Storm boy – Il ragazzo che sapeva volare: il mio amico Percival

Coinvolto anche in qualità di produttore esecutivo, è il vincitore del premio Oscar Geoffrey Rush a figurare tra i protagonisti di Storm boy – Il ragazzo che sapeva volare, tratto dallo stesso libro di Colin Thiele da cui, già nel 1976, Henri Safran e un non accreditato Ian Goddard derivarono Il ragazzo della tempesta.

Un nuovo adattamento in cui l’interprete di Shine ricopre il ruolo di un uomo d’affari di successo ormai in pensione che, grazie alla nipote Morgana Davies andata a chiedergli aiuto su alcune problematiche legate alla tutela del pianeta e dell’ambiente, inizia a rievocare la sua dimenticata infanzia.

Infatti, la quasi ora e quaranta di visione si costruisce attraverso flashback in cui il giovane Rush possiede le fattezze del Finn Little di Quelli che mi vogliono morto, sempre affiancato dal padre lungo una costa isolata e incontaminata dove salva e alleva un pellicano orfano dal nome Mr Percival.

Del resto, come suggerisce la locandina è “Una grande avventura alla scoperta dell’amicizia” quella raccontata in Storm boy – Il ragazzo che sapeva volare, il cui titolo italiano potrebbe erroneamente spingere lo spettatore a pensare si tratti dell’ennesimo film di supereroi a base di adolescente dotato della facoltà proto-Superman di levitare da terra.

Nulla di fantastico, invece, in quanto ci si immerge nelle reali bellezze della natura e dei legami speciali che, a volte, s’instaurano tra essa e gli esseri umani.

Perché sono proprio le scenografie fornite da essa a rivelarsi il piatto forte dell’operazione insieme ai magnifici pellicani immortalati dalla macchina da presa; man mano che non poca importanza viene conferita alle prove sfoggiate dal cast nel tirare in ballo amore, famiglia, perdita, speranza, rispetto, libertà e, soprattutto, un messaggio ecologista.

Anche se bisogna ammettere che, con momento di tensione a base di mare in burrasca incluso nell’evoluzione narrativa, Storm boy – Il ragazzo che sapeva volare riesce probabilmente a conquistare soltanto (o quasi) la fetta di pubblico particolarmente amante degli animali.

In quanto la piuttosto piatta regia di Shawn Seet non fatica a lasciar intuire la sua provenienza dal piccolo schermo… tanto che il risultato finale manifesta proprio i connotati tipici di un lungometraggio da palinsesto pomeridiano estivo.

 

 

Francesco Lomuscio