Fedeli anche nel passaggio dal cinema documentaristico a quello di finzione alla propria cifra stilistica ed espressiva, che trae partito sin dagli esordi dall’ascendenza esercitata dai racconti orali tramandati di generazione in generazione dalle classi sociali inclini ad anteporre gli schietti vincoli di suolo alla verità storica manipolata dai poteri dominanti, i registi Alessio Rigo de Righi e Matteo Zoppis confermano nel western italiano Testa o croce? i tratti distintivi della reciproca vocazione sperimentale.
Reperibile tanto senza l’ausilio di attori ne Il Solengo, dal nome del cinghiale maschio equiparato per sentito dire dai cacciatori della Tuscia a un eremita vissuto nel territorio natìo isolato da tutti, quanto in Re Granchio. Apologo avventuroso sull’anelito di libertà profuso dal territorio autoctono soggetto ai ghiribizzi della cultura popolare e dal riparo d’oltreoceano definito “in culo al mondo”.

Adesso è il turno di Testa o croce? per rileggere in chiave personale gli stilemi d’un genere inflazionato conciliando, tramite l’ausilio della geografia emozionale, il carattere d’ingegno creativo ad appannaggio d’ogni opera sperimentale degna di nota e la capacità di presa immediata di qualsivoglia pellicola commerciale. Il rischio di pagare dazio all’impasse del cerchiobottismo – per cui l’antico adagio “chi troppo vuole, nulla stringe” potrebbe svilire la linearità d’animo dei due autori avvezzi a dire la loro per mezzo della forza significante dell’ampia ed evocativa scrittura per immagini affinata strada facendo – cede spazio alla coerenza ispirativa? Senz’alcun dubbio il ricorso al formato 35 mm, per la rappresentazione dei sogni in un contesto sennò inasprito dalla contesa all’ultimo sangue del territorio delle Paludi Pontine pre-bonifica, al 16 mm, dalla risoluzione inferiore, conforme all’habitat in provincia di Roma che sta stretto ai protagonisti incuranti dell’arrivo in città di Buffalo Bill col suo spettacolo itinerante Wild West Show, e alla tecnologia digitale, necessaria ad accrescere i valori figurativi connessi al teatro a cielo aperto dove la trama raggiunge l’acme convertendoli in ragguagli introspettivi, rispecchia appieno l’altalena degli stati d’animo. In subbuglio per l’omicidio commesso dall’indocile consorte francese Rosa a spese dell’autocrate marito latifondista infuriato col buttero Santino. Colpevole di aver mandato a rotoli la scommessa pecuniaria nell’ambito della prova di abilità sostenuta dal sempliciotto preposto alla cura delle bestie contro i tronfi cowboy in trasferta. L’immediato prosieguo, sulla scorta dei vari rimandi citazionistici, impliciti ed espliciti, da Le colline blu di Monte Hellman a Buffalo Bill e gli indiani di Robert Altman, da L’uomo che uccise Liberty Valance di John Ford sino ad arrivare allo spassoso cartoon-movie Rapunzel – L’intreccio della torre coi manifesti da ricercato dell’incolpevole Santino attinti ai poster con la scritta “wanted” dell’affascinante fuorilegge Flynn Rider, sembra abbassare l’asticella rispetto a Re Granchio. Contraddistinto da alcuni richiami pittorici congiunti ad ambedue i paesaggi riflessivi chiamati in causa capaci di condizionare il modo di reagire alle composite avversità incontrate lungo l’intero tragitto formativo.

Nondimeno, grazie altresì alla virtù di scrivere con la luce garantita dall’alacre direttore della fotografia Simone D’Arcangelo, l’area del Parco Nazionale del Circeo in cui sono riecheggiate le Paludi Pontine trascende l’impasse dell’accidia degli spunti sottratti all’estro originario. In quella vasta zona acquitrinosa, ricostruita ad hoc sul modello degli inobliabili scenari dei capolavori western, il mito della Frontiera, destinata a sparire dinanzi al falso ed empio Progresso in agguato, costituito in Testa o croce? dai binari dei treni in itinere, affiorano le diverse frecce all’arco degli autori non più in erba. Giacché perfettamente consapevoli di come muoversi sul biunivoco versante dell’immediatezza e della sperimentazione. Che divengono dei poli opposti intenti ad attrarsi, anziché a respingersi, sulla scorta dello snodo nevralgico degli acquitrini e dei selvaggi punti limitrofi solo in apparenza marginali carichi invece di senso. L’intero spazio attivo ai fini della narrazione acquista mano mano una dimensione spirituale. Estranea ai regimi di proprietà giustificati dal fittizio impegno civile al servizio della collettività. Le Paludi Pontine, con l’alterazione dei suoni emessi dalle rane che starnazzano e dagli uccelli appollaiati nei paraggi, aprono dunque il varco dell’insicurezza patita lì per lì da Rosà dinanzi all’adesione acritica e fatalista di Santino ai rocamboleschi eventi ed elargiscono alla vertigine mentale che la proietta nel miraggio lo spessore poetico dell’atmosfera ascetica. La conoscenza intima della tematica trattata consente ad Alessio Rigo de Righi e Matteo Zoppis di rendere tenera la razionalizzione dell’assurdo. Nadia Tereszkiewicz, guidata quindi al meglio nel ruolo della donna ribelle che riesce ad appaiare la voluttà eminentemente concreta di emancipazione all’imperizia di prendere l’ennesimo ed emblematico granchio pur di sfuggire alle empie regole d’un universo maschile smanioso di confinarla nell’attanagliante condizione della preda domata, fornisce una prova maiuscola. Persino superiore alla performance sciorinata nei controversi panni dell’aspirante attrice in Mon Crime – La colpevole sono io di François Ozon.

Alessandro Borghi, sebbene una spanna sotto, si cala nella parte del Forrest Gump capitolino restio a farsi disarcionare, ma alieno alla violenza ed estraneo al carisma dei veri capociurma, con il mix di disincanto ed elegia vernacolare confacente alla tradizione degli stornelli locali. Che affondano le radici all’inizio del Novecento. John C. Reilly nelle vesti di Buffallo Bill non possiede, al contrario, neanche un’oncia della coinvolgente prestanza scenica di Paul Newman nel capolavoro diretto dal compianto Altman incentrato sull’improntitudine del cacciatore di bisonti riciclatosi come impresario teatrale che paga dazio alla maggior statura spirituale dell’avversario per antonomasia Toro Seduto. Le bufale delegate a sostituire i canonici bisonti, la voice over dell’esploratore spaccone assurto ad eroe nazionale in Patria, sprovvisto però di bussola nel groviglio della natura lussureggiante lontana dalla confort zone, gli spari, i relativi inseguimenti rientrano nell’ordinaria amministrazione dei prodotti commerciali che privilegiano l’azione perentoria ai trapassi psicologici. Quando al contrario il volto di Nadia è illuminato dagli specchietti delle contadine chine negli acquitrini sulla medesima falsariga delle mondine di Riso amaro la farfalla esce dal bozzolo: il segno d’ammicco del richiamo citazionistico lascia la ribalta alla fusione di fantastico chiamata a scorgere l’interazione tra spiritualità ed epos nella chiave di magia che connette la scoperta dell’alterità – ovvero di qualcosa di diverso destinato a divenire familiare – nel mondo bucolico. Nonostante qualche stecca, dovuta alla voluttà di corrispondere al medesimo tempo all’immaginazione delle masse avverse ai dispendi di fosforo e agli alfieri del cinema di pensiero, Testa o croce? taglia il traguardo dell’intelligenza, impreziosita dalla peculiarità di sentire profondamente a pelle l’indubbio valore aggiunto del realismo magico, assicurando all’anti-western la suggestione dell’affresco folcloristico ed epidermico che fa vibrare sino alla fine la corda dell’interrogativo morale.