Artista giovanissimo e con una vita che lo lega all’Italia e all’estero, Teo Bok è una di quelle gemme rare capaci di emozionare attraverso la musica e attraverso i messaggi che essa riesce a veicolare. In questa intervista, Teo ci racconta il suo approccio alla scrittura e il valore che attribuisce alla scrittura come forma di autenticità, ampliando la riflessione sul presente e sul futuro della musica. Dall’evoluzione dell’industria discografica all’impatto dell’intelligenza artificiale e fino al ruolo della creatività , il cantautore racconta la propria visione di un settore in continua trasformazione, ribadendo un principio che considera irrinunciabile: la tecnologia può essere un valido supporto, ma non potrà mai sostituire l’emozione, la sensibilità e il valore umano che danno vita a una canzone.
Oltre a essere interprete, sei anche autore dei tuoi brani. C’è stato un fattore scatenante o un momento specifico, che ti ha portato a voler cantare solo pezzi scritti da te?
Avevo undici anni quando ho scritto la mia prima canzone ed è nata da una situazione familiare che mi portavo dentro da tempo. I miei genitori si sono separati quando avevo appena un anno e sono cresciuto senza la presenza costante di mio padre. Da bambino non ci pensi troppo, ma certe emozioni restano dentro. Ricordo che a scuola ci assegnarono un tema sulla famiglia e, mentre scrivevo, mi resi conto che quelle parole stavano diventando qualcosa di diverso. Da lì nacque la mia prima canzone, È diventata primavera, che poi ebbi la possibilità di interpretare anche in televisione. Credo che il bisogno di trasformare le emozioni in musica sia sempre stato dentro di me. Proprio qualche giorno fa ho scritto una canzone insieme alla mia fidanzata e, quando l’abbiamo terminata, ci siamo guardati e abbiamo pensato: “Che bella sensazione vedere un’idea trasformarsi in qualcosa di reale“. È una delle cose più belle che la musica possa regalarti.
Nel tempo il tuo modo di scrivere è cambiato. Come si è evoluto il tuo approccio? Perché una canzone nasce da un’esperienza personale, ma poi finisce inevitabilmente per appartenere anche a chi la ascolta.
Esatto, ed è proprio questo l’aspetto più affascinante. Oggi vedo tanti artisti concentrati soprattutto sulla ricerca della hit. È comprensibile, perché tutti desiderano che una canzone venga ascoltata, ma per me la priorità è un’altra. Credo che oggi ci sia un enorme bisogno di autenticità. Alla fine tutti gli esseri umani vivono le stesse emozioni: amore, paura, felicità, tristezza, delusione, speranza. Cambiano le storie, ma le sensazioni sono universali. Per questo, quando scrivo, non penso mai a ciò che potrebbe funzionare commercialmente. Cerco semplicemente di raccontare qualcosa che sia vero.
Hai appena parlato della ricerca della hit. Oggi l’industria musicale sembra spesso orientata verso brani costruiti per funzionare subito. Da artista, come vivi questa realtà?
È un tema molto delicato secondo me. L’industria musicale, in un certo senso, è sempre stata così. Anche cinquant’anni fa le case discografiche cercavano la canzone di successo. Forse oggi tutto è ancora più veloce, anche grazie all’A.I., e questo rischia di far perdere un po’ il senso dell’arte. Detto ciò, non mi sento di giudicare chi lavora inseguendo il mercato. Ci sono autori che scrivono tantissime canzoni ogni settimana perché è il loro lavoro e magari devono farlo per vivere. Ognuno ha il proprio percorso.
Tu non ti senti alla stregua di quell’esigenza?
Io mi considero fortunato perché posso permettermi di aspettare il momento giusto. Non entro in studio con l’obiettivo di scrivere tre canzoni in un giorno. Scrivo quando sento davvero di avere qualcosa da raccontare. Quando esco dallo studio voglio guardarmi indietro e pensare: “Oggi ho creato qualcosa di cui sono orgoglioso“. Questa è la soddisfazione che cerco, molto prima dei numeri o della viralità.
Hai citato anche l’intelligenza artificiale, che oggi è sempre più presente nel mondo della musica. C’è chi la utilizza per scrivere testi, creare basi o persino realizzare videoclip. Da artista e autore, qual è il tuo punto di vista?
Credo che sia un argomento che vada affrontato con equilibrio. L’intelligenza artificiale è uno strumento straordinario e sarebbe sbagliato demonizzarla. Io stesso la utilizzo spesso, soprattutto per tutte quelle attività che mi permettono di risparmiare tempo. Ad esempio mi aiuta nella gestione di aspetti amministrativi e organizzativi che altrimenti richiederebbero molte ore di lavoro. In questo modo posso dedicare più tempo alla musica, che è quello che davvero mi interessa.
Quindi secondo te qual è il problema legato all’intelligenza artificiale nella musica?
Il problema, secondo me, nasce quando l’intelligenza artificiale viene utilizzata per sostituire il processo creativo. Proprio recentemente io e la mia fidanzata siamo stati invitati da alcuni produttori che ci hanno fatto ascoltare dei brani chiaramente realizzati con l’AI. Per chi fa questo mestiere da tanti anni è una differenza che si percepisce subito. non è una questione tecnica. È che manca qualcosa. Manca l’anima. Lo stesso discorso vale per la parte visiva. Oggi vediamo sempre più copertine, immagini e materiali promozionali realizzati automaticamente. Non c’è nulla di male nell’utilizzare questi strumenti, ma bisogna ricordarsi che la tecnologia dovrebbe aiutare la creatività, non sostituirla.
Quindi non sei contrario all’intelligenza artificiale in sé, ma al modo in cui viene utilizzata…
Esattamente! Secondo me bisogna chiedersi perché certe tecnologie sono nate. Pensiamo agli elettrodomestici fa cucina: nessuno lì ha inventati per eliminare il piacere di cucinare, ma per farci risparmiare tempo. L’intelligenza artificiale dovrebbe funzionare allo stesso modo. Io la uso per svolgere più velocemente attività che non richiedono la mia parte creativa. Così posso dedicare energie alla scrittura, alla composizione, alle prove e a tutto ciò che rende davvero unico il mio lavoro. Se invece una persona utilizza l’I.A. per sostituire completamente la creatività, allora credo che si perda qualcosa di fondamentale. La musica nasce anche dall’incontro tra persone. Se io ho un limite, cerco qualcuno che possa completarmi. È così che lavoro ogni giorno. Ad esempio la mia fidanzata è una pianista straordinaria: magari io produco un brano, lei trova un’armonia che da solo non avrei immaginato, e insieme nasce qualcosa di nuovo. È proprio questo il bello della musica: la condivisione.