La geografia emozionale, che determina il modo di reagire alla piega degli eventi delle persone profondamente connotate nel territorio d’appartenenza sulla scorta della forza significante degli spazi riflessivi, costituisce un formidabile pungolo agli occhi dell’alacre ed erudito regista svizzero Ruedi Gerber, trapiantatosi da Zurigo nel cuore della Maremma grossetana al termine dei giri on the road all’acme dell’età verde.

L’elezione ad autore con la “a” maiuscola passa infatti attraverso il desiderio di veicolare nella scrittura per immagini impreziosita dalla peculiarità d’una cifra stilistica ed espressiva degna di nota la sua visione sul mondo circostante. Lo scopo dichiarato che emerge di primo acchito nel documentario Tatti, paese di sognatori risiede nello scandagliare la fragranza dell’affetto sbocciato nei confronti del luogo del cuore ricavando linfa in cabina di regia tanto dall’attitudine a scrivere con la luce quanto dall’interazione tra suoni diegetici ed extradiegetici.

Nell’intento di definire a dovere dettagli emblematici ed empatici. Convertendo la dinamica cromatica ivi congiunta in uno strumento narrativo. Al pari dalle canzoni intonate dai vari abitanti di Tatti. Anteponendo l’opportuna spontaneità di tratto alle banalità scintillanti dell’infeconda propaganda. La trascinante ed eclettica musica composta dal rinomato violoncellista Martin Tillman, originario anch’egli di Zurigo, sembra conferire, mediante l’accorta fusione di accompagnamenti armonici incalzanti ed eterogenei, al documentario imperniato sui vincoli di suolo e di sangue, compreso ovviamente quello per così dire aggiunto, la capacità di penetrare la sfera emotiva degli spettatori di norma meno interessati all’esperienza immersiva suggellata dalla crudezza oggettiva. Scalzata comunque dalla sensibilità soggettiva di Ruedi Gerber. Che, al posto degli attori ed ergo dello spettacolo comunque secondario della recitazione rispetto al valore semantico dei movimenti di macchina, sceglie gli abitanti di Tatti, al quale è legato da un profondo rapporto d’amicizia maturato palmo a palmo, per sancire l’immedesimazione tramite un arousal psicofisiologico fuori del comune. Giacché ravvisabile nell’attivazione di un legame imperniato sulla reciproca fiducia. Ghermita da un documentario in grado di focalizzare l’attenzione su dettagli carichi di senso scanditi dall’afflato poetico garantito dall’autore proveniente dalla Svizzera. Divenuto presto, nel Bel Paese, esperto di tecniche agricole rigenerative, del vino Pugnitello, prodotto di punta dell’azienda Sequerciani, delle eccellenze enogastronomiche, del duro lavoro nei campi, dei segreti legati alla terra, d’una filiera corta che punta sul bisogno di convertire dalla teoria alla prassi il concetto di sostenibilità. Individuata da Ruedi Gerber nell’intenzione dei “tatterini” doc, tramutati in amici per la pelle, di spingere le future generazioni a non abbandonare il paese d’origine. Altrimenti in via di spopolamento. Si tratta quindi di stabilire sulla base del riscontro oggettivo, scevro dai limiti dell’impressionismo soggettivo, ai fini d’una disamina critica attenta a distinguere lo status d’autorialità in grado di assumere una funzione davvero creativa dalla velleità d’una buona intenzione, se l’intuizione di Ruedi Gerber gli consenta sia di tenere ben salde le redini d’una narrazione comunque diversa da quella d’un film di finzione sia d’imporre all’attenzione delle platee avvinte di solito dalla psicotecnica recitativa degli interpreti la testimonianza della gente autoctona.

A braccetto della qualità relazionale dell’intesa spassionata. L’effigie dell’ennesimo dedalo di viuzze irregolari, delle abitazioni in pietra, degli archi in muratura situati a 412m d’altezza, sulle Colline Metallifere, rientra nell’ordinaria amministrazione degli spazi che fungono solo ed esclusivamente da sfondo. Poiché sprovvisti d’una identità specifica sul versante del racconto. Ad alzare però subito l’asticella, rimediando alla labile funzione diegetica dell’immagine del centro storico di Tatti, è la destrezza lirica ed evocativa portata a effetto catturando appieno l’aura silente e sospesa nel tempo che avvolge la location eletta ad attante narrativo colmo di significato. Giustapposto alle impennate calibrate ad hoc della carezzevole colonna sonora e alla voice over dello stesso Ruedi Gerber. Che si va, step by step, ad appaiare al carattere d’autenticità dei suoni ambientali. Rintracciati, secondo copione, nell’ordine naturale delle cose. Ovvero nella campagna. Vissuta giorno per giorno dagli abitanti che rivendicano con orgoglio l’appartenenza trasmessa di generazione in generazione. E altresì dai nuovi arrivati. Integratisi grazie al desiderio d’ambo le parti di sancire la reciprocità del rispetto e della lealtà. Il punto decisivo consiste tuttavia nel tentativo di connettere l’incontestabile carattere d’autenticità col risolutivo carattere d’ingegno creativo tramite la definizione man mano ampia ed esaustiva dell’egemonia della persona sul personaggio. Il passaggio in rassegna di Renzo Ferrari, Bruno Martelli, Marco Guccione e Filippo Venturini, seppur lungi dall’avvilupparsi in dinamiche troppo patologiche ed esplicative per acquisire l’idonea sobrietà connessa al leitmotiv della testimonianza resa all’amico Ruedi Gerber, anziché al regista o all’autore che dir si voglia, delineando, tra le righe dall’avvicendamento d’informazione culturale ed elaborazione elegiaca, la decostruzione della maschera a favore dell’individuo reale, stenta ugualmente ad afferrare la riaffermazione dell’autenticità per mezzo dell’estro profuso nella composizione, piuttosto risaputa, dell’inquadratura relativa a risapute dinamiche domestiche. Che, nondimeno, destano simpatia.

Testimoniando senz’alcun dubbio la confidenza, la scioltezza, la franchezza venutesi a instaurare. A beneficio della macchina da presa. Che talvolta cede l’onere e l’onore di convertire i timbri figurativi in ragguagli introspettivi ad alcuni movimenti da destra a sinistra con la macchina a mano, se non addirittura col telefono cellulare, che riprendono in maniera originale l’abitazione ruspante di Ruedi Gerber situata a un paio di chilometri da Tatti. La trasformazione dalla simpatia all’empatia, che va sottopelle invece di veleggiare in superficie, è viceversa garantita tout court dai fratelli contadini factotum Marco e Massimo Verniani. Ogni qual volta compaiono sullo schermo, per dire la loro ma anche parlando con gli occhi, la scena s’illumina d’una verità indissolubilmente densa. Che, rifuggendo dai soprassalti di commozione studiati a tavolino dai documentari sui sentimenti condivisi inclini a cadere nel vacuo sentimentalismo, riverberano l’impeccabile misura dei due fratelli gemelli. La gestione sobria delle risorse è così comunicata de facto nel rifiuto di qualsivoglia ghirigoro. Avvertibile al contrario nella piazzetta di Tatti in festa, nelle terrazze panoramiche in cui sono servite solitamente le verdure dell’orto bio, nella ricerca poetica associata alla ricerca talora programmatica dell’alterità. Identificata giustamente in qualcosa dapprincipio di altero, ovvero estreaneo, divenuto, gira gira, intimo. Il rapporto coi gemelli tuttofare, oltre a restituire nerbo all’interazione tra interni familiari ed esterni panteisti, trascende il perdurare del silenzio. Tenuto in equilibrio, a furia di battere sullo stesso chiodo, sul crinale insidioso dello stucchevole vedutismo finché l’atto di percepire lascia la ribalta all’atto di sentire. Dalla canzone dedicata alla Maremma da un’arzilla vegliarda ai bisbigli. Accoppiati ai brani musicali entrati nell’immaginario collettivo. Ed è il freno tirato a mano dinanzi alla tentazione sennò dell’iperbole l’assoluta marcia in più di Tatti, paese di sognatori. Una chicca da vedere e rivedere. Perché la fragranza della sincerità, che riesce sul serio ad accorpare al carattere d’autenticità il carattere d’ingegno creativo, non si trova dietro l’angolo. Bensì in un toccante microcosmo che coordina la scambievolezza tra immagine e immaginazione ed eleva il piacere di andare al cinema a scoprire una finestra sul mondo da tramandare ai posteri ad antidoto contro l’artificiosità dei documentari sprovvisti di valori artistici. Ad appannaggio del bagaglio di esperienze ed emozioni acquisito da Gerber nel tran tran quotidiano a Tatti.

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