Stasera in tv su Rai Movie alle 21,10 Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti

Stasera in tv su Rai Movie alle 21,10 Lo chiamavano Jeeg Robot, un film del 2016 diretto e prodotto da Gabriele Mainetti e scritto da Nicola Guaglianone e Menotti. Il film è un omaggio alla serie manga e anime Jeeg robot d’acciaio di Gō Nagai, di cui riprende alcune tematiche: il titolo, infatti, è un inside joke basato sul fatto che uno dei personaggi principali crede che Hiroshi Shiba, l’eroe della serie, esista nel mondo reale e lo identifica con Enzo, il protagonista. Il film è stato girato prevalentemente a Roma, con un budget di circa 1700000 euro e prodotto da Goon Films in collaborazione con Rai Cinema. Il film è stato riconosciuto come di interesse culturale nazionale dal MiBACT. Il film ha ottenuto nove candidature e vinto due Nastri d’Argento, sedici candidature e vinto sette David di Donatello. In Italia al Box Office Lo chiamavano Jeeg Robot ha incassato 5 milioni di euro. Con Claudio Santamaria, Luca Marinelli, Ilenia Pastorelli, Stefano Ambrogi, Maurizio Tesei, Francesco Formichetti, Daniele Trombetti.

Trama
Enzo Ceccotti entra in contatto con una sostanza radioattiva. A causa di un incidente scopre di avere una forza sovraumana. Ombroso, introverso e chiuso in se stesso, Enzo accoglie il dono dei nuovi poteri come una benedizione per la sua carriera di delinquente. Tutto cambia quando incontra Alessia, convinta che lui sia l’eroe del famoso cartone animato giapponese Jeeg Robot d’acciaio.

Il film rivelazione del 2016 arricchisce il panorama cinematografico italiano di un filone finora assente, quello supereroistico, normalmente prerogativa di altri lidi, magari bagnati dall’oceano e non dal Tirreno. Questione di capitali, senz’altro, e di star superpagate da infilare dentro costumi, reali o digitali, altrimenti ridicoli. Mainetti invece, al suo “insospettabile” esordio, si muove con sicurezza dentro una serie immancabile di cliché, inevitabili in una storia di formazione di un super-personaggio, quali l’antefatto, la presa di coscienza, la consapevolezza e le spinte motivazionali, ma declinati con tocco autoriale unico. Perché un conto è svolazzare o combattere tra i grattacieli di New York o Tokio, un altro a Tor Bella Monaca, dove non passano neanche gli autobus. La sceneggiatura ci descrive quindi un eroe riluttante e dalle aspirazioni limitate, che non siano il proprio personale tornaconto e la sopravvivenza spicciola.

Il campo d’azione è suburbano (Roma è al 90% periferia), quasi pasoliniano, di quella grossolanità paesaggistica (i “tipici” campetti incolti che costeggiano le millenarie arterie capitoline) e di modi, quest’ultima caratteristica specifica del sottoproletariato criminale della capitale: stradaiolo, disperato e violento, dall’organizzazione orizzontale e con pochi pesci grossi. Retroterra sociale, ma soprattutto ambientale, trattato con riguardo e sguardo sicuramente affettuoso, almeno per quanto consentito dall’ottimo estro del direttore della fotografia Michele d’Attanasio, che conferisce alle immagini, con i suoi morbidi colori, un tocco da cartoon giapponese d’antan. Tutti i personaggi anelano comunque la fuga da una realtà immota e raggelante: chi rifugiandosi nell’indifferenza, chi nella voglia di “sfondare” (in qualunque modo) e altri nella fantasia di eroi impavidi e perfidi supercattivi.

Lo chiamavano Jeeg Robot non è un film facile, non è mainstream di routine, non è un classica storia di supereroi. Il lavoro di Mainetti è duro, violento, disperato, il soggetto è il classico pretesto per parlare di altro, delle periferie, del degrado, della fine della speranza. La misantropia del protagonista, annegata fra incomunicabilità e alienazione, riflette i nostri tempi. Così l’azione è il contenitore per puntare alto, in un disegno di crepuscolare caduta nel vuoto che racchiude una visione pessimistica del nostro paese. I personaggi trasmettono questa sofferenza e nel disagio personale riflettono una crisi sociale epocale, in cui la presenza dello straordinario supera i limiti della realtà incapace di risolvere il dramma: la politica.

 

 

Luca Biscontini