Stasera in tv su La7 alle 23,45 American Gigolò di Paul Schrader, con Richard Gere

Stasera in tv su La7 alle 23,45 American Gigolò, un film del 1980 scritto e diretto da Paul Schrader. Il regista Paul Schrader affermò che il film Diario di un ladro del 1959 del regista francese Robert Bresson aveva influenzato notevolmente la sceneggiatura del film. Schrader ha anche rivisto vari temi di questo film per The Walker del 2007, affermando che l’idea è nata mentre si chiedeva cosa sarebbe successo al personaggio di Julian Kaye. Scritto e sceneggiato da Paul Schrader, con le musiche di Giorgio Moroder e i costumi di Giorgio Armani, American Gigolò è interpretato da Richard Gere, Lauren Hutton, Hector Elizondo, Nina van Pallandt, Bill Duke, Brian Davies.

Trama
Julian Kay, di professione gigolò, diventa l’amante di Michelle, moglie del senatore Straton. L’agente per il quale lavora, Leon Jaimes, lo mette in contatto con i Rehiman, una coppia di coniugi perversi. Quando la signora Rehiman viene assassinata, Straton fa ricadere i sospetti su Julian. Riuscirà a cavarsela grazie all’intervento di Michelle.
Il film che lanciò Richard Gere nell’Olimpo delle star è anche un eccellente testo filmico ricco di finezze registiche. Schrader non è solo l’eccezionale sceneggiatore di Scorsese, ma anche un regista raffinato e mimetico, per come sovverte a livello subliminale le convenzioni del racconto hollywoodiano. American Gigolò è un oggetto anomalo fin dal presupposto: il protagonista è un “prostituto”, un aitante e brillante uomo che donne ricche e mature pagano profumatamente in cambio di prestazioni sessuali; i suoi protettori sono una donna e un nero. Le gerarchie sociali si ritrovano quindi capovolte, ma l’intelligenza di Schrader consiste nel non dare alcuna enfasi a questo paradosso sociologico; all’autore non interessano discorsi di stampo femminista o anti-razzista: per Schrader, nella liberale, edonista e feroce civiltà californiana, sono tutti uguali di fronte ad una specifica Legge, quella del denaro.

Un’altra delle sovversioni operate da Schrader in questo film sta nell’impostare la narrazione come se fosse un classico noir, con le sue tipiche progressioni, per poi virare verso altro: qui non ci sono femme fatale e non c’è nessuna tentazione criminale scaturita dalla passione per il sesso e per i soldi (come invece nello smaccato noir-revival “Brivido Caldo” di Kasdan). Nel rappresentare l’isolamento dell’individuo, prima complice poi vittima di una società corrotta, di un male invisivile ed inevitabile, Schrader guarda essenzialmente a due autori, Coppola e Bresson, ripresi anche nelle scelte stilistiche.

Dal maestro della New Hollywood, vengono riprese, in particolare, le intuizioni sperimentali de La Conversazione (lo sfaccettamento barocco della prospettiva, i giochi di specchi, fino al piano-sequenza “spia”). La macchina da presa accompagna psicologie, motivazioni e desideri dei personaggi attraverso espedienti tanto classici quanto raffinati, quali soggettive, carrelli, zoom, scavallamenti e rotazioni di asse: tali mezzi, uniti a un montaggio che riprende la stessa scena, lo stesso dialogo, da inquadrature e distanze differenti, definiscono quell’idea di ambiguità, di relatività, di ridefinizione che sta alla base del film. Non c’è la paranoia esplicita del capolavoro coppoliano: l’idea di un Potere/Sguardo inafferrabile che osserva ogni nostro movimento e manipola le nostre intenzioni è perfettamente mimetizzata sotto la scorza di un’estetica priva di forzature, trasparente.

Bresson invece viene riattualizzato nella rappresentazione di un mondo inesorabilmente corrotto, senza grazia, dove non ci si può liberare dalla colpa, ed esplicitamente citato nel finale ellittico, tutto dissolvenze (in nero), battute laconiche, poche essenziali inquadrature e l’ultima immagine identica a quella di PickpocketAmerican Gigolò è anche uno splendido ritratto di Los Angeles, non-luogo coacervo di contraddizioni, sintesi di quel “decline of western civilisation” evocato dalla scena hardcore-punk losangelina di inizio anni ’80: Sex and dying in high society cantava Exene Cervenka e pareva proprio riferirsi all’immaginario di questo film. Contribuiscono al ritratto fascinoso/turpe della città la suggestiva fotografia che esalta parimenti l’inquieta solarità dei giorni come l’elegante degrado “al neon” delle notti, assieme al soundscore dove Moroder rallenta e rielabora al synth (e anch’egli “ridefinisce”) il tema di Call Me di Blondie.

 

 

Luca Biscontini