The Fottutissimi, omonimo, è il terzo della loro interessante carriera. Già ci è capitato in passato di ascoltare e scrivere per brani di questa band. Alcuni pezzi di questo album li abbiamo già recensiti ma, per regalarvi un lavoro di analisi più completo, non faremo distinzione e non salteremo nemmeno una traccia.

Tigre. Dopo tormento e preghiera con Tigre si va di istinto puro e caccia. I giri del motore si alzano con questo brano dirigendosi più verso il punk/alternative rock. Riff iniziale magnetico con batteria che spinge verso un beat serrato perfettamente in grado di sostenere la tensione del testo accompagnata da una performance vocale, di Lello Landi, di livello superiore rispetto al primo brano. Passaggi tra strofa e ritornello con l’uso del classico quiet-loud che ben funziona nel rock anche se qui viene arricchito da inserti di chitarra solista che regalano al bridge un tocco romanticamente retrò degno di un film di Tarantino! Il testo è una rielaborazione della celebre poesia “The Tyger” di William Blake visto il riferimento alla simmetria sconvolgente (la fearful symmetry!). Tigre quindi non è un brano che parla di un animale ma della natura duale dell’esistenza: bellezza e terrore, creazione e distruzione. Il protagonista sembra trovarsi in un momento di smarrimento dell’uomo rispetto all’attrazione (cfr. “non so più se sono preda o predatore” e “mi spaventa quanto più mi attrae”).

Rumore. Questo brano già pubblicato diversi mesi fa come singolo, è una traccia travolgente di stampo alternative rock/punk, che spinge con ritmo stretto sin dai primi secondi. Il sound è caratterizzato da chitarre distorte graffianti ed una batteria serrata, creando un’energia “in your face” che richiama il punk moderno. La dinamica alterna strofe incalzanti a un ritornello esplosivo e corale, perfetto per il coinvolgimento live. Le liriche evocano un senso di ribellione e urgenza, citando esplicitamente il “1984” di Orwell e la “psico-polizia”. Il “rumore” diventa una metafora di cambiamento e necessità di respirare, contrapposta a una società di controllo e propaganda. Un pezzo crudo che trasforma il caos sonoro in un manifesto di libertà.

Spettro. Con Spettro, l’album compie una virata introspettiva e malinconica, rallentando il beat ma aumentando la profondità emotiva. Se Tigre era l’azione, questo brano è la riflessione post-battaglia, il momento in cui ci si guarda allo specchio e non ci si riconosce più. Musicalmente, il brano abbandona il punk per abbracciare sonorità più alternative/post-rock. Apertura con chitarre pulite e riverberate che creano un senso di sospensione, assenza di gravità e suono più spazioso e meno saturo. Un crescendo costante con la batteria che entra in modo discreto per poi esplodere nel finale. Gli effetti sulle chitarre nel bridge ci ricordano alcuni scenari musicali propri dei Radiohead o dei Verdena, regalando al brano un sapore molto europeo. Il testo esplora il senso di invisibilità e smarrimento dell’individuo. Il protagonista si sente un “passeggero stanco”, un’ombra che non riflette più le proprie ambizioni: “Volevo essere un’esplosione e sono diventato un riflesso“. Tra visioni siderali e la rassegnazione di essere solo “uno sputo nella storia“, emerge una riflessione filosofica sulla materia: l’anima si strugge, ma nulla si distrugge, tutto si trasforma. Restano solo “corpi ormai usati al vento“, fantasmi di un tempo che scorre indifferente.

Limiti. Uscito qualche mese fa, Limiti è un brano che sembra la rappresentazione di un monologo interiore su come navigare in un mondo fin troppo pieno di relativismo. La verità si scontra costantemente con la bugia ma talvolta la stessa verità è semplicemente una bugia più credibile delle altre. Lo scontro, di cui beneficia il potere che domina, sembra essere ambientato specialmente nelle relazioni personali anche se la frase “Amico questa follia dobbiamo gestirla in due” tradisce un significato duplice: (1) siamo in due ad avere un problema o (2) solo uniti siamo in grado di riuscire a superare questa fase. Il messaggio appare comunque essere la ricerca di un equilibrio nel contesto rappresentativo della realtà percepita dall’autore del testo, sicuramente non troppo positivo (cfr. “La gente è distratta ormai, nessuno lo capirà”). Si ha conferma di questa impressione anche poco dopo, nello special (bridge), quando si punta il dito sull’abitudine, spesso troppo usuale, di far foto al cibo prima di mangiarlo (cfr. “Alle fotografie di roba da mangiare”). La musica, una produzione degna al solito del lavoro di questa band, non nuova a risultati qualitativamente elevati, pur mantenendo un ritmo piuttosto calzante, fa uso del ritornello in modo ripetitivo e ossessivo creando, se vogliamo, anche un certo senso di urgenza volto, appunto, a cercare un rapido raggiungimento del già citato equilibrio. La ritmica, sempre efficace, è accompagnata da un ottimo lavoro di chitarre. Alla voce, la solita sicurezza.

Se. Questo pezzo appresenta un momento di profonda riflessione esistenziale e filosofica, mantenendo però la potenza sonora che caratterizza l’intero album. Il brano si sviluppa come un alternative-rock dinamico e coinvolgente. In apertura abbiamo un riff di chitarra elettrica dal sapore rock classico, che stabilisce un ritmo serrato e incalzante. Ci ricorda in questi passaggi le sonorità dei primi album degli U2. La struttura alterna strofe più discorsive a ritornelli esplosivi, dove la voce di Lello sale di intensità diventando graffiante e viscerale. Molto interessante è l’uso dei sintetizzatori o degli effetti nel sottofondo che danno al pezzo una sfumatura moderna e quasi “spaziale”, coerente con i temi del testo. Questo pezzo è un susseguirsi di ipotesi esistenziali (i “Se” del titolo) che spaziano dalla scienza alla spiritualità. Si interroga sulla verità delle antiche civiltà (“le piramidi che puntano ad Orione“), sull’evoluzione e sulla coscienza universale. Il protagonista sembra dire che, a prescindere dalle grandi risposte dell’universo, la fatica del quotidiano (simpaticamente, ma anche in modo davvero diretto e senza possibilità di alternative interpretative, “mi ammazzerei comunque per le bollette” “sarei lo stesso incastrato al lavoro”) e la natura umana rimangono immutate. Il finale cita il “Big Bang” e le “sinapsi di un ragazzo disturbato“, chiudendo con un’immagine potente di caos creativo e personale. Un pezzo che riesce a essere contemporaneamente intellettuale e d’impatto fisico, perfetto per chiudere questa carrellata di brani inediti.

Il Velo di Maya. Da circa due mesi in distribuzione, il brano Il Velo di Maya è un pezzo rock travolgente che esplora temi filosofici profondi con un’energia sonora cruda e diretta, immediata. Il sound è un alternative rock, anche qui molto serrato, caratterizzato da chitarre distorte (quelle di Antonio Andreoli, Luca Regini e Maestro Pellegrini, guest di questo pezzo) e una batteria pulsante che non lascia respiro. La dinamica alterna momenti di tensione a un ritornello esplosivo e corale, che trasmette un senso di urgenza e ribellione. Le parole richiamano esplicitamente il concetto dell’illusione della realtà e la ricerca di senso (cfr. “Cerco il senso della giostra“). Il protagonista del pezzo si interroga su ciò che resta (come nel ritornello, “Adesso tutto quello che resta“) e sulla natura dei sogni, sospesi tra apparizioni e realtà in un mondo dominato da equazioni e propaganda. È un manifesto di consapevolezza che invita a strappare le illusioni per guardare oltre. Un bel lavoro di produzione di Michele Bellagamba.

Padre Nostro. E’ un brano dall’anima alternative rock con venature grunge/nu-metal. Chitarra in intro davvero secca con un’importante carica di groove che spiana la strada ad un’esplosione sonora che non tarda ad arrivare. Fra le strofe e il ritornello il contrasto è forte mentre lo special finale contribuisce a rallentare la tensione prima di concludere con un finale tipo urlo liberatorio. Nonostante la musica è sicuramente ricca di energia, grazie anche al costante lavoro al basso di Mattia Priori, il vero cuore pulsante del brano è il testo che utilizza la figura del “Padre” (apparentemente Dio, visti i chiari riferimenti alla più nota delle preghiere della religione cattolica, ma che può essere anche riferita ad una figura famigliare o, se vogliamo, sociale) come un interlocutore severo o addirittura assente. Tutte le parole di questo testo, che schiva con maestria diversi cliché, sarebbero degne di una più approfondita e sviluppata analisi ma, per questioni anche di spazio, vogliamo soffermarci su quella che ci sembra la perla poetica di tutto il brano, ovvero “Ma dalla casa dei matti si vede il mare”. In questa riga ci viene suggerito che la sofferenza o l’emarginazione possono portare con sé una visione più profonda e vasta della realtà, negata a chi vive in modo ordinario. Produzione di Michele Bellagamba (anche batterista della band) moderna ma con la “sporcizia” necessaria alla credibilità del messaggio che vuole trasportare.

Chat GPT. Uscito per l’estate 2024, Chat GPT è un pezzo è decisamente spinto, brillante e indiscutibilmente d’attualità. Una chicca per i numerosissimi fans che, ormai da anni, non si lasciano sfuggire nulla delle loro pubblicazioni. L’approccio all’intelligenza artificiale da parte dell’artista può davvero essere l’inizio della fine dell’arte per come la conosciamo dalla nascita dell’essere umano ad oggi? Ma Chat GPT, la “macchina”, oltre a svuotare l’arte di emozioni, non è ancora (e speriamo non lo sarà mai) in grado di sostituirsi all’artista così come lo conosciamo oggi. Il rilascio di un prodotto di testo banale è il presupposto per la nascita di un qualcosa di molto più importante. Quindi, da un fallito tentativo, un’esperienza in ogni caso, di “collaborazione” con i bytes e gli impulsi elettrici nasce quella riflessione che porta alla scrittura di un testo che va, fondamentalmente, apprezzato anche quale forma di onesta confessione fatta dall’artista che ammette, senza mezze misure, di aver cercato l’“aiutino” facile, la scorciatoia. Uscendone illeso, per fortuna. Con un sound ispirato a quello, genuino e senza troppi fronzoli, del rock a cavallo fra gli anni ’70 e ’80 e guidato da una sezione ritmica, per nulla scontata, che vede come martello percussore il bravissimo Bellagamba, Chat GPT è un brano dalla durata mordi e fuggi ma dal ritmo incalzante e l’elevata necessità di bis dopo l’ “allucinazione”!

Shout. Uscito a fine 2024, questa cover e uno dei pochi brani non originali dei The Fottutissimi, è la rivisitazione di un brano che, grazie ai Tears for Fears, ha scalato le classifiche mondiali nella prima metà degli anni ’80 vendendo più di un milione di copie come singolo e trascinando l’album Songs from the Big Chair uscito successivamente. Dopo i primi 5-6 secondi di orientamento, il pezzo lo si può degustare, con estremo piacere, in questa nuova veste che l’italianissima band marchigiana dei The Fottutissimi è riuscita a cucire a questo pezzo che possiamo, con olimpica tranquillità, definire storico senza rischiare d’esser criticati. L’energia dell’arrangiamento rock di questo brano non solo riporta a galla “un pezzone” ma lo risveglia regalandogli brio e qualche unità di bpm in più, che male non fanno, in un’epoca che corre decisamente più rapidamente rispetto a 40 anni fa. Un’interpretazione che è andata ad aggiungere, grazie anche alle timbriche che le ha regalato la voce di Lello Landi, vocalist della band (e non solo), quella grinta necessaria a farlo vibrare senza snaturare il tracciato melodico e pur restando su suoni e soluzioni strutturali che non sfigurano oggi e non avrebbero sfigurato al tempo del lancio di questa intramontabile canzone. Il featuring è di assoluto rispetto e vede una delle voci femminili del rock più apprezzate nel pianeta indie italiano: Alteria, nota anche per essere conduttrice di programmi radiofonici musicali in onda su canali televisivi ed emittenti radiofoniche.

Sogni Appesi. La traccia chiude l’album con un’atmosfera sospesa e malinconica, ma dotata di una forte spinta liberatoria. La musica si muove su territori pop-rock con influenze indie. La struttura cresce progressivamente: il ritmo si fa più deciso e sfocia in un finale strumentale travolgente, dove un assolo di chitarra elettrica lungo, sporcato e ricco di riverbero prende il sopravvento, simboleggiando una sorta di fuga o di sfogo emotivo. Il testo è quello di un brano sulla ricerca del proprio posto nel mondo (cfr. “Cerco solo casa mia“) e sulla difficoltà di lasciar andare il passato o di voler sempre trattenersi in un luogo sicuro. Le immagini delle “stanze vuote” e della “scatola nell’angolo” piena di ricordi descrivono un senso di transizione. Il ritornello, con i sogni che “restano appesi“, sembra descrivere la tensione tra il desiderio di realizzarsi e la paura di restare bloccati in una “giusta distanza” che impedisce di vivere appieno. Il brano coglie degli aspetti che riguardano la vita di molti di noi. Una vita dove si rincorre sempre lo schema che ci è stato imposto (e qui ci giunge d’aiuto anche il testo del precedente brano “Se”) e dove spesso si lasciano, appunto, sogni e desideri appesi con la speranza di potersene occupare prima o poi. È la chiusura perfetta per un disco che ha esplorato rabbia, istinto e solitudine, lasciando l’ascoltatore con una sensazione di dolce-amara speranza.

In conclusione, possiamo affermare che The Fottutissimi è un potente lavoro in prevalenza alternative rock che combina testi filosofici profondi con un sound sporco, viscerale e di alta qualità produttiva, sicuramente dovuta anche alle grandi capacità del producer e batterista Michele Bellagamba.

Link streaming: https://open.spotify.com/intl-it/album/056pWwC03OrpV8HdOKIsDz

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