Summer survivors: picchiatelli ed eroine per caso

Summer survivors, degno rappresentante del cinema lituano, segue il percorso compiuto tempo addietro da gloriosi antesignani. Sin dall’epoca, infatti, di Qualcuno volò sul nido del cuculo – capolavoro assoluto dei fecondi anni Settanta in grado di conquistare i cinque Oscar più ambìti (miglior film, miglior regista, miglior attore protagonista, miglior attrice protagonista, miglior sceneggiatura non originale) come Accadde una notte otto lustri prima e Il silenzio degli innocenti ventisei primavere dopo – le parabole sulle persone bruciate dal fuoco della malattia mentale vanno per la maggiore.

Il termine picchiatelli, caro al canzonatorio ma carismatico Jack Nicholson alias Randalph McMurphy in Qualcuno volò sul nido del cuculo, rappresenta un ottimo antidoto contro l’enfasi di maniera. Dietro la macchina da presa l’esordiente Marija Kavtaradze, seppur decisamente priva dell’impareggiabile acume del compianto Maestro cecoslovacco Miloš Forman in combutta con l’istrionico Jack, scongiura i rischi connessi ai colpi d’ariete dell’inane retorica.

L’ausilio della geografia emozionale, contemplata ex ante nella fase di sceneggiatura ed evidenziata in itinere col viaggio dalla capitale dell’indifferente Lituania alle vagheggiate dune di sabbia della costa, dà il benservito pure all’incognita del mero vedutismo. Il passaggio, quindi, dall’approccio superficiale dell’inidoneo “vedere” alla profonda variante dell’opportuno “guardare”, per scoperchiare l’emblematica alterità, ovviamente destinata a divenire familiare, non riserva certo troppe sorprese; nondimeno la sopravvivenza all’estate presente nel titolo rifugge dalle banalità che impediscono al territorio eletto a location di apporre al racconto il legittimo valore di rappresentazione. L’incipit di Summer survivors guadagna sotto l’aspetto evocativo quanto perde in suspense pura. L’avventizia Marija, forte del copione di ferro e dell’esperienza maturata in veste di screenplayer dalle idee chiare, antepone all’ormai vetusta insicurezza, trasformata in ragione di spettacolo dai volponi della Settima arte, il rigore strutturale delle opere bergmaniane. L’azzardo di buttarsi in avanti, col tangibile rischio di cadere all’indietro, è premiato dall’efficace interazione tra interni ed esterni. Le contraddizioni dell’inesperta psicologa Indre, che all’inizio preferisce mettersi in luce anziché stabilire un rapporto empatico coi pazienti schiavi delle continue oscillazioni dell’umore, rientrano nell’altalena di scoramento ed euforia riverberata altresì dall’apprezzabile cura dei dettagli. Ed ergo delle imprescindibili sfumature. L’egemonia sui soliti accenti traballa nella sequenza del campo di pallacanestro, dove la mestizia cede spazio ai teneri barlumi dello scanzonato agonismo, che richiama in modo piuttosto evidente al bisogno di spensieratezza trasformato in grido di battaglia dall’indomito McMurphy nell’inobliabile Qualcuno volò sul nido del cuculo.

Lo scoglio dell’infertile copia e incolla, autogol dei proseliti avvezzi ad attingere solo ed esclusivamente all’altrui ingegno, è superato grazie al tocco personale degli intensi timbri introspettivi congiunti a quelli figurativi garantiti dall’attenta fotografia. Il tragitto compiuto dalla refrattaria Indre insieme ai maniaci-depressivi Paulius e Juste trae linfa da Il viaggio dell’eroe di Christopher Vogler. Ed è lì che si confermano i limiti come regista dell’autrice per caso e in parallelo la sua destrezza nel redigere plot colmi di echi mitopoietici. L’implicita mitopoiesi, che conferisce alla crudezza oggettiva un surplus fiabesco capace di accendere desideri sopiti e persino il miraggio dell’affermazione del negletto spirito sulla favorita materia, assume lo spessore del risolutore cavallo di battaglia. Il tallone d’Achille costituito dalle arcinote cadenze del dramedy, con le assidue boccacce e le variopinte pillole tracannate rigorosamente a orario, in automobile, lungo l’itinerario scandito dai banali suoni diegetici ed extradiegetici, sembra invece comprometterne l’esito. Tuttavia l’analisi degli stati d’animo frammisti ai paesaggi meditativi che sfrecciano dal finestrino della vettura agiscono da civetta per la degna inversione di tendenza. L’imbarazzo di alcune situazioni, nelle quali il lampante modello neorealista si erge a insito nume tutelare per sconfiggere l’incubo della piega inappellabile, tiene in allerta gli spettatori stufi degli action movies muscolari e vuoti. Il pubblico allergico alle opere di pensiero troverà al contrario terribilmente noioso il frutto dell’ampio ed esaustivo esame umanistico.

La concretissima utopia caldeggiata dal nostro Marco Lombardo Radice, ispirando Il grande cocomero di Francesca Archibugi, prende, viceversa, piede con piena convinzione. L’inevitabile monotonia, dovuta al titanico sforzo di lenire con l’ausilio del pathos e dello scandaglio intellettuale l’irreparabile miseria affidata all’algida tecnica terapeutica colpevole di convincere i malati di mente ad autoregolare le risposte fisiologiche fuori controllo, viene compensata in zona Cesarini dall’inatteso dono della semplicità. L’insolito mutamento di rotta, che presiede al valore drammatico dei primi piani rivelatori, inclini sul finale ad andare oltre gli schemi dell’indagine comportamentistica a corto d’estro, giova all’assunto. Il rimando in filigrana ad Arma letale, col contatto umano del poliziotto votato al suicidio – redento dalla schietta umanità della famiglia Cesaroni ante litteram dell’ironico collega – che rende superflua ogni terapia d’urto, scalda il cuore. In tal modo Summer survivors, impreziosito dalle sequenze di canto che consentono al timido Paulius di rompere il ghiaccio e all’immusonita Juste di farne tesoro, esce dal bozzolo dell’ovvietà. Sopravvivere all’estate calda, se non arida, col dominio del cervello sui sentimenti, trattenuti per timidezza e per paura, era, in effetti, un’impresa a dir poco impossibile. L’inaspettata possibilità, scandita al dunque dalla rara bellezza del silenzio, celebra al meglio il piglio sobrio ed essenziale del lavoro di sottrazione. E chiude il cerchio donando alla freschezza dell’immagine la virtù di seguire tangibilmente lo slancio poetico dettato dagli elementi costitutivi dell’immaginazione.

 

 

Massimiliano Serriello