Stasera in tv su Rai 4 alle 21,20 La terra dell’abbastanza dei fratelli D’Innocenzo

Stasera in tv su Rai 4 alle 21,20 La terra dell’abbastanza, un film del 2018 scritto e diretto da Fabio e Damiano D’Innocenzo, alla loro opera prima. Il film è stato presentato nella sezione “Panorama” al Festival di Berlino 2018 ed è stato insignito del Nastro D’Argento per il miglior regista esordiente. Con la direzione della fotografia di Paolo Carnera, le scenografie di Paolo Bonfini, i costumi di Massimo Cantini Parrini e le musiche di Toni Bruna, La terra dell’abbastanza è interpretato da Andrea Carpenzano, Matteo Olivetti, Milena Mancini, Max Tortora, Luca Zingaretti.

Trama
Mirko e Manolo sono due giovani amici della periferia di Roma. Sono due bravi ragazzi fino al momento in cui, guidando a tarda notte, investono un uomo e decidono di scappare. La tragedia si trasforma in un apparente colpo di fortuna: l’uomo che hanno ucciso è un pentito di un clan criminale di zona e facendolo fuori i due ragazzi si sono guadagnati un ruolo, rispetto e il denaro che non hanno mai avuto. Il loro è un biglietto d’entrata per l’inferno che scambiano per un lasciapassare verso il paradiso.

Prima ancora di tentare un’analisi, ciò che può esser detto – senza esitazioni – de La terra dell’abbastanza, opera prima dei fratelli D’Innocenzo, è che è un film potente, una tragedia contemporanea capace di catturare lo spettatore dal primo all’ultimo minuto, coinvolgendolo incessantemente, nel profondo. Si viene trascinati in un dramma irrespirabile, in cui una fitta oscurità etica avvolge i due protagonisti, Manolo e Mirko (i bravi Matteo Olivetti e Andrea Carpenzano), colti durante un inarrestabile movimento di discesa agli inferi. Sono ragazzi normali, come tanti altri, con la sola colpa di essere relegati negli spazi freddi e mortiferi di una periferia romana feroce e fagocitante.

Senza soffermarsi a sottolineare quanto, negli ultimi tempi, il nostro cinema abbia sviluppato un vero e proprio genere, che è solito mettere in scena realtà inospitali in cui esplodono, inevitabilmente, fenomeni di criminalità e violenza, ciò che colpisce ne La terra dell’abbastanza è il cortocircuito che innesca la narrazione, laddove, oltre a tematizzare la casualità, che produce un irreversibile mutamento nelle vite dei due personaggi principali, i registi danno corpo a un rovesciamento etico spiazzante che fa dissolvere impietosamente la sottile soglia che separa il Bene dal Male. Due individui sostanzialmente onesti, data anche l’età, si ritrovano a essere prima vittime incolpevoli di un funesto episodio e, successivamente, a causa di un’acrobatica inversione di senso, a divenire feroci carnefici pronti a porre fine alla vita di chiunque, in nome di un arricchimento improvviso, di cui non riescono neanche davvero a godere.

Questa è la vera forza del film dei fratelli D’innocenzo, ovvero l’aver mostrato quanto la miope rincorsa al benessere, di cui il padre di Manolo (un mai così drammatico ed efficace Max Tortora) si fa promotore presso il figlio, provochi l’esplosione di qualunque categoria in grado di orientare il percorso di un essere umano in formazione. L’evoluzione delle personalità di Manolo e Mirko viene bruscamente interrotta da un desiderio introiettato dall’esterno, che non è il loro, piuttosto quello di un “soggetto disincarnato” che, brancolando nel buio della post modernità, si è definitivamente immolato sull’altare del profitto.

Il clan dei Pantano, che accoglie al loro interno i due ragazzi, utilizzandoli come spietati killer, è costituito da uomini miserabili, che intrattengono un rapporto con gli altri e il mondo completamente neutralizzato sul piano degli affetti. Hanno venduto l’anima e sono divenuti pupazzi inanimati, in grado solo di reiterare quei crimini che gli consentono illusoriamente di mantenere un Potere a cui non vogliono in nessun modo rinunciare. Ma se si è persi se stessi, su cosa, a rigore, si può esercitare un Potere? La criminalità, in tal senso, risulta il sottoprodotto di una logica – quella del profitto – che invade impudicamente ogni aspetto della vita, distruggendo qualunque elemento si opponga alla sua non solo nefasta, ma anche sciocca diffusione. Rinunciare alla propria umanità in nome dell’economicizzazione della vita è ciò di quanto più stupido e triste si possa fare.

Se è vero, dunque, che La terra dell’abbastanza (la parafrasi del titolo del film di Wim Wenders sembra piuttosto evidente) non si discosta da una certa iconografia ampiamente vista al cinema, con i suoi stilemi e cliché, è innegabile che la prospettiva d’osservazione proposta comporta un mutamento di sguardo significativo, che ricolloca l’azione all’interno di una riflessione etica non banale, convocando anche lo spettatore più smaliziato a riflettere, laddove non gli si consente di mettere una distanza e giudicare, ma lo si costringe a immedesimarsi ed empatizzare. Si segnalano, infine, le belle e struggenti musiche composte da Toni Bruna e la fotografia di Paolo Carnera, capace di amplificare e ben delineare cromaticamente gli slittamenti interiori dei protagonisti.

 

 

Luca Biscontini