Daniele Gonciaruk ritorna al Taormina Film Festival con il suo nuovo documentario “Fango”, in concorso nella sezione “Sguardi di Sicilia” e premiato con la Menzione Speciale della Giuria Giovani”. Questa opera, presentata in anteprima nazionale, offre un’immersione profonda in una delle più devastanti tragedie naturali della Sicilia: l’alluvione del 1° ottobre 2009 che colpì il villaggio di Giampilieri, causando 37 vittime. Gonciaruk, noto per le sue precedenti opere cinematografiche e teatrali, intreccia abilmente testimonianze e immagini d’archivio per raccontare la storia di una comunità segnata da eventi drammatici. Attraverso suoni autentici e voci spezzate dei sopravvissuti, il documentario non si limita a ricostruire i fatti, ma esplora la fragilità umana di fronte alla potenza della natura. “Fango” rappresenta non solo un viaggio nel passato, ma un invito alla riflessione sul rapporto tra uomo e territorio, lasciando che siano le immagini, i suoni e le emozioni a guidare il racconto.

INTERVISTA A DANIELE GONCIARUK

Cosa significa per Lei tornare al Taormina Film Festival con “Fango”, considerando che qui ha debuttato come regista nel 2012?

Tornare a Taormina ha per me un valore che va oltre la semplice partecipazione a un festival. Nel 2012 ho avuto qui il mio debutto come regista e, in un certo senso, è stato uno dei primi momenti in cui ho sentito di poter raccontare il mondo attraverso il cinema. Ritornarci oggi con Fango significa chiudere idealmente un cerchio, ma anche aprirne un altro. Nel frattempo sono cambiate molte cose: è cambiato il mio modo di guardare il cinema, di raccontare le storie e, forse, anche di osservare la realtà. Fango è un’opera molto diversa da quelle che avrei potuto realizzare allora. È un lavoro più maturo, nato da un lungo tempo di sedimentazione, che non cerca risposte ma prova a conservare una memoria.

Essere nuovamente a Taormina con questo lavoro ha quindi anche un valore simbolico: significa tornare nel luogo dove un percorso è iniziato, portando con sé tutto ciò che quel percorso ha insegnato.

Nel Suo documentario “Fango”, intreccia passato e presente attraverso testimonianze e immagini. Come ha affrontato il processo di selezione e integrazione di queste varie fonti di materiale?

La parte più difficile non è stata trovare il materiale, ma decidere cosa lasciare fuori. Avevo a disposizione molte immagini e molte testimonianze, ma ho capito fin dall’inizio che non volevo costruire un documentario cronologico o di ricostruzione. Mi interessava piuttosto creare un dialogo tra il passato e il presente, lasciando che fossero le immagini, i suoni originali e le voci dei sopravvissuti a parlarsi reciprocamente. Ho cercato di sottrarre più che aggiungere. Ogni elemento doveva essere necessario. Per questo motivo ho rinunciato a molte immagini anche molto forti, perché rischiavano di spiegare troppo o di trasformare il dolore in spettacolo. Credo che il cinema documentario debba avere anche il coraggio del silenzio. A volte è proprio ciò che non si mostra a permettere allo spettatore di entrare davvero nella storia. Quelle immagini non sono soltanto un archivio. Sono il ricordo di un ragazzo che, con una telecamera in mano, cercava di capire ciò che stava accadendo intorno a lui. Per diciassette anni sono rimaste in silenzio. Forse avevano semplicemente bisogno di aspettare il tempo giusto per raccontare quella storia.

Ha dichiarato che la natura torna sempre a reclamare il proprio spazio, svelando la fragilità delle costruzioni umane. Come spera che questo messaggio venga recepito dal pubblico?

Spero innanzitutto che non venga percepito come un messaggio di rassegnazione. La natura non è un nemico da combattere, ma una realtà con cui siamo chiamati a convivere. Molto spesso siamo noi a dimenticarcene, costruendo come se tutto fosse immutabile. Fango racconta una tragedia precisa, quella di Giampilieri, ma parla anche di qualcosa che riguarda tutti noi. Negli ultimi anni abbiamo assistito a eventi simili in tante parti d’Italia e del mondo. Per questo il film non guarda solo al passato: invita a riflettere sul presente e sul futuro. Se lo spettatore uscirà dalla sala con una maggiore consapevolezza del rapporto tra uomo, territorio e memoria, allora il film avrà raggiunto il suo scopo.

Le voci dei sopravvissuti e le immagini originali giocano un ruolo centrale in “Fango”. Come ha gestito le emozioni e le responsabilità legate alla rappresentazione di una tragedia così profonda?

Con molto rispetto e, soprattutto, con il dubbio di chi sa di muoversi dentro una memoria che non gli appartiene completamente. Quelle immagini le ho girate io, ma il dolore raccontato appartiene a un’intera comunità. Per questo ho sentito una grande responsabilità fin dall’inizio. Non volevo realizzare un film che cercasse di emozionare lo spettatore attraverso la tragedia. Sarebbe stato troppo facile. Ho preferito lasciare spazio ai luoghi, ai silenzi e alle parole di chi quella notte l’ha vissuta davvero.Credo che il documentario debba accompagnare lo spettatore, non guidarlo. Deve creare le condizioni perché ciascuno possa costruire una propria riflessione, senza imporre una lettura. Se c’è un’emozione che ho cercato di trasmettere non è tanto il dolore, quanto la dignità. La dignità delle persone che hanno perso tutto e che, nonostante questo, hanno trovato la forza di ricominciare

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