Sulla giostra: Giorgia Cecere dirige Claudia Gerini e Lucia Sardo

Congiungere il realismo poetico alla geografia emozionale per l’alacre ed eclettica regista e sceneggiatrice salentina Giorgia Cecere vuol dire trarre partito dal profondo senso d’appartenenza in funzione degli stilemi dell’antiretorica. Anteponendo il rigore del lavoro di sottrazione all’enfasi dell’accumulo.

Col previo In un posto bellissimo la scoperta dell’alterità risultava connessa ad Asti, eletta a location rivelatrice del vincolo di sangue e di suolo degli intensi protagonisti sulle note della celebre canzone Ma che freddo fa di Nada.

L’ultima fatica, Sulla giostra, l’esorta piuttosto a connettere il ritorno nella terra natìa a una maggior etica della messa in scena. Lontana, quindi, dalle impennate espressive, dai colpi d’ala della forza immaginifica, dagli scavalcamenti di campo al servizio delle trame enigmatiche. Non vi è, infatti, nulla di particolarmente misterioso, da dover ricorrere a originali ed emblematici punti di ripresa, nella vicenda dell’indaffarata produttrice cinematografica Irene che torna nel paese d’origine in Puglia per persuadere l’anziana e cocciuta governante Ada a sloggiare. Il bisogno di vendere la villa di famiglia, l’egemonia della moralità economica sulla generosa complicità femminile, maturata nella giungla metropolitana dell’Urbe, l’attitudine a preferire i calcoli professionali ai valori sentimentali passano attraverso una costruzione narrativa lineare. Quasi dimessa. Aliena, perciò, ad arzigogoli od orpelli orientati ad afferrare l’anima delle persone per mezzo d’impressioni sensoriali e sovraimpressioni roboanti. Lo stile contegnoso lì per lì sembra incapace di andare oltre una rappresentazione di maniera dei sentimenti attanagliati dal cinico interesse, degli elementi ambientali incanalati nell’ovvia scambievolezza d’interni ed esterni, dell’iniqua supremazia del progresso sulla tradizione. A rimediare al sospetto iniziale d’infeconda freddezza, attribuibile al predominio dei semitoni legati alla ripetitività della consuetudine, provvede l’approdo, palmo a palmo, delle tensioni caratteriali. Dei modi agli antipodi di concepire la vita. Mentre la correlazione oggettiva ed evocativa tra habitat e abitanti ricava poca linfa dalla virtù di far ridere amaramente e di far riflettere ironicamente, ad appannaggio della classica commedia all’italiana, il ricorso all’arguto deep focus, realizzato grazie all’abile fotografia, permette di vederci chiaro. In merito alla giostra dell’esistenza.

Le riprese in interni, con la villa dei ricordi d’infanzia confinata dapprincipio agli occhi della donna d’affari dalla buccia indurita al mero spazio di felice memoria, sciorinano un insospettabile dinamismo dell’azione. Con la tensione tra le due figure muliebri con la “capa tosta” che si taglia col coltello. Scongiurando pertanto il rischio della noia di piombo che avrebbe mandato a carte quarantotto l’apprezzabile proposito d’imprimere all’altalena degli stati d’animo, e al bisogno di stabilizzarla, l’afflato intimo dell’opportuna levità. Il paesaggio ascetico tarda, viceversa, ad arrivare al nocciolo e a chiudere, dunque, l’implicito cerchio. L’inevitabile richiamo del mare, le suggestive insenature sull’Adriatico, gli specchi d’acqua limpida ed empatica, le rocce, i vicoli di pietra dei borghi, che ne rispecchiano la storia millenaria, cedono per diverso tempo la ribalta al giardino domestico. Dal quale il negletto gattino, vista la mal parata, prende congedo.  L’ansia di ritrovarlo, di risolvere l’arduo contenzioso con Ada, salvando capra e cavoli, il nodo alla gola trattenuto a stento, la testa spesso tra le nuvole, dinanzi alla reiterazione quotidiana dei medesimi gesti a opera della rivale che l’aveva accudita quand’era piccola, paiono spingere l’ormai stremata Irene a sbattere la testa contro il muro. L’attaccamento a quelle pareti, alle stanze, alla cucina, teatro in filigrana dei manicaretti preparati con zelo ed energia costante, non cade mai nella monotonia di chi ripete sempre la stessa solfa. Bensì tiene gli spettatori sul pezzo. All’erta. L’irrompere progressivo dell’appello panteistico, sottinteso in precedenza dalla taciuta passione per la pesca e per le immersioni d’inverno del sensibile agente immobiliare, insieme all’effigie delle vie strette, rivestite di lastre di pietra, con alcuni angeli sfasati ed eccentrici intenti a calpestarle giorno per giorno, come l’anziano Donato che trascende l’inane bozzettismo dei riempitivi aggiunti, non serve dunque ad allungare il brodo.

Ma, al contrario, alza il tiro all’intera vicenda. Impreziosita ulteriormente dalle effusioni romantiche dell’imberbe figlio di Ada, giunto da Roma per dire addio al luogo identitario, con la simpatica estetista decisa a mantenere in forma l’attempata Ada. Ghermita dal tenero corteggiamento di un ruspante operaio che le rammenta i trascorsi giovanili da mago. In alternativa ai giochi di prestigio Giorgia Cecere emana il calore di verità. Garantito dall’arrivo dell’ex marito di Irene. Che Paolo Sassanelli, barese in trasferta, a un tiro di schioppo dall’antagonista Lecce, interpreta rinunciando a qualsivoglia timbro vernacolare. Sulla scorta di una classe recitativa messa al servizio del garbo, della nobile rinuncia, dell’attenzione sincera riposta nei riguardi degli aforismi filosofici di Donato. Lo spasso satirico persuade meno del saggio rifiuto delle scene ad effetto. La dolcezza, eletta ad antidoto contro il fiele dell’egoismo, prevale sul trito piglio canzonatorio. Verniciato di fresco. La voglia finale di prendere sul serio lo sbaraglio, il riscatto della fiaba gentile, gli sguardi interrogativi inscritti nell’intelligente cura dei pur minimi dettagli, anziché prenderli in giro, permette all’aroma dell’equa conquista morale di sopperire all’assenza d’una briosa inventiva. Claudia Gerini nelle vesti all’inizio respingenti della ricreduta Irene, che si barcamena in zone d’ombra e di luce invece di proseguire ad abbaiare alla luna, fornisce una prova a tratti persino epidermica. Lucia Sardo (Ada) replica rendendo straordinari i soliti sorrisi sotto i baffi e il rito scaramantico scandito per non rimanere in balia della tempesta. Gli atipici fuochi d’artificio finali, diametralmente opposti alle girandole pirotecniche dei blockbuster sulla cresta dell’onda, cementano la fiera antispettacolarità. Sulla giostra lascia così il segno dello spirito operante e della sosta avvertita col cuore stretto.

 

 

Massimiliano Serriello