Stasera in tv su Rai 5 alle 21,15 Un padre, una figlia di Cristian Mungiu

Stasera in tv su Rai 5 alle 21,15 Un padre, una figlia (Bacalaureat), un film del 2016 diretto da Cristian Mungiu. Vincitore del premio per la miglior regia al Festival di Cannes del 2016, scritto e sceneggiato dallo stesso Mungiu, con la direzione della fotografia di Tudor Vladimir Panduru, le scenografie di Simona Paduretu, i costumi di Brandusa Ioan e la produzione, tra gli altri, dei fratelli Dardenne, Un padre, una figlia è interpretato da Adrian Titieni, Maria-Victoria Dragus, Lia Bugnar, Malina Malovici, Vlad Ivanov, Gelu Colceag, Rares Andrici, Dionisie Vitcu.

Trama
Romeo è un medico di quasi cinquant’anni, che si è lasciato dietro le illusioni legate al suo matrimonio, oramai naufragato, e alla sua Romania, frantumata dagli eventi. Per lui, la figlia diciottenne è tutto ciò che conta. Vicina agli esami di maturità, la ragazza sarà mandata a studiare in una prestigiosa scuola in Inghilterra. Alla vigilia dell’esame viene, però, aggredita per strada. Romeo farà di tutto affinché tale evento non disturbi il destino che ha scelto per la figlia.

Cristian Mungiu: “Un padre, una figlia fotografa quel particolare momento della vita in cui ci si rende conto di aver superato la metà della propria esistenza, quando ciò che si è diventati è ben diverso da quello che si immaginava da giovani. Eppure, è anche il momento in cui si sente che c’è ancora qualche cosa da poter fare attraverso i figli, qualcosa che potrebbe dare un significato a tutte le difficoltà affrontate: salvaguardare i figli, educarli bene e a far loro fare scelte migliori delle proprie. Tuttavia, non è così semplice“.

È sempre una questione tra genitori e figli, tra padre e figlia. Ceausescu, il padre orco, e la fragile Romania (a sua volta mamma disperata di un popolo che non sa più tracciare i confini del dovuto e del dovere -“Il sistema di valori sarà sempre valido. Ma non qui in Romania” – ). Il medico professionalmente integerrimo, con lievi scantonamenti nella sfera privata, la figlia, giovane, lieve, eterea, su cui proiettare e introiettare i sogni dell’alterità. Sogni che il cielo grigio, le case uguali, i vetri infranti rendono fuori moda, risucchiandoli nel gorgo di una quotidianità plumbea.

Il cinema di Mungiu pone l’individuo di fronte ai dilemmi, inquadrandolo in sospensione tra la necessità di non appesantire una vita di precarietà esistenziale e le conseguenze di quelle azioni che di tale anelito di rinascita si fanno portabandiera. Fino a che punto la visuale del traguardo può consentire la riscrittura del reticolo di regole che ci si è imposti? Fino a che punto il disegnare e designare un nuovo codice comportamentale può scorrere via senza conseguenze? Quale giustificazione morale dare al miserrimo “il fine giustifica i mezzi”? E a quali mezzi si è disposti a ricorrere per una giusta causa, sempre che questa sia effettivamente riconosciuta come tale anche da colui che dovrebbe esserne finale beneficiario?

Un padre, una figlia, appunto. Come la politica indirizzava sulla figlia-nazione i propri sogni devianti, e anzi li imponeva, forte della classica autorità paternalistica che confonde e illude, appassiona e sgonfia, così il padre affettuoso e non padrone può decidere il futuro della figlia-monade e piegare gli avvenimenti al raggiungimento della meta. A volte basta poco, perché la linearità del percorso educativo si frantumi in schegge di non prevedibili novità: una presa di coscienza, un riaffiorare dai precordi del desiderio di essere popolo libero, solo, orfano; oppure (come nella fiction) una pietra che si fa memento della indomabilità del caso e da cui scaturirà un effetto domino che travolgerà ogni coordinata. La sottile arte del compromesso: quella che Mungiu non giudica, lasciando che siano i suoi personaggi a definirne i confini sempre molto labili (ecco la frase già riportata, circa la impossibilità di coltivare senza affanni il sistema di valori in cui credere, in un paese spossato, illuso e presto disilluso, piegato su se stesso, abbandonato a sogni di gloria mai veramente perseguiti) e lasciando alla forza scarna delle immagini il ruolo di controcanto morale, di colonna sonora dell’angoscia (la camera segue spesso le figure da dietro, quasi a volerne scrutare meglio i passi e le non rovinose cadute. Oppure si ferma, senza estasi alcuna, nella registrazione di colloqui – familiari, professionali, sentimentali – di raro e inevitabile grigiore). Non c’è orizzonte plausibile e visibile: l’Inghilterra è un luogo solamente evocato, schermo falso di desideri provinciali; il sole è astro inesistente; l’amore è parlarsi a distanza, oppure incontrarsi per brevi sessioni di sesso senza gioia, o ancora un girarsi di lato di fronte al dipanarsi degli eventi.

In Un padre, una figlia c’è parola (ordinaria, quotidiana, poco letteraria), immagine (vitrea, essenziale, sporca, spesso riflessa), riflessione esistenziale mai urlata, semmai ripiegata negli interstizi di una smaniosa ricerca di simulacri di verità. È cinema che angoscia con levità, che sussurra passioni sotto la cenere, impone interrogativi con la potenza obliqua e trascolorata di una sceneggiatura elementare (e nemmeno troppo originale). Cinema che pare anche leggermente autistico, nella sua costante autoreferenzialità, nell’elevare a poetica un miraggio di evasione che non si ciba di compromessi ma è costretto a farne e richiederne. Ed è tuttavia cinema che avvince e appassiona (e nel finale si apre a una possibile luce, a un lieto fine che resta sospeso in quanto foriero di nuovi e necessari interrogativi), non richiede eccessiva attenzione ma continui punti di domanda.

 

 

Luca Biscontini