Mi capita, ahimè sovente, soprattutto con le ultime produzioni, di approcciarmi ad un horror con altissime aspettative, perché ne sento parlare molto bene, in alcuni casi addirittura presentandolo come film dell’anno, e rimanere, puntualmente, delusa. Questo è il caso del film di cui voglio parlarvi oggi, che non è certo brutto, ci mancherebbe, ma che io non sono riuscita a trovare né così sensazionale né tantomeno così spaventoso come lo presentavano. Sarà che per me la paura deve essere qualcosa che si insinua sotto pelle, mentre questo mi è sembrato un bel teen horror pieno di sangue ed emozioni forti a buon mercato, che può far anche chiudere gli occhi, ma alla fine, per lo meno a me, ha lasciato ben poco. Sto parlando dell’australiano Talk to Me, classe 2022, primo lungometraggio dei registi e youtuber Danny e Michael Philippou, due gemelli di Adelaide, capitale dello stato dell’Australia Meridionale, dove ambientano il loro film. Per essere un’opera prima di due youtuber che si sono sempre occupati di cortometraggi horror-comedy, Talk to Me non è affatto un esperimento mal riuscito, ma, nel mio caso, ha pagato lo scotto di una pubblicità eccessiva per quello che in effetti è, che lo ha portato presto, non ne capisco il motivo, ad essere osannato da pubblico e critica di tutto il mondo.

Il film si apre indubbiamente col botto: un giovane, Cole, arriva ad una festa alla ricerca del fratello Duckett che è chiuso in una camera e straparla. Riuscito a farlo uscire, Cole tenta di portarlo a casa ma il fratello lo accoltella e, con la medesima arma, si uccide. Il focus si sposta poi su Mia, adolescente che vive col papà, avendo perso la mamma due anni prima, probabilmente a seguito di un suicidio che la ragazza non riesce ad accettare. È molto legata ai fratelli Jade e Riley, che vivono con l’inquieta madre Sue. Una sera Mia, Jade e Riley si recano ad una festa a casa di Joss, dove l’attrazione principale è una mano di ceramica che sembra fosse appartenuta ad una medium, e che avrebbe il potere di attirare i morti facendoli comunicare coi vivi, una sorta di seduta spiritica in solitaria, per intendersi. Mia decide di sottoporsi al gioco, e da quel momento in avanti, per i tre amici, le cose non saranno più le stesse.
Presentato in anteprima a Cannes nel 2022, Talk to Me è stato vietato, probabilmente per l’alto contenuto di scene disturbanti e violente, prima ai minori di 18 anni, e successivamente, dopo il ricorso della casa di produzione, ai minori di 14. In effetti la parte gore e sensazionalistica ha un ruolo di primaria importanza nel film, come si evince già dalla primissima scena di Cole e Duckett, che lascia sinceramente sbigottiti dalla repentina violenza che non ci si aspetterebbe subito in apertura, a mio parere fin quasi eccessiva nella sua brutalità. La brutalità, del resto, sembra essere un elemento chiave che contraddistingue tutto il film, che a tratti, come atmosfere, mi ha ricordato lo splendido Hereditary di Ari Aster del 2018, dal quale, tuttavia, si distacca abbastanza alla svelta. Per quanto i presupposti possano essere interessanti, non c’è nulla di viscerale o di particolarmente artistico in Talk to Me, che si riduce ad essere un buon teen horror, girato ed interpretato con maestria, ma poco di più.

Oltre alle scene gore molto ben realizzate, un plauso va fatto sicuramente al comparto del make-up, che è davvero sensazionale. Certo, qualche effetto realizzato in CGI c’è e si vede, ma c’è anche tanto bel trucco prostetico realizzato artigianalmente con mano d’artista. Alcune scene sono rese disturbanti più dalla presenza di questi mostri/spettri nauseabondi che dai fiumi di sangue o dagli occhi estirpati che pur abbondano e riescono a fare il loro effetto. Qualche jumpscare ben piazzato c’è, ma fortunatamente i due registi hanno preferito non abusarne, facendo una scelta più che saggia, per distinguere il loro film dal filone anglofono dei teen horror post duemila, che sul salto sulla poltrona ha fondato la sua poetica.
Il tema è anche insolitamente serio, i protagonisti non sono tutti degli imbecillotti, e, soprattutto Mia mostra una sensibilità non comune a quella età, probabilmente indotta dalla perdita prematura della madre. Tuttavia, come si sa, “ingannevole è il cuore più di ogni cosa”, e la ragazza si fiderà troppo di ciò in cui vuole credere, perdendo di vista quelli che sono i suoi veri affetti e le certezze sulle quali può contare. Devo dire molto brava l’attrice che la interpreta, Sophie Wilde, davvero profonda e credibile nell’esternare il suo dolore, che, per la sua eccellente performance, si è aggiudicata il premio AACTA come migliore attrice protagonista, conferitole dall’Australian Academy of Cinema and Television Arts. Questo è il suo primo ruolo in un lungometraggio, e mi sa, quindi, che sentiremo ancora parlare di lei. Gli altri attori teen sono tutti più o meno di buon livello, ma nessuno si distingue particolarmente. Nel ruolo della mamma di Jade e Riley troviamo l’unico nome noto di questa pellicola, l’australiana Miranda Otto, che ha raggiunto la notorietà mondiale interpretando la principessa Éowyn nella trilogia di Peter Jackson Il Signore degli Anelli. L’attrice sembra aver sviluppato ultimamente una vera e propria predisposizione per il ruolo di mamma i cui figli hanno svariati problemi, che interpreta, ad esempio, in Annabelle 2: Creation di David F. Sandberg (2017), in The Silence di John R. Leonetti (2019), in Downhill di Nat Faxon e Jim Rash (2020) ed, ovviamente, qui.

Insomma, l’idea di partenza di questo Talk to Me, che possiamo farci possedere dai morti a nostro piacimento quando vogliamo, e liberarcene con uno schiocco di dita, era sicuramente interessante, ma lo svolgimento da teen horror, che tiene sullo sfondo le tematiche più sensibili, ed il finale, che ricorda molto quello di Obbligo o Verità di Jeff Wadlow (2018), non mi hanno certo fatto urlare al capolavoro, come invece ho sentito in giro. Tuttavia devo riconoscere di essere una sorta di mosca bianca, infatti il film ha avuto un successo così inaspettato che gli stessi registi avrebbero affermato di star già lavorando ad un secondo capitolo, che dovrebbe, però, essere un prequel, e approfondire le vicende del ragazzo che vediamo uccidersi all’inizio, Duckett.
Certo, con varie chiavi di lettura, qualche punto un po’ più interessante a ben guardare c’è: per esempio, l’uso smodato della mano per evocare i morti dà ai ragazzi un’euforia tale che ad un certo punto uno di loro afferma che è come una droga. Questi la usano senza pensare alle conseguenze, convinti, come si suol dire, di poter smettere quando vogliono, ma anche lì, come nell’uso di droghe, si capirà come sia impossibile, una volta varcata la soglia ed essere andati troppo avanti, smettere senza per lo meno riportare gravi conseguenze. In questo caso la pellicola potrebbe essere presa come un monito che i fratelli Philippou lanciano ai giovani affinché si tengano alla larga dal consumo di sostanze stupefacenti, ma quanti di coloro che lo hanno visto sono veramente riusciti a leggere questo messaggio dietro le gesta di Mia & Co.?

Nietzsche affermava che “Chi combatte contro i mostri deve guardarsi dal non diventare egli stesso un mostro. E quando guardi a lungo un abisso, anche l’abisso ti guarda dentro”. Bene, si può dire che questo concetto valga non solo per coloro che combattono coi mostri, ma anche, e forse soprattutto, per coloro che coi mostri ci giocano, senza pensare alle conseguenze di quella che è, pur sempre, un’evocazione. Insomma, a ben scavare si capisce che Talk to Me è un film che vorrebbe mettere a suo modo in guardia i giovanissimi, gli adolescenti, a non lasciarsi andare a cose che non riescono a controllare, che sono più grandi di loro, così da potersi formare una coscienza critica che li aiuti a discernere il bene dal male, il giusto dallo sbagliato. Infatti il personaggio di Jade, la sorella di Riley, che è l’unica che non si fa possedere attraverso la mano e vieta di farlo anche al fratello minore, ne esce come la rompiscatole del gruppo, la guastafeste, come succede sempre nei gruppi di ragazzini quando qualcuno cerca di avere un po’ di coscienza per gli altri, ma alla fine sarà ben chiaro come sarebbe stato meglio per tutti darle ascolto. I Philippou sembrano voler dire ai giovani che una volta varcata una soglia non si può più tornare indietro, ma, in fin dei conti, cosa c’è di innovativo? Non lo aveva forse già affermato nel 1974 Tobe Hooper nel suo The Texas ChainSaw Massacre, che, guarda caso, in Italia arriva col titolo profetico di Non Aprite Quella Porta?

Intreccio essenziale, quindi, mai prolisso, ritmo efficace, bellissimi effetti, la giusta dose di ironia, ma, per me, un film non può essere tutto qui. I due gemelli youtuber dimostrano di essere bravini, per carità, ce ne fossero, ma io non vi ho trovato nulla di così eccelso da elevarlo sopra tanti altri film trasmessi direttamente su Netflix o Amazon Prime. Questo, probabilmente, ha fatto maggior scalpore perché non è male tra i pochissimi horror che vengono ancora passati nelle sale cinematografiche. Forse.
Se è da vedere? Assolutamente sì. Resterà memorabile? Per me, altrettanto assolutamente, no.
Il film è attualmente disponibile sulle piattaforme Amazon Prime Video, Google Play Film, Rakuten TV, YouTube e TIM Vision, ed in dvd e blu-ray Midnight Factory.
https://www.imdb.com/it/title/tt10638522
