Supereroi: gli incastri temporali di Paolo Genovese

Premiatissimo, ed elogiato ben oltre gli effettivi meriti, con Perfetti sconosciuti – in grado d’invertire la tendenza per cui sono le imprese di produzione nostrane a realizzare i remake dei film internazionali di grande successo, americani ed europei per lo più, non certo africani, brasiliani, argentini o messicani benché bellissimi, ma privi dell’appeal necessario a raccogliere presso il box office la fidelizzazione creata dalla struttura narrativa e dai personaggi avvezzi ai colpi di gomito – il regista capitolino Paolo Genovese riesce ora in Supereroi ad anteporre l’urgenza espressiva dell’autorialità ai segni d’ammicco delle strategie commerciali?

La rivoluzione della consecutio temporum con cui Sergio Leone trasformò C’era una volta in America da prevedibile gangster movie a film monumentale ma anche sanguigno ed empatico – capace sia di rielaborare i ricordi da ragazzo di strada lungo i vicoli trasteverini nel quartiere ebraico di New York sia di conferire all’implicito apologo sul rimpianto in merito a quello che sarebbe potuto essere il passaggio all’età adulta e invece non è stato la forza significante dell’elegia sentimentale estranea all’enfasi di maniera – è un mezzo. Che Paolo Genovese adotta in Supereroi per esprimere il suo punto di vista sul mondo. O per lo meno su un aspetto fondamentale del mondo che lo circonda. Non quello che gli hanno raccontato o che ha letto sui libri. Senza averlo conosciuto e praticato de visu. Da vicino, insomma.

Supereroi è il titolo del libro che Paolo Genovese ha scritto per dire la sua su cosa vuol dire possedere un coraggio da condottieri. Da guerrieri duri nella lotta però leali nell’animo. Nel cuore. Da preferire al cervello. Nello spirito. Che in teoria dovrebbe mandare all’aria la materia. Intesa al pari dei soldi, degli interessi, dell’opportunismo. L’opportunità, cosa ben diversa, come l’umiltà lo è rispetto all’umiliazione, gli autori con la “a” maiuscola sanno coglierla al volo. Ed è così che si differenziano dai falsi autori. Osannati per aver raccontato una realtà a loro estranea senza nemmeno trasfigurarla sulla scorta del carattere d’ingegno creativo innescato dalla molla dell’esperienza e della reminiscenza. Sino ad adesso l’opera più convincente per il grande schermo Paolo Genovese l’ha realizzata all’esordio girando in tandem con Luca Miniero la spassosa, visionaria ed epidermica commedia all’italiana Incantesimo napoletano. Il talento di far riflettere ironicamente e di far ridere amaramente sull’altalena degli stati d’animo delle classi popolari, in attesa del miracolo (tipo Massimo Troisi in Ricomincio da tre) o in cerca dell’antidoto contro la malasorte, sembra aver abbandonato Paolo Genovese. Forse non gli è mai appartenuto: lì c’era lo zampino del collega partenopeo Luca Miniero che con il remake del film francese Giù al nord, Benvenuti al sud, ha confermato l’attitudine. Se non altro per gli aspetti riguardanti il modus vivendi della gente cilentana. Aliena, nella saggezza plebea, di stampo contadino, tanto agli usi e i costumi della Francia settentrionale, comunque degna di nota ed ergo d’approfondimento in chiave “malincomica”, quanto, in modo totale, agli spasimi della borghesia. Dei radical chic, degli yuppies fuori tempo massimo, degli individui inseriti nel mondo del lavoro per quello che fanno col cervello. E non col classico sudore della fronte. Con la fatica fisica degli operai. Degli antennisti. Dei muratori. Dei contadini. Dei pescatori. Come i protagonisti di Incantesimo napoletano. Al di là dell’orientamento ideologico. Paolo Genovese il mondo borghese, dei professori, degli sceneggiatori, dei dottori, dei disegnatori, lo conosce bene.

Non è tuttavia automatico che lo sappia raccontare altrettanto bene attraverso la scrittura per immagini. Al contrario di Perfetti sconosciuti, realizzato più col cervello che col cuore, in Supereroi l’inversione di tendenza già basterebbe a registrare uno sforzo meritevole profuso nel preferire il sentimento. Gli incastri temporali non gli servono quindi per acquisire patenti di nobiltà e d’autorialità. Bensì per raggiungere il diapason. Con la ricerca del tempo perduto di una coppia borghese. Inquadrata in due fasi distinte. A distanza di dieci anni. Con gli ottimi raccordi del montaggio alternato. Dei match-cut visivi e sonori. Che Paolo Genovese non delega in subappalto. Ed è un altro piccolo, indicativo sigillo d’autore. Alessandro Borghi, passando dai ruoli da ragazzaccio di strada alla parte del ninnolo da salotto che sfodera il coraggio affrontando le difficoltà dell’esistenza giorno per giorno, risulta poco convincente. Anche se nella vita quotidiana il personaggio gli somiglia molto di più dell’Aureliano Adani di Suburra. Borghi è un attore che lavora meglio sui personaggi distanti da lui: la supercoscienza del ruolo, tipica del Metodo d’immedesimazione dell’Actors Studio (per fare un esempio importante) prevale nelle prove dell’ambizioso e avvenente Alessandro sulla reminiscenza. Sui punti d’inserzione col personaggio da interpretare: un professore di fisica convinto di conoscere la differenza tra casualità e destino. Costretto dall’imprevisto più doloroso a comprendere il peso esercitato dall’imprevedibilità sulle certezze del cervello. La simpatica e bella Jasmine Trinca, al contrario, è perfettamente in parte: la fumettista ironica, autoironica, con la battuta in canna, irrisolta sul piano sentimentale, che ce l’ha con la madre intellettuale, cabarettista, progressista, colpevole di non averle trasmesso i valori ereditati dalla tradizione, le calza come un guanto. Jasmine Trinca lavora meglio sui personaggi che le somigliano. Anche in Fortunata di Sergio Castellitto, sia pure nel ruolo di una borgatara accostabile per alcuni versi ad Anna Magnani in Mamma Roma, emergeva il valore aggiunto garantito dal carattere d’autenticità. Jasmine è cresciuta a Testaccio: sa come parla, agisce chi pratica l’università della strada; conosce inoltre l’università, l’alta densità lessicale della lingua colta. E il trait d’union è la speranza. Che anima i suoi personaggi, dalla parrucchiera di Fortunata alla vignettista di Supereroi, prendendo le debite distanze dai luoghi comuni sul sarcasmo, sull’aggressività verbale, sul disincanto delle borgatare romane nonché sui radical chic. Siano essi ed esse romani(e), milanesi, pugliesi. Poco importa.

Ha notevole importanza invece il ricorso alla geografia emozionale. Perché serve ad andare oltre i deleteri e superficiali luoghi comuni. Per mettere in luce gli opportuni (non opportunisti) e profondi luoghi dell’anima. Che riflettono il turbinio degli stati d’animo. E talvolta condizionano – attraverso la potenza dell’invisibile, di ciò in pratica che è connesso in filigrana all’interazione tra habitat ed esseri umani – i modi d’agire e di reagire alle difficoltà. All’orrore del dolore. Che mette a dura prova l’amore. Già provato dalla morsa dell’insicurezza, dalla brama dell’iperbole, dall’egocentrismo, dall’edonismo. Per cui i legami di sangue e di suolo rappresentano un’altra sorta di antidoto. In tal senso la Milano mostrata andando avanti e indietro nel tempo da Paolo Genovese è profondamente sentita. Nonostante il passaggio un po’ schematico dai Navigli – paragonabili a Trastevere vista attraverso l’ottica borghese anziché lo sguardo visionario di Sergio Leone avvezzo al mito dell’amicizia virile nella ressa delle strade care pure a Pasolini – alla piazza pedonale della sopraelevata, piena di ristoranti, Paolo Genovese dimostra di conoscere bene Milano. E di amarla. Chapaeu, quindi: i risultati si vedono. In particolare nell’interazione tra interni borghesi ed esterni. Talora stranianti. Come accade durante una carnevalata all’aperto. Con l’arguta ed emblematica inquadratura della gente con la maschera di Captain America mentre la supereroina affronta la tegola comportata dalla caducità della vita. Gli altri luoghi, Ponza, Marrakesh e Copenaghen per lavoro, rappresentano l’evasione. Alle soglie dell’esotico. Della riflessione lontano da casa. L’effigie appare fugace ed esornativa. A dispetto dell’attitudine a scrivere con la luce che conferisce maggior smalto formale. La ricerca del tempo perduto di Supereroi premia i contenuti. Forse c’è troppa musica. Troppe canzoni a palla. Troppe modalità esplicative. Non ce ne sarebbe stato bisogno: le immagini parlano chiare. Genovese trae partito pure da Truffaut e Hitchcock. Come in Perfetti sconosciuti. Ma senza pagare dazio ad alcuna formula ed espediente: il cuore ha la meglio.

 

 

Massimiliano Serriello