Stefano Tallia presenta a Torino il suo “Una volta era un paese”

UNA VOLTA ERA UN PAESE   di Stefano Tallia

(Come bambini nella ex Jugoslavia)

llustrazioni e una testimonianza di Tamara Garcevic

Una sera del 1990, quando cominciò a delinearsi terribilmente la possibilità di una guerra tra Serbia e Croazia, vidi in televisione due grandi amici (uno era serbo e l’altro croato). Il giornalista chiese: “ Se doveste trovarvi su fronti opposti, uno in faccia all’altro, armati: cosa pensate che fareste?”. Uno allargò le braccia come a dire: “Non avrei scelta”; l’altro seppe contenere l’emozione e il pianto.

UNA VOLTA ERA UN PAESE è un libro che si è scritto quasi da sé come evento naturale scaturito dal desiderio di dare forma e fissare sulla carta, anche in modo episodico appunti di viaggio in una terra martoriata dalla guerra. Parliamo di una guerra alle porte di casa nostra:  la terra di Jugoslavia; e parliamo di un  insopprimibile  desiderio di volontariato, da parte di un centinaio di ragazzi, la cui esperienza inizia idealmente nel 2011 nel cortile di un oratorio di Bologna.

Nell’autocoscienza dei contemporanei, il XX secolo è stato con la sua sequela di guerre, dittature, genocidi, il secolo del male. Ed anche il XXI secolo, nonostante le promesse e gli ottimismi della globalizzazione, si è aperto nel segno del male che abbiamo quotidianamente sotto gli occhi. Male fisico come sofferenza, male morale come colpa, male metafisico come privazione di Essere, sono le categorie in cui si proietta il negativo della condizione umana. Come può nascere il male in un corpo sociale ce lo racconta questo libro, a pag. 38, dove leggiamo le poche efficaci parole del noto giornalista Paolo Rumiz:

“Accusare ”il forestiero” (tra virgolette), impedisce di pensare ai nemici interni e assolve la comunità autoctona dall’obbligo morale di interrogarsi sui propri errori.

Dopo aver saccheggiato il paese , la dirigenza post comunista, per non pagare il conto, ha scagliato serbi contro croati, trasferendo sul piano etnico la tensione politica e sociale che altrimenti spazzerebbe via i responsabili della crisi, i ladri e i loro cortigiani.”

Le pagine di queste toccanti pagine che trasudano l’ineffabile forza dell’ Amore, dall’orrore delle vicende in cui s’immerge mi riportano il ricordo della nota ballata di Fabrizio De Andrè. Due soldati nemici che hanno la stessa tristezza nel cuore. Uno dei due (Piero) esita a sparare. Forse s’illude di potersi avvicinare per condividere con l’altro la stessa tristezza e la stessa angoscia. Sappiamo tutti che non fu così.

Questo libro pagina dopo pagina narra un viaggio nel dolore della Jugoslavia di oggi che è poi il dolore universale del mondo che tocca con le guerre le sorgenti del Male, l’odio che ristagna nelle viscere dell’uomo . La Storia ce lo insegna. Chi, con opera di sublime volontariato sostenuto dagli stimoli della coscienza, tenta di ricucire i brandelli dell’umanità deve per necessità entrare ne cuore del male e del dolore.

E’ idea diffusa che sia Dio a decidere ogni evento: anche quelli di minima portata (si dice appunto: “non cade foglia che Dio non voglia”). Ma se viviamo nella convinzione che Dio sia “il Bene”, riusciamo già a malapena ad accettare il dolore che definiremo “comune” in quanto colpisce una gran parte di persone. Ci è invece, problematico accettare casi estremi come quello di una vita spezzata sul nascere o da incomprensibile violenza, come accade assai spesso in un conflitto. Nella mente dell’uomo colpito dal dolore, s’ingenera un grave stato di confusione che porta all’odio cieco.  Il problema, allora, diviene subito quello di darsi una ragione del Male che Dio permette. Il percorso consueto alla nostra mente è quello di non poter sapere quale bene potrà nascere come conseguenza del male cui assistiamo. Ciò presuppone una riconsiderazione del valore individuale che sentiamo subito in subordine al valore collettivo. Da ciò discende pure che noi non siamo i veri fattori del divenire, se non in misura limitata e governata.

Ora, leggendo queste pagine, si capisce che nel cuore di questi volontari c’è il desiderio di una missione.  Una missione che non è mai espressa perché non è facilmente esprimibile ma di eccelsa forza interiore. Tento di darne una definizione:

Aiutare a sopravvivere chi è colpito dal dolore a non cadere nelle tentazioni dell’odio.

Enrico Cocciulillo