The Book of Boba Fett: recensione dei primi due episodi

The Book Of Boba Fett

Finalmente ecco The Book of Boba Fett, la serie che vede come protagonista l’iconico cacciatore di taglie creduto morto ne Il ritorno dello Jedi, ma invece più che redivivo in The Mandalorian. Sicuramente, uno dei “ritorni” più attesi del 2022.

Ideata da Jon Favreau e prodotta dalla Lucasfilm, disponibile a cadenza settimanale (ogni Mercoledì) sulla piattaforma streaming Disney+, è la seconda serie televisiva ufficiale in live action ambientata nell’universo di Star Wars. Approfondiamo i primi due episodi.

Stranger in a Strange Land è il titolo del primo capitolo di questo “libro”, scelta piuttosto azzeccata visto che l’episodio si divide tra presente e spezzoni del passato, ma non quello dei film, quello inedito, quello post fauci del Sarlacc. Perché azzeccata? Perché in quei frame, ripetuti poi anche nel secondo episodio e che probabilmente ci porteremo dietro per tutta la stagione, ci viene mostrata ancora una volta la durezza di Tatooine, di quella strange land appunto. Che il pianeta non fosse accogliente lo sapevamo già, tuttavia questo primo episodio ha quasi un valore etnografico, infatti ci permette di conoscere un po’ di più una delle culture maggiormente iconiche dell’universo della saga, ma mostrata sempre e solo in maniera collaterale, superficiale; ossia quella de Predoni Tusken, impegnati nella loro attività principale: la sopravvivenza.

Uno dei primi temi che la serie vuole probabilmente indagare, facendolo già nel primo episodio, è il concetto di Potere. Boba Fett (Temuera Morrison) è ora il nuovo e autoproclamato Boss del crimine, sostituendo quella che era la posizione di Jabba The Hutt, e in una delle prime scene ci viene subito mostrato un passaggio fondamentale relativo a questa riflessione: durante uno scambio di battute tra l’ex cacciatore di taglie e l’assassina al suo servizio, Fennec Shand (Ming-Na Wen), viene declamato quello che sarà il suo “manifesto di intenti”; infatti lui non governerà con la paura, bensì lo farà col rispetto. Un drastico cambio di direzione, un accento quasi di stampo “mafioso” che ci riporta, anche solo lontanamente, ad alcune citazioni di film come, per esempio, Il padrino di Francs Ford Coppola. Del resto, quello di Boba Fett è un potere meno appariscente rispetto quello degli Hutt, anche simbolicamente, infatti lui rinuncia alla lettiga e non è circondato da corti rumorose, ma non per questo meno esplicito. Perché il rispetto non giunge senza dimostrazioni di forza e capacità.

Il secondo capitolo di The Book of Boba Fett, ossia The Tribes of Tatooine, per certi versi si distacca molto dal primo, almeno dal punto di vista del ritmo, molto più rapido. In realtà si ha proprio l’idea che i primi due episodi siano la parte uno e due di un unico pilota e, forse, è proprio così che sono stati pensati. Non a caso viene confermata la formula dell’alternanza tra passato (flashback) e presente come strumento narrativo e anche in questo è presente, in realtà molto di più, l’elemento antropologico, etnografico, riferito ai Tusken. Con l’aggiunta di una conoscenza più profonda di quello che è il sostrato criminale del pianeta e di coloro che durante la serie cercheranno certamente di detronizzare il nuovo re del crimine. Anzi, il nuovo “Daimio”, un rifermento al feudalesimo imperiale di stampo giapponese che, probabilmente, altro non è che un ulteriore indizio verso una maturazione del concetto di potere. Associandolo ancora di più a quello di dominio.

La puntata è assolutamente al servizio del fanservice: camei come quello del cacciatore di taglie wookiee Black Krrsantan, capaci di far drizzare i peli a coloro che seguono anche tutto l’universo espanso di Star Wars letterario e fumettistico, o lo scontro col Sndacato Pyke, apparso nelle serie animate, fino ai “nostalgici” rifermenti al Rancor. Tuttavia, l’episodio ha anche una funzione narrativa determinante, ossia fondare solidamente le basi per quello che sarà il futuro di un personaggio del quale si conosce solamente il passato e che sembrava destinato a restarci. Ecco come la serie può distaccarsi dal rischio di essere una copia di The Mandalorian. Di Boba Fett sappiamo quasi tutto, il suo passato è più che manifesto, pertanto il nostro sguardo è posto proprio in direzione del suo futuro. Mentre del mandaloriano interpretato da Pedro Pascal eravamo attratti soprattutto dal passato, che in realtà non è stato mai svelato. Due direzioni diverse per due personaggi, fortunatamente, diversi e che ci fanno ben sperare per l’avvenire della serie.

 

 

Dario Bettati