Stay still: attenti a quelle due

Sin dalla voce fuori campo dell’incipit, che guida l’audace ma provvisorio e contestabile passaggio dal lavoro di sottrazione all’attitudine ad aggiungere anziché a togliere, Stay still è un mélo che mette molta, forse troppa, carne al fuoco.

Presentato nell’ambito della Festa del Cinema di Roma nell’Ottobre 2019, sugli schermi della sezione Alice nella Città, il film – disponibile in esclusiva sulla piattaforma Miocinema dal 2 all’8 Luglio 2020 e, successivamente, in sala e nelle arene – possiede alcune cauzioni di commerciabilità degne di essere chiarite. La complicità femminile, dai tempi di Fiori d’acciaio fino a Ragazze interrotte, fa cassetta. Tanto più che l’altra componente, benché manieristica, della malattia mentale, che diviene una risorsa sull’esempio ora di Rain man – L’uomo della pioggia ora di Shine, è una garanzia di successo che Robert Downey Jr spiega a Ben Stiller in Tropic Thunder sfiorando l’esacrabile cinismo.

A favore della soglia di sopravvivenza delle pellicole negli ex circuiti principali di sbocco, adesso davvero a rischio, Stay still non potrà spezzare grandi lance. Nondimeno non è da escludere, ripetita iuvant, un riscontro interessante al botteghino, nonostante gli espliciti ostacoli determinati dalle regole sul distanziamento per fronteggiare la pandemia, in virtù innanzitutto del forte senso di déjà-vu. Che, sebbene venga considerato un limite quasi imperdonabile dai falsi esperti convinti d’individuare la differenza tra poesia e il poeticismo in presunti status d’autorialità, rientra nelle cosiddette strategie di riduzione del rischio d’insuccesso contemplate dagli esperti di marketing. La regista Elisa Mishto, laureata in semiotica all’università di Bologna, è un’autrice con la “a” maiuscola, come si suol dire? L’idea di promuovere l’accidia asserita nel prologo a chiare lettere ad accorata forma di protesta contro le mire manipolatorie della società oligarchica è un chiaro rimando a Qualcuno volò sul nido del cuculo di Miloš Forman. Da quest’ottica il carattere d’ingegno creativo latita giacché privilegia la prassi di attingere all’estro altrui col tangibile rischio di cadere nell’impasse dei nani sulle spalle dei giganti. Ad allungare le gambe, preservandone al contempo il peculiare acume, provvede il carattere d’autenticità riscontrabile nell’incontro in ospedale della privilegiata e instabile Julie con l’insicura ed empatica infermiera Agnes. Il desiderio di trasfigurare l’acre realtà, nuda e cruda, scandagliata nel documentario States of Mind, sulla scorta della vena immaginifica dei maestri visionari del grande schermo sembra preservare l’esito dell’operazione dallo spreco di commozione ad appannaggio delle soap opere.

Accostare il diritto alla fantasia impreziosito da una tenuta stilistica in grado d’impreziosire la crudezza oggettiva cara agli alfieri del Neorealismo, con Roberto Rossellini sugli scudi, al bisogno di evadere attraverso il pensiero dei pazienti e delle pazienti borderline rimane, di per sé, un azzardo. Lo scambio di sguardi, catturati tramite i pertugi delle veneziane in alluminio acquista sul piano dell’attesa di un prosieguo colmo di pathos ed eventi toccanti quanto perde sul versante dell’idoneo approfondimento introspettivo. L’egemonia successiva dei toni surreali, con gli esercizi ginnici in slow motion, incapaci comunque di rendere merito all’adagio latino “mens sana in corpore sano”, rispetto all’immediatezza espressiva, gradita al pubblico dai gusti semplici, diviene un’inversione tendenza piuttosto curiosa. Certo non molto coerente. Tipica di chi dà un colpo al cerchio degli stimoli intellettuali e l’altro alla botte del valore di rappresentazione riposto negli ingenui sogni d’evasione. La rapida incursione nell’umor nero, lungi dal penetrare le viscere dell’angoscia di vedere un’atmosfera rassicurante divenire un’aura straniante e imporre la suspense tragicomica a termometro della speranza, cede spazio alla sostanza del vivere. Che raggiunge il diapason nei modesti interni borghesi dove Agnes si prende cura della figlioletta. Spingere le platee, finanche quelle più restie, a tirar fuori il fazzoletto non è sicuramente lo scopo principale dell’ambiziosa Elisa che sciorina una discreta padronanza della macchina da presa sia nella incisiva dinamica del campo/controcampo sia in alcune soggettive rivelatrici.

Le varianti umoristiche, appena accennate, lasciano, invece, a desiderare. Mentre lo scrupoloso ed erudito montaggio incentiva il rapporto tra immagine e immaginazione alternando la messa in scena dei luoghi lussuosi con l’effigie degli spazi angusti. Il nume tutelare alla base dell’accorta trovata pare John Milius nella serie televisiva Roma. Anche se la necessità di rivendicare la consacrazione della finzione, per sfuggire alle grinfie del materialismo, vorrebbe trascendere il calore umano ravvisabile negli elementi ambientali. La freddezza dell’intelligenza, dietro cui si cela la furbizia levantina del richiamo citazionistico, rischia perciò di svilire la vivacità delle performance. A imporsi sono soprattutto le figure di fianco. Specie Giuseppe Battiston, deciso a conquistarsi nuove simpatie parlando per lo più con gli occhi. L’amicizia dell’ereditiera picchiatella e dell’infermiera povera tocca un punto nevralgico nella bellezza del silenzio. Peccato che venga dichiarata esplicitamente dall’invadente voice over. Ma, insomma, Bruno Dumont appartiene a un’altra categoria. L’apprendista autrice non estrae conigli dal cilindro in Stay still. Però nemmeno mena il can per l’aia. Sa toccare le corde giuste quando palesa i pericoli della solitudine orchestrando uno spettacolo di spaventi in attesa della rinascita caldeggiata dai risaputi viaggi iniziatici. La prospettiva di andare in un’altra clinica, a causa dell’incendio doloso che rischiava di mietere vittime innocenti, crea le premesse per il finale catartico che strappa il sorriso. A dispetto delle secche dell’enfasi di circostanza. Ed è un colpo di coda degno di nota.

 

 

Massimiliano Serriello