Il cagnolino svolazzante Krypto è uno dei principali elementi che suggeriscono il collegamento tra il Superman diretto nel 2025 da James Gunn e Supergirl, seconda trasposizione cinematografica del personaggio dei fumetti DC Comics creato a fine anni Cinquanta da Otto Binder e Al Plastino.
Seconda trasposizione – sorvolando su serie televisive e apparizioni in altre non dedicate principalmente a lei – dopo il Supergirl – La ragazza d’acciaio di Jeannot Szwarc, risalente al 1984 e che, con il volto di Helen Slater, la vide impegnata a fronteggiare una diabolica strega dai connotati di Faye Dunaway.

Qui, con il citato Gunn alla sola produzione e il Clark Kent del suo film che, interpretato da David Corenswet, troviamo soltanto in brevi apparizioni, la Kara Zor-El cugina di colui che abbiamo imparato a conoscere anche come Nembo Kid finisce coinvolta in una vicenda completamente diversa, interpretata dalla Milly Alcock che i seguaci del piccolo schermo conoscono per House of the Dragon. Infatti, sotto la regia del Craig Gillespie cui dobbiamo, tra gli altri, Fright night – Il vampiro della porta accanto e Tonya, finisce per essere affiancata dalla tredicenne Ruthye alias Eve Ridley, la cui famiglia è stata sterminata da Krem delle Colline Gialle, incarnato da Matthias Schoenaerts e che setaccia i pianeti in cerca di armi e tecnologia. Da un lato, dunque, abbiamo la giovane determinata ad attuare la propria vendetta, dall’altro, con Krypto oltretutto ammalatosi, il progressivo rafforzamento del legame tra lei e Kara, pronta ovviamente ad indossare il mantello riportante la storica “S”. Ma la principale variante che distingue questo Supergirl dalle precedenti avventure targate DC è l’ambientazione interplanetaria, in quanto si cerca di portare la storia in un universo che va al di là del mondo simil-terrestre proposto negli anni attraverso Metropolis e derivati. Un’ambientazione quasi interamente spaziale, dunque, che tira in ballo, nel mucchio, anche i pirati tecnologici conosciuti come Predoni Sklariani, il loro ragno Robotico che scansiona i bersagli alla ricerca di potenziale bottino e, non ultimo, il cacciatore di taglie spaziale Lobo, cui concede anima e corpo un Jason Momoa dal look che sembra un mix tra un componente della rock band dei Kiss, Hordak dei giocattoli Masters of the universe e, soprattutto, il John Travolta di Battaglia per la Terra.

Un’ambientazione che, complice il ricorso a varia effettistica animatronica unita all’immancabile tripudio di CGI, richiama sicuramente look e scenografie del franchise Star wars, anche se, considerando la presenza di Gunn, sarebbe forse più giusto pensare alla sua trilogia Guardiani della Galassia. Un’ambientazione che lascerà probabilmente soddisfatti i fan del fumetto e la fetta di pubblico nerd cui è rivolta inoltre in maniera principale la tipologia di ironia inclusa nel film, ma che, come già avvenuto per altri cinecomic sfornati nel terzo millennio, priva l’operazione del sempreverde fascino trasmesso nel mostrare paladini della giustizia dotati di super poteri impegnati a difendere gli esseri umani da villain sì malvagi, però altrettanto umani, che fossero Lex Luthor o Joker. Un fascino dovuto senza dubbio al fatto che gli spettatori avevano così modo di immedesimarsi maggiormente in un racconto per immagini dal contesto a loro familiare e che sembra essere andato a perdersi sempre più con il dilagare della tendenza all’intrattenimento virtuale e, perché no, dell’Intelligenza Artificiale. Quindi, sebbene altamente movimentato e ricco di azione a suon di scontri corpo a corpo ed esplosioni, il Supergirl 2026 non riesce in alcun modo ad emozionare… e al talentuoso Gillespie, che aggiunge anche leggeri picchi di horror e che pare omaggiare La mosca di David Cronenberg nella sequenza del braccio di ferro, non rimane altro da fare che limitarsi a portare in fotogrammi nella maniera più professionale possibile quanto gli ha scritto in sceneggiatura Ana Nogueira.
