Un dialogo che tocca il modo in cui si può raccontare l’amore per un figlio senza scivolare nella retorica. La scrittura di Stefano Di Ninni convince per autenticità, anche se la produzione volutamente sobria potrebbe risultare meno incisiva per chi cerca un impatto sonoro più deciso.

Il brano racconta un amore che non ha bisogno di grandi parole. Come lavori sulla scrittura per evitare di scivolare nella retorica quando parli di un tema così delicato come la paternità?
Cerco soprattutto di trovare le parole più adatte ad esprimere le emozioni mettendomi totalmente a nudo. Quindi dando spazio sia a quelle positive che a quelle negative, senza cercare di rispondere alle aspettative del pubblico, ma pensando solo ed esclusivamente a quello che sento io personalmente. Quindi elimino qualsiasi filtro e paletto che potrebbe pararmisi davanti. E poi cerco delle forme di testo poetico che sappiano evocare immagini suggestive nuove e originali. Il tutto ovviamente deve essere accompagnato da delle rime non troppo semplici ma comunque efficaci, in modo da trovare una certa musicalità fonetica, senza che il risultato finale risulti troppo scontato e banale.
Il pezzo mantiene un andamento molto stabile dall’inizio alla fine. Non hai mai sentito il rischio che questa uniformità potesse rendere l’ascolto meno sorprendente, soprattutto per chi arriva da un immaginario rock più energico?
Onestamente no, non ho sentito questo rischio semplicemente perché non sento la necessità o il desiderio di sorprendere l’ascoltatore o di soddisfare le sue aspettative. Scrivo prima di tutto per me stesso, per esprimermi in modo creativo e per dare vita a qualcosa di bello, che piace prima di tutto a me stesso. E a me piace il brano così come l’ho composto. Poi la diffusione avviene per il puro piacere di condividerlo senza nessuna particolare pretesa. Nonostante ovviamente mi faccia molto piacere ricevere feedback positivi. D’altronde per potersi permettere una totale libertà espressiva è necessario considerare serenamente la possibilità che quello che stai facendo possa anche non piacere a qualcuno.
Le tue influenze vanno dal rock degli anni Settanta alla musica classica. In “Nuvola di seta” dove senti di più il peso delle tue radici musicali?
È difficile dare una risposta precisa. Credo che il bagaglio musicale vada ad arricchire il nostro archivio in modo variegato e sotto molteplici aspetti. Ci fa capire dove le nostre orecchie vogliono essere e anche dove non vogliono essere. Ci dà sicuramente infiniti esempi di struttura melodica e ritmica. Ma nella fase compositiva poi non penso più a quello che ho ascoltato. Cerco di seguire l’istinto e di rendermi conto in modo spontaneo quando il punto in cui sono arrivato mi soddisfa.
Qual è l’obiettivo più concreto che ti poni per questa nuova fase della tua carriera, al di là delle visualizzazioni o delle classifiche?
Mi piacerebbe diventare ricco e famoso ed essere apprezzato in tutto il mondo? Certo, ovvio. Immagino che piacerebbe a tutti. Ma tendo ad essere piuttosto realista e non sto divulgando il mio brano spinto da questo tipo di ambizione. Come ho accennato prima, il mio scopo è quello della condivisione. Mi piacerebbe semplicemente che più persone possibili avessero l’opportunità di ascoltare il mio brano con la speranza che possa emozionarle. Poi al resto non ci penso. Sono già abbastanza felice anche solo nel momento in cui riesco a creare qualcosa di bello che mi piace e mi emoziona. Un possibile obbiettivo potrebbe essere quello di trovare altra ispirazione per sfornare altri brani per me altrettanto significativi e intensi.
