Tesnota: echi russi

Kentemir Balagov è allievo di Aleksandr Sokurov: un cinema impregnato di matericità e sofferenza, quel dolore liso e sdrucito ma, allo stesso tempo, affannosamente silente, tipico del cinema russo e del maestro.

Tesnota è così: melodramma intenso pieno di faide familiari, intessuti su un sostrato di drammatico che riecheggia immediatamente la narrativa dostoevskijana.


Dramma a quattro: padre, madre, figlia e figlio promesso sposo e rapito nell’incipit. Finale da tragedia greca con echi biblici (il figlio si chiama David: nomen omen). Già lo schermo in 1:33 introduce ad un’atmosfera plumbea, con una visione soffocata: Balagov non ha per niente un impianto scenico classico, ma prova a coniugare la sua visione “giovanile” con uno scorrere narrativo rude e molto personale.

Non sempre il gioco gli riesce bene, come nel caso della voce off posizionata geometricamente all’inizio e alla fine del film o la mancata coerenza corale dei vari personaggi della storia, e Tesnota ne risente a livello strutturale, denotando una certa confusione che influisce sull’andamento vagamente disordinato.

Difetti tuttavia tipici dei debutti, specialmente con un materiale così difficile da trattare nella sua classicità, anche se di buono c’è una certa sincerità dell’autore, che puntella il lungometraggio con spunti coraggiosamente personali. Il realismo che utilizza Balagov porta dritto ad un mondo violento e diviso, facendo emergere una sofferenza vera e, appunto, realistica nella descrizione di un presente fatto di esclusione, comunità non comunicanti, radicalizzazioni religiose.

Sullo sfondo, poi, vi è la guerra Cecena, ulteriore passo verso una restituzione di una realtà che si vuole dipingere quanto più vera possibile, riversata senza filtri sul pubblico. Al di là di ogni difetto, comunque, Tesnota prende vita nel momento in cui lo stesso regista fa sentire la sua mano, la sua voce, il suo pensiero, nel modo più sottile possibile e senza mai sovrastare la storia.

 

 

GianLorenzo Franzì