The Fabelmans: Spielberg dirige… Spielberg!

The Fabelmans è l’ultimo atteso lavoro di Steven Spielberg, interpretato da Paul Dano, Michelle Williams, Gabriel LaBelle e Seth Rogen.

Dopo cinquant’anni di carriera, il quasi inarrivabile Cineasta è più che maturo e pronto per raccontare quella storia che, probabilmente, tutti attendevamo: la sua. Spielberg prende in mano la camera da presa e, attraverso la quasi fittizia famiglia Fabelman, ci regala le immagini di una sua lontana adolescenza vissuta tra il sogno dell’arte cinematografica e il legame con genitori e sorelle.

Sono sgranati gli occhi di Sammy Fabelman quando, a sei anni, esce per la prima volta dal cinema, al termine della visione de Il più grande spettacolo del mondo di Cecil B. DeMille, nel 1952. Lo scontro fra la locomotiva e un’auto, con tanto di corpo del conducente che vola in aria, e l’epilogo ancor più drammatico del deragliamento dello stesso treno, accartocciandosi su se stesso, sono immagini che non riescono più a levarsi dalla mente del bambino. La stessa mente che già temeva il tanto chiacchierato cinema, quello sconosciuto mondo da cui Sammy non sapeva cosa aspettarsi prima dell’ingresso in sala, se non una realtà fatta di enormi giganti terrificanti. Il piccolo Fabelman, tuttavia, ha bisogno di capire, di affrontare quella paura che altro non è che estrema fascinazione. E l’arma che usa è la curiosità, forgiata anche dai due genitori. Se da un lato c’è il pragmatismo tecnologico e scientifico dell’ingegner papà Burt a spiegargli il meccanismo delle immagini in movimento, dall’altra c’è la poetica di mamma Mitzi, pianista che lasciò l’arte per dedicarsi ai figli, a ricordargli che i film sono sogni indimenticabili. Quell’esperienza traumatica e spettacolare lo segnerà per la vita. La cinepresa diventerà sua compagna di vita, tramutandosi in testimone cattura immagini della quotidianità, bacchetta magica per portare in vita i sogni nelle sue prime opere adolescenziali, ma in particolar modo ancora di salvezza e trincea dietro cui nascondersi e rifugiarsi quando la realtà risulta più meschina di quanto non vorremmo.

Sarà la pellicola a farlo uscire dal ruolo di matricola bullizzata, ma anche a mostrargli i segreti nascosti della sua famiglia, che porteranno poi all’inevitabile divorzio dei genitori. È evidente come Spielberg fosse “maturo” per un racconto del genere. È altrettanto evidente come, da saggio esperto qual è, non abbia deciso di portare sul grande schermo quello che per certi aspetti ci si potesse attendere da lui (e che forse lo stesso trailer lasciava presagire). Effettivamente, riferendoci proprio al trailer di The Fabelmans, l’hype emozionale era alto proprio per questo alone di epicità che trasmettevano le immagini accompagnate dalla mastodontica colonna sonora del (neanche a dirlo) suo braccio destro John Williams. Eppure, le aspettative da film strappalacrime si sono rivelate inesatte. Con questo si vuole dire che il film non emoziona? Assolutamente no. La potenza di The Fabelmans forse sta proprio nel suo emozionare in maniera equilibrata, senza puntare alla lacrima facile, senza soffermarsi su tematiche facilmente rendibili in chiave drammatica (il rapporto ragazzo ebreo in un contesto scolastico ultra cattolico e machista, tanto per far un esempio). Spielberg fa l’opposto, rende questo film estremamente reale, come d’altronde lo è palesemente il riferimento a cui attingere: la sua vita. È un film leggero ma pesantemente importante, antico nelle atmosfere ma con la modernità e la poetica di uno sguardo registico sempre più saldo e conscio del proprio ruolo. È un film ironico, a tratti satirico.

Da sottolineare la sequenzaa finale in cui il cameo di David Lynch, per certi versi già definibile cult, ci dona un momento satirico-grottesco di reinterpretazione storica cinematografica di alto livello. L’ultima inquadratura, che si abbassa manualmente, è una chicca che palesa il divertimento con cui Spielberg probabilmente  ha voluto affrontare questa sua produzione filmica. Le risate del pubblico si alternano ai momenti di silenzio in cui poter ammirare le splendide interpretazioni di Michelle Williams (mamma Mitzi) e Paul Dano (papà Burt), che già profumano di candidatura agli Oscar, soprattutto per la prima menzionata. Candidature che, con ogni probabilità, si allargheranno anche alle voci registiche, musicali e così via. Non manca il citazionismo alle proprie opere, seppur inserite in maniera arguta, come elemento-dettaglio ornamentale, a sottolineare come questo lungometraggio non sia affatto un lavoro da megalomane per autocelebrarsi. Spielberg non celebra se stesso. Affatto. Il regista celebra l’arma emozionale chiamata cinema e regala minuti di fama ai suoi genitori, registi (in)consapevoli della sua riuscita esistenziale. Sostanzialmente, The Fabelmans è quel film di Spielberg sull’adolescenza di Spielberg che tutti aspettavamo ma che non tutti ci aspettavamo, lasciandoci tuttavia la consapevolezza di cosa significhi essere considerato la storia del cinema.

 

 

Alessandro Bonanni