The Conjuring – Il caso Enfield, la recensione

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Dopo circa tre anni di distanza dal primo film ”The Conjuring’, ci ritroviamo catapultati in questa nuovissima avventura horror che vede nuovamente al timone James Wan. Con grande piacere, abbiamo a che fare ancora una volta con Vera Farmiga e Patrick Wilson, che, come attori protagonisti della saga, hanno ormai conquistato il cuore degli spettatori. Nei panni dei personaggi principali, Wilson e la Farmiga ricoprono anche qui i ruoli dei popolari investigatori del paranormale Ed e Lorraine Warren. Ambientato nella cittadina a nord di Londra che prende il nome di Enfield, il nuovo ”The Conjuring” tratta uno dei più noti casi di poltergeist nella storia degli eventi paranormali, avvenuto tra l’agosto 1977 e il settembre 1978. Intrecciato alle vicende accadute in casa di Peggy Hodgson, abbiamo la seduta tenuta dai Warren ad Amityville, nome che non ha bisogno certo di ulteriori spiegazioni. Il film si apre appunto con questo incipit totalmente ben riuscito, dove i coniugi praticano una seduta spiritica nella nota casa ”112 Ocean Avenue” del Long Island dove Ronald DeFeo ammazzò brutalmente la sua famiglia; in questo luogo, Lorraine verrà a contatto con un’entità inquietante e malevola, che la seguirà e la minaccerà anche durante il suo soggiorno ad Enfield.
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James Wan segna il suo grande ritorno all’horror, dopo la parentesi con Fast & Furious 7, con questo secondo caso che, fortunatamente, stupisce più del primo. Il regista 39enne si è fatto larga strada nel panorama horror, rientrando tra i registi più promettenti e capaci di quest’era moderna. La saga, cominciata con ”The Conjuring- L’evocazione” e proseguita con lo spin-off ”Annabelle”, prende, con questo ultimo film, una svolta ancora più innovativa e inquietante, dimostrando che Wan sa il fatto suo.

Film dinamico sin dai primi momenti, non lascia molto spazio ad attimi lenti e tediosi. Rispetto al primo, che è partito lento e dove l’azione si è vista più avanti e a scatti, qui gli eventi si presentano continui, così che lo spettatore resti incollato allo schermo e non si perda neanche un attimo. Sin dall’incipit, si può avere un assaggio di ciò che si vedrà, ovvero una ricostruzione intima e ben dettagliata dell’omicidio di Amityville che il regista mette in scena con grande classe.

I momenti di romanticismo tra Ed e Lorraine Warrenn non erano fuori luogo, bensì hanno alleggerito quella che sarebbe potuta apparire come un’atmosfera costruita.
Le uniche lievi pecche sono davvero poche. Si sarebbe dovuto dare più spazio al raccapricciante demone-suora, che tanto ricorda Marilyn Manson e una figura macabra presente in Mulholland Drive del genio David Lynch. Il ruolo della famiglia attorno alla piccola Janet, non era completamente visualizzato, nonostante tutto fosse incentrato unicamente su quest’ultima; il personaggio della madre infatti, interpretato da Frances O’Connor, si è dimostrato solo di contorno.

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Trucchi e costumi riusciti perfettamente, ma ulteriori spiegazioni riguardo al personaggio e scene di suspense, avrebbero aiutato a rendere il film ancora più ricco. Le scene fanno saltare dalla sedia ,come usano fare tutti gli horror presenti nel repertorio moderno, sono ben fatte, ben girate, ben riprodotte e, soprattutto, terrificanti. Effetti incredibili e da notare persino la mancanza di riflessi delle macchina da presa, che spesso son presenti nei vetri e negli specchi. Le inquadrature sono già da cult (in particolare quella della lotta psicologica tra Lorraine e il demone, dove l’ombra della suora viene messa in mostra tramite un egregio gioco di ombre). Molte riprese erano artiginali, prive di effetti speciali e per questo, meglio riuscite. La più grande novità, oltre al personaggio della suora che rientra immediatamente tra quelli più agghiaccianti degli ultimi anni, è forse l’interpretazione più in evoluzione, più imponente dell’incredibile Madison Wolfe nei panni della piccola Janet Hodgson, la prescelta vittima di possessioni da parte del poltergeist Bill Wilkins (da notare la fatidica scena in primo piano di lei dinanzi alla finestra). L’esperienza termina con un finale forse un po’ inconcludente; è come se lo spettatore si aspettasse dell’altro, oltre all’indelicato e sentimentale perfetto contorno da cornice di un quadro. Il cast ha dato prova di essere ottimo e i due protagonisti sono completamente immersi nei ruoli, soprattutto la splendida Vera Fermiga, che qui ha dato aggiuntive prove di essere un’attrice promettente, versatile e di esser diventata un tutt’uno con Lorraine Warren stessa.
Più elaborato rispetto al primo, più drammatico, più minaccioso e più tetro, lo si guarda col costante timore che qualcosa sbuchi fuori, che qualcuno attacchi la famiglia: che il terrore prenda il sopravvento. Wan sa come manipolare i momenti e come tenere in mano la macchina da presa, sa come spaventare, come alzare il climax e come far colpo sul pubblico.
Gli jumpscare risultano originali e Wan usa con sapienza tutto ciò che ha a disposizione, non deludendo affatto gli spettatori e i fan del vero horror. Si parla di alta qualità, come nel primo più che sufficiente prodotto, di un buon film che non è solo un horror, ma un concentrato di immagini di suspense, dramma e terrore.

E con grande piacere, comincia qui l’attesa per il prossimo attesissimo caso.