama
A Los Angeles, durante uno scontro tra la polizia e un gruppo di contestatori, viene ucciso un agente. Mark, un giovane ritenuto colpevole dell’omicidio, riesce a fuggire a bordo di un aereo da turismo rubato e atterra a Zabriskie Point.

(Riportiamo di seguito quanto scrisse Alberto Moravia a proposito del film).

In Zabriskie Point di Michelangelo Antonioni molti hanno creduto di notare una certa quale sproporzione tra l’esile storia d’amore e l’apocalisse finale. Effettivamente se si legge il film come una storia d’amore, la sproporzione è innegabile. Due ragazzi si incontrano per caso, si amano e dopo essere stati insieme un paio d’ore (il tempo strettamente necessario per fare l’amore in maniera non del tutto brutale) si separano. Lei continua il viaggio in automobile verso la villa dell’uomo d’affari di cui è la segretaria. Lui torna all’aeroporto da cui ha spiccato il volo, per restituire l’aeroplano che vi ha rubato. Sfortuna vuole che al momento dell’atterraggio, la polizia spari e l’uccida. La ragazza apprende la morte del suo compagno dalla radio dell’automobile. E allora, nel suo indignato dolore, immagina che la villa dell’uomo d’affari venga ridotta in cenere da una deflagrazione termonucleare.

Tanto più che la morte del ragazzo non sembra essere il risultato di una di quelle situazioni americane terrificanti di conformismo e di ipocrisia così spesso denunziate dal romanzo e dal cinema degli Stati Uniti. Mark, è vero, muore ucciso dalla polizia; ma la sua morte sembra e forse è quasi un errore, un caso, una fatalità.

Ma c’è un altro modo di leggere il film. In questa lettura, la storia d’amore non è che un aspetto tra i tanti di qualche cosa di molto vasto e importante; così come l’errore della polizia non è anch’esso che un particolare di un quadro assai più ampio e complesso. In altri termini, la lettura non va fatta nel senso di una narrazione tradizionale, con un inizio, uno sviluppo e una conclusione; bensì come la rappresentazione del conflitto di due opposte visioni del mondo. Letto in questo modo, Zabriskie Point appare allora come un film equilibrato al quale forse, nuoce soltanto di essere, sia pure solo apparentemente, ”anche” una storia d’amore.

Qual è il contrasto di fondo che costituisce l’elemento propulsore e veramente interessante di questo film singolare? Forse Antonioni non ne è stato del tutto consapevole. Forse, come avviene in generale agli artisti, egli è arrivato per conto suo, coi mezzi ”inconsci” dell’intuizione artistica, alle stesse conclusioni a cui altri erano già pervenuti col pensiero critico. Ma è fuori dubbio, ad ogni modo, che il film adombra il conflitto ben noto tra i freudiani istinto di vita e istinto di morte. Eros e Tanatos e (forse più esattamente) tra concezione ludica e concezione utilitaria della vita. Guardata in questa prospettiva, la vicenda di Zabriskie Point si organizza e si articola in maniera coerente, senza più alcuna sproporzione ed esilità. La vita, il gioco, il piacere sono attività fine a se stesse, non hanno altro scopo all’infuori, appunto, della vita, del gioco, del piacere.

Così si spiega perché Mark, il ragazzo contestatore, contesti anche la contestazione, la quale ha pur sempre uno scopo; e poi rubi l’aeroplano per il solo gusto di fare delle capriole in cielo; e quindi faccia la corte a Daria soltanto perché è divertente fare la corte con l’aeroplano ad una donna che corre in automobile; e infine faccia l’amore con la ragazza perché è bello giocare con il proprio corpo e con il corpo altrui. La ragazza, dal canto suo, agisce nello stessissimo modo: per gioco, per piacere, senza, è proprio il caso di dirlo, secondi fini. Questo incontro dei due giochi, dei due Eros, culmina nel love-in immaginario, tra le sabbie della Valle della morte. Che vuol dire quella scena? Vuol dire che si dovrebbe sempre fare così; che gioco e Eros fanno comunicare ed amare; che insomma la vita non dovrebbe avere altro scopo che la vita. Ma il vallone in cui avviene il love-in è un luogo di assetata aridità, di completa mancanza di vita. Non per nulla si chiama Valle della morte. E qui appare l’istinto di morte al quale si contrappone l’istinto di vita, Eros, il gioco fine a se stesso.

Quest’istinto è esemplificato in diversi modi, per tutto il film. È la polizia che dà l’assalto all’università; è l’aeroporto in cui sono custoditi gli aeroplani, strumenti di libertà e di gioco; è il boss di Daria coi suoi affari di speculazione edilizia; è il villaggio in cui non vivono che vecchi decrepiti e ragazzi minorati; è la grottesca famiglia borghese che, fermandosi in margine alla Valle della morte, si augura che vi sorga al più presto un ”drive-in”; sono gli affaristi che nella villa del boss di Daria discutono sul modo migliore di sfruttare in senso turistico le bellezze del deserto; sono infine, i poliziotti, in tutto simili a robot o a marziani, che, come Mark atterra, lo ammazzano senza motivo. Così il conflitto si chiuderebbe, come tanti film americani antichi e recenti, come Easy Rider, come Bonnie e Clyde, con la vittoria di Tanatos su Eros, dell’utilità sul gioco, della morte sulla vita.

A questo punto però scatta, fuori d’ogni logica narrativa tradizionale (però già anticipato e preparato dal visionario love-in collettivo della Valle della morte) il furore profetico di Antonioni. Daria immagina che un’esplosione termonucleare distrugga la villa. La ripetizione dell’esplosione, così compiaciuta e così spietata, fa intendere che per Daria la villa è il simbolo dell’intera civiltà consumistica e conferma, se ce n’era bisogno, che il film non è soltanto una storia d’amore ma anche e soprattutto, l’espressione di un sentimento di aspro e polemico rifiuto, secondo la tradizione europea del rispetto della persona umana, il quale, però, sembra portare alle stesse conclusioni delle diagnosi freudiane-marxiste formulate dalla contestazione. Così la concezione dialettica e psicanalitica del male come repressione si ricongiunge curiosamente alla concezione moralistica del male come empietà. Si scopre che la Bibbia e il Vangelo avevano detto le stesse cose di Freud e Marx. Il nesso tra queste due concezioni convergenti verso la stessa condanna, va ricercato, in Zabriskie Point, nella conclusione apocalittica. Certo, l’apocalisse è una punizione antica e inverosimile. Ma la catastrofe termonucleare, resa forse fatale dalla stessa logica interna della civiltà, le ha restituito da ultimo un’attualità e una verosimiglianza minacciose. Tutta l’originalità di Zabriskie Point sta in questo finale, in questa profezia del disastro atomico che ”punirà” la civiltà consumistica per aver permesso che Tanatos prevalesse su Eros.

Chiaramente, l’America è apparsa ad Antonioni come il luogo dove il fine, cioè l’uomo, diventa il mezzo e il mezzo, cioè il profitto, diventa il fine. Dove le cose valgono più delle persone benché siano prodotte per le persone. Dove, infine, questo capovolgimento funesto dei valori è avvenuto per così dire ”in buonafede”, per le vie misteriose di un bene (la civiltà industriale) che alla fine si è rivelato un male. Insomma, l’America è un luogo arido come il deserto di Zabriskie Point, in cui è impossibile amare ed essere amati. Ma cos’è l’amore se non la vita stessa nella sua forma originaria? Dunque l’America, così com’è oggi, è ostile alla vita.

Si viene qui alla vera sostanza della controversia tra Antonioni e la critica americana. Ciò che la critica ha rimproverato ad Antonioni non è tanto di aver condannato l’America quanto di non aver motivato in maniera ”razionale” la condanna. Prendiamo Greed, il memorabile film di Stroheim, anch’esso ambientato in parte nella stessa simbolica Valle della morte. L’avarizia che, secondo il regista, minerebbe la civiltà degli Stati Uniti, è pur sempre un motivo serio e plausibile. E in un film come Bonnie e Clyde i due protagonisti almeno sono due autentici gangster, la cui rivolta, forse giustificata, non poteva però non finire in una catastrofe. Invece, Mark e Daria non sono che due amanti. Antonioni ha pesato un’intera civiltà di contro all’amore e l’ha trovata mancante. Secondo la critica americana questa operazione è illegittima; un esile idillio non può servire da detonatore alla fine del mondo. Ma abbiamo già dimostrato che questo modo di lettura di Zabriskie Point, favorito, bisogna riconoscerlo, dal regista stesso con la sua tecnica metaforica, non è giusto né proficuo.

Ad ogni modo, anche a voler accettare la tesi superficiale e disattenta del flirt che scatena l’apocalisse, secondo noi bisogna considerare questa sproporzione tra causa ed effetto non tanto come un difetto quanto come il carattere distintivo che conferisce originalità e novità al film di Antonioni. Film critici nei confronti dell’America ne sono stati fatti in tutti i tempi e bisogna riconoscere che i primi a mettere in luce e a condannare gli aspetti negativi dell’”american way of life” sono stati proprio i registi americani. Basterà ricordare per esempio il già citato Easy Rider, nel quale l’intolleranza razzista e conformista americana è denunciata con una violenza di cui non c’è traccia in Zabriskie Point. Eppure la critica americana non ha affatto attaccato Easy Rider, al contrario. Perché questo? Perché né in Easy Rider, né in alcun altro film americano o europeo sugli Stati Uniti era mai stata prospettata l’ipotesi nuova e sconvolgente che un fuoco ”moralistico” possa un giorno distruggere la superba Babilonia moderna, cioè gli Stati Uniti.

Insomma, consapevolmente o no, Zabriskie Point è una profezia di tipo biblico in forma del film. Nei tempi in cui la religione contava ancora, questo genere di profezie erano la normalità. Quattro secoli orsono, un quadro come quello in cui Durer ha rappresentato Lot, sua moglie e le figlie che camminano tranquillamente per un sentiero rupestre mentre, all’orizzonte, torrenti di fumo e di fiamme salgono al cielo dall’incendio di Sodoma e Gomorra, descriveva qualche cosa che per lungo tempo si era ritenuto che potesse avvenire realmente.

Antonioni probabilmente non è un grande lettore della Bibbia, benché, ovviamente, in lui hanno agito inconsci, remoti archetipi culturali. Ma gli americani la leggono o almeno l’hanno letta fino a ieri. Proprio la sproporzione tra l’idillio detonatore e la conflagrazione finale li ha messi in sospetto. Hanno sentito che non si trattava di uno dei soliti polemici giudizi sociologici ma di una ”profezia”. Di qui la loro reazione. Il cinema è di solito narrativo, ossia racconta eventi che si verificano nel tempo. L’originalità strutturale di Zabriskie Point sta proprio nella maledizione finale che proietta il film fuori della durata narrativa per mezzo di un potente scatto morale.

L’apparente mancanza di rapporto tra il giocondo e ignaro banchetto del biblico re di Caldea, Baldassarre, e la mano misteriosa che scrive sul muro le tre parole profetiche ”Manes, Tecel, Fares”. Nessuna inchiesta sociologica ha avvertito Baldassarre che al colmo della prosperità e della potenza, il suo regno sarebbe stato invaso dai Medi, e Dario l’avrebbe ucciso e avrebbe preso il suo posto sul trono di Babilonia. Come in Zabriskie Point anche nel racconto biblico la causa della catastrofe non è esplicitamente indicata; ma si può supporre che Baldassarre avesse oltrepassato senza accorgersene, nello stesso modo che la civiltà puritana statunitense, i misteriosi e controversi confini che separano il bene dal male.

La prova che questo è il senso vero di Zabriskie Point sta, come al solito, nella sua riuscita estetica, verificabile in ogni sequenza. Per esempio: le notazioni sulla vita urbana a Los Angeles, gli scorci descrittivi sul ”big business” americano; l’amore tra l’aeroplano e l’automobile, nel deserto; gli amplessi nella Valle della morte; la morte di Mark al suo ritorno all’aeroporto, certamente la cosa più bella del film. Ma il punto di forza è pur sempre la catastrofe finale immaginata da Daria nel momento in cui, come le donne di Lot, si volta indietro a riguardare la villa del suo boss e la vede esplodere, disintegrarsi.

Antonioni ha voluto rappresentare con le immagini del cinema la disintegrazione già avvenuta da tempo nella nostra cultura: e ci è riuscito con la memorabile sequenza finale della distruzione. Tutti quei prodotti della civiltà del consumi, dai libri alle macchine, dallo scatolame all’abbigliamento, dagli elettrodomestici ai mass media, che se ne vanno in briciole tra il fumo e le fiamme, dopo che la villa è esplosa, e, proiettati nel cielo, ricadono giù lentamente come le ceneri e i lapilli di un’eruzione; danno molto bene l’idea di un’apocalisse industriale e tecnologica provocata dalla definitiva vittoria della morte sulla vita nella nostra civiltà, appunto, industriale e tecnologica.

Ci sono nelle centurie astrologiche di Nostradamus due strofe che sembrano descrivere il finale termonucleare del film di Antonioni:

Il dito del destino scrive e passa, avendo scritto
E né la tua pietà, né la tua sapienza,
Possono fare che esso sgarri di una mezza linea
Né tutte le tue lagrime che esso cancelli una sola parola
La grande città sarà devastata,
Degli abitanti nessuno sopravvivrà,
Muro, sesso, tempio e vergine violata,
Per ferro, fuoco, peste, cannone il popolo morirà.

Antonioni non ”desidera” certo la fine del mondo; come del resto, con ogni probabilità, non la ”desiderava” Nostradamus. Bisogna invece vedere in Zabriskie Point il recupero, a scopo di poesia, di un ”genere” che si poteva supporre ormai estinto: quello della profezia, del vaticinio, della visione escatologica. Questo recupero è tanto più notevole in quanto effettuato da un artista che finora aveva mantenuto la propria visione del mondo nei limiti di una tematica individuale. In realtà, con l’esplosione finale di Zabriskie Point, abbastanza logicamente, è esplosa pure l’arte di Antonioni. L’avvenire ci dirà se il regista nei suoi film futuri terrà conto di questa esplosione oppure, come spesso avviene, riprenderà e svilupperà nuovi temi sia in opposizione a ”Zabriskie”, sia invece in direzioni completamente inedite.

 

 

Luca Biscontini