
Da 14 edizioni il regista e autore teatrale Giovanni Meola porta avanti nei Campi Flegrei un progetto e un’idea di teatro sperimentale in rassegna estiva, per la durata di un mese, solitamente quello di luglio. Il suo Teatro alla deriva, solitamente ubicato sulla zattera del laghetto delle Stufe di Nerone, si è spostato in questo 2025 in un giardino dal 6 al 27 luglio.
Dalle terme alla campagna, tra alberi da frutta e ulivi, sulle sponde del lago d’Averno, antica porta degli inferi, nei pressi della struttura Giardino dell’orco.
Un’area attrezzata e anche ristorativa in quel di Pozzuoli dal nome fiabesco, per ospitare quattro spettacoli ogni domenica di luglio alle ore 19, poco prima del tramonto, nella cornice suggestiva del lago vulcanico flegreo.

Giovanni, quello della luce è un elemento essenziale di Teatro alla deriva, vero?
Assolutamente sì, e soprattutto quest’anno. In questa location nuova sperimentiamo un orario diverso di andata in scena senza alcun utilizzo di luci artificiali, e per di più al crepuscolo.
Una soluzione funzionale alla mise en scene e funzionante?

Mi sono preoccupato quest’anno di trovare spettacoli che potessero funzionare in una situazione diversa, pertanto ho scelto piece che potessero essere allestite bene qui: c’è un albero beckettiano al centro dello spazio scenico prescelto, uno sfondo incredibile ed eccezionale.
Credo che sarà proprio una bella avventura questa di Teatro alla deriva – al giardino, piccolo on the road che si sposta dal vicino complesso termale alle pendici dell’antico cratere.
Una bella sfida…

Può ben dirlo! Lavorare così rappresenta scommessa, del resto siamo nella vegetazione, sull’erba e tutto ciò mette le compagnie di fronte alla necessità di adattare l’allestimento tipico di un palco al chiuso in un ambiente difficile, non semplice.
Per questo motivo ho scelto spettacoli che qui avessero maggiore possibilità e chance.
Come in fotografia, ma anche al cinema, la luce è tutto nel teatro e il primo personaggio raccontato in questa kermesse è proprio un’icona come Chaplin.

Gli spettacoli nascono con disegni luci a teatro sul palco e questo determina cambi di ambiente, di epoche, di scenografie.
Nel caso di Chaplin si va avanti e indietro nel tempo attraverso vari capitoli e la scansione diventa un linguaggio.
Le luci solitamente suggeriscono, vestono lo spettacolo, qui si è più nudi ma allo stesso tempo viene fuori tutta la forza dell’attore.
Con la zattera, dopo tutto, da anni stiamo operando proprio questo esperimento, dove resta solo l’attore senza una scenografia montata, nella maggior parte dei casi minimalista o assente.


