Abituato ad accorpare gli stilemi della commedia degli equivoci, col paradosso dell’incomunicabilità giustapposto alla contestualizzazione dell’eterna vacanza come catalizzatore sociale sugli scudi, ed esilaranti varianti contraddistinte dall’egemonia dell’opportuna levità espressiva sulla tediosa angoscia esistenziale dei ritratti borghesi scevri dall’esorbitante fardello dell’introspezione bergmaniana estranea alla sana combinazione dei pilastri dell’intimità, portati già a effetto dai previi film, Amici miei… ma non troppo e Ibiza, imperniati in chiave farsesca tanto sulla condivisione della depressione quanto sullo scontro generazionale, il disinibito regista transalpino Arnaud Lemort cerca in Terapia di famiglia d’indagare in merito alle relazioni umane in preda a nevrosi rivelatorie conciliando esami comportamentistici e comicità di situazione.
Il punto in questione sul versante d’una disamina critica intenta ad apporre le debite distinzioni a beneficio dei lettori destinati a divenire spettatori tra la fragranza del carattere d’ingegno creativo e l’espediente sottobanco delle trovate prese in prestito consiste nello stabilire in primo luogo se la ricerca della risata anche di grana grossa contribuisca a stemperare nel valore terapeutico dell’umorismo l’eccesso d’intellettualismo degli algidi apologhi sulla disconnessione emotiva dei vincoli di sangue, prospettando una via di fuga faceta ed emblematica dalla pesantezza autoriale, senza però disperdere la forza significante dei contenuti oppure celi dietro l’analisi perentoria venata nondimeno d’inesauasta ironia conforme alla satira di costume l’impasse del déjà vu. Ravvisabile sia nei plagi camuffati da omaggi sia nel riciclo di genere caro ugualmente ai proseliti del cinema postmoderno.

Sin dalle battute iniziali emergono immediatamente dei lapalissiani parallelismi tra Terapia di famiglia e Tutte le manie di Bob diretto dell’alacre ed eclettico collega d’oltreoceano Frank Oz. Così, a dispetto dei segni d’ammicco congiunti all’istrionismo profuso dal brillante attore francese Christian Clavier nel ruolo del benestante psicanalista Olivier Béranger che, pur di sbarazzarsi dell’ossessivo paziente Damien attanagliato dall’ansia di prestazione, lo esorta a trovare la metà della sua mela spostando il focus dell’attenzione sulla condivisione dei sentimenti nella vita di coppia salvo poi ritrovarselo in occasione della festa di anniversario del proprio matrimonio nei panni del nuovo fidanzato dell’amata figlia Alice in virtù d’un qui pro quo dovuto al cognome della madre usato dalla ragazza per sfuggire sui social all’ex fidanzato ballerino Stéphane rivelatosi un manipolatore narcisista, balza agli occhi l’assoluta penuria dell’aderenza al carattere d’autenticità. Necessario ad appaiare la prevalenza della reazione sull’azione, per innescare il rovesciamento del consueto tran tran quotidiano alla base dell’ilarità dispiegata sul grande schermo, allo stato interiore dei personaggi riverberato dalla geografia emozionale. Il contrasto speculare esibito invece dall’involuto Lemort attraverso le acque placide del Lago di Ginevra e l’inerzia mandata a carte quarantotto dal colpo di scena ai danni dello psichiatra fautore dell’utilizzo snobistico della villeggiatura di lusso stenta a rendere appieno la resa del mix d’improntitudine ed esclusività spaziale dinanzi all’irrompere dell’incogruità. L’ordine naturale delle cose rappresentato dal suggestivo specchio d’acqua dolce di origine glaciale a braccetto dell’imprevisto contrasto che contribuisce a rompere il ghiaccio veleggia quindi in superficie. Anziché contemperare la maestosità degli spazi fisici insieme alla ristrettezza di quelli mentali al riparo di qualsivoglia composizione figurativa incapace di offrire un contraltare introspettivo degno di rilievo.

Dietro l’angolo emerge pure inevitabilmente l’infertile manierismo delle correzioni di fuoco, che riflettono o dovrebbero riflettere il desiderio di vederci chiaro nell’ambito dell’arco di trasformazione in atto che esorta i due protagonisti ad aprirsi definitivamente, nonché l’ennesimo ricorso all’estro d’inarrivabili numi tutelari. Per la precisione del versatile Jay Roach. Artefice in cabina di regìa della comedy cult Ti presento i miei. Le cui dinamiche canzonatorie, al pari dei sagaci spunti imperniati sulla rivalsa e sul tentativo di manipolazione da una parte e sulla lenitiva sicurezza relazionale dall’altra, vengono tirate in ballo alla bell’e meglio. Ovviamente il ballerino Stéphane pescando nel torbido raggiro, fingendosi costretto sulla sedia a rotelle, sposta l’oggetto della molla del rigetto da parte dello psichiatra rimasto a corto di spocchiose pose elitarie. Ed è il pontile limitrofo, prima della cerimonia dell’anniversario festeggiata all’insegna della sana accettazione delle reciproche vulnerabilità, a chiudere i battenti ammantandosi di catartica allegria intrisa d’idonea commozione. In linea con la destrezza di conciliare l’inclinazione a convertire le ragioni di riflessione in fonte di spasso e l’esplorazione dell’inattesa resilienza. Peccato che il ripiego sistematico in una prova gigionesca ed ergo sopra le righe dell’intero cast sottragga all’interazione tra reazione sghignazzante ed esplorazione coinvolgente una replica gioiosa e garbatamente fiabesca alle punture di spillo dell’ammorbante malinconia. Carica di significato. Terapia di famiglia, al contrario, non trova mai l’atto di fusione tra malintesi dilettevoli, gag paradossali e accordi morali. Bruciati nella fretta di scopiazzare alla carlona illustri colleghi statunitensi ed esporre nelle fibre della moderna pochade, viceversa identitaria, una mera vivacità spettacolare. Che nasconde a malapena l’assenza d’una fertile varietà di scene, di toni, di contesti isolati e contatti inaspettati.