The end? L’inferno fuori: l’ascensore degli zombi

Ricordate David Edwin Knight e Virginia Bryant che, nel 1986, in Dèmoni 2… L’incubo ritorna di Lamberto Bava si ritrovavano bloccati nell’ascensore di un modernissimo e ultratecnologico condominio invaso dalle zombesche creature del titolo?

Reduce da short ed elaborati autoprodotti che si sono guadagnati successo e premi presso diversi festival, per il suo lungometraggio d’esordio The end? L’inferno fuori il romano Daniele Misischia sembra quasi aver pensato bene di prendere quella singola situazione e di estenderla ad oltre un’ora e mezza di visione, in maniera analoga a quanto effettuato da Marco e Antonio Manetti – qui figuranti tra i produttori – con il loro thriller Piano 17.

Infatti, in una frenetica e più congestionata del solito capitale italiana abbiamo giusto il tempo di trovare l’ex Dandi televisivo Alessandro Roja nei panni di un cinico, fedifrago e narcisista uomo d’affari che, una volta conosciuta la sua nuova stagista dalle fattezze di Benedetta Cimatti e consumata una conversazione con l’amante incarnata da Euridice Axen, a causa di un guasto rimane chiuso nell’ascensore dell’edificio in cui lavora; per poi scoprire che, fuori, un virus letale sta provvedendo a scatenare l’apocalisse, trasformando i comuni mortali in aggressivi esseri.

E, da qui, sulla falsariga di operazioni cinematografiche di tensione a location unica quali Buried – Sepolto di Rodrigo Cortés o Locke di Steven Knight, la ideale gabbia di metallo diventa la claustrofobica scenografia in cui strutturare l’evoluzione dell’intera lotta per la sopravvivenza, tra telefonate del protagonista alla moglie (una Carolina Crescentini che vediamo unicamente in foto e della quale ascoltiamo la voce) e l’entrata in scena di un poliziotto interpretato dal Claudio Camilli di Peggio per me.

Escamotage narrativi che si rivelano funzionali all’emersione di dettagli utili all’apprendimento di ciò che sta accadendo; man mano che gli spargimenti di liquido rosso non mancano, sebbene sia l’aspetto psicologico ad interessare maggiormente al regista, intento a raccontare attraverso l’horror il percorso di cambiamento di un uomo qualunque.

Fino ad un epilogo che evita in maniera intelligente di scimmiottare senza fantasia quelli privi di speranza di George A. Romero, cineasta in un certo senso richiamato alla memoria nella sensazione di critica all’arrampicata sociale che sembra essere in principio trasmessa per poi perdersi per strada… senza comunque danneggiare The end? L’inferno fuori, in quanto tecnicamente curato, coinvolgente nella giusta maniera e classificabile, senza alcun dubbio, tra i migliori zombie movie d’inizio terzo millennio.

 

 

Francesco Lomuscio