The last duel: il Medioevo secondo Ridley Scott

Dietro il lancio del colosso, annunciato in pompa magna alla Mostra d’arte cinematografica di Venezia 2021, molti cinefili del dopo lavoro si domandano se il sempreverde Ridley Scott riuscirà grazie a The last duel ad agguantare finalmente l’agognato premio Oscar. Sfuggitogli con Thelma & Louise, Il gladiatore, Black Hawk down – Black Hawk abbattuto e Sopravvissuto – The martian.

Il punto è un altro: bisogna capire se l’insolita polivalenza stilistica ed evocativa messa in piedi dal celebre regista inglese trapiantato in America – al quale chiunque spasimi per i motivi d’inquietudine frammisti dagli stilemi della fantascienza al senso arcano dell’infinito e all’avvincente processo d’identificazione resta debitore d’un paio di cult (da Blade runner ad Alien) – costituisca uno stratagemma per scongiurare l’impasse dei colossi con i piedi d’argilla o una schietta inversione di tendenza degna di nota.

Avvezzo di consueto ad anteporre l’immediatezza espressiva dei coefficienti spettacolari all’austera cerimonia liturgica contemplata sia dal geniale Stanley Kubrick in 2001: Odissea nello spazio sia dall’ortodosso Andrej Tarkovskij in Solaris, per trasportare gli spettatori maggiormente avvertiti nell’atmosfera di straniamento creata dalla galassia, Ridley Scott vuole ora dare un colpo alla botte dell’espediente commerciale e uno al cerchio del rigore autoriale? Di sicuro confronto – per esempio – a Il mestiere delle armi di Ermanno Olmi, Il gladiatore risulta più suggestivo ma meno credibile sotto l’aspetto storico-culturale. The last duel palesa in ogni caso sin dalle prime battute l’ambizioso proposito di congiungere la vena antropologico-culturale dei severi alfieri dell’antiretorica agli ariosi movimenti di macchina richiesti dal pubblico dai gusti semplici. Sedotto dallo stupore degli stessi personaggi. Fanno testo in tal senso la domanda posta dal numida Juba a Massimo Decimo Meridio ne Il gladiatore e l’attestazione dinanzi all’effigie del Colosseo in tutta la sua incredibile solennità: “Hai mai visto niente del genere prima d’ora? Non sapevo che gli uomini potessero costruire cose simili”. L’elaborata sceneggiatura, redatta dagli amici per la pelle Matt Damon e Ben Affleck insieme alla solerte ed estrosa Nicole Holofcener, artefice dello script dell’intelligente dramedy Copia originale di Marielle Heller, riesce ad appaiare la pietas della Storia con la “s” maiuscola alla sensibilità femminile. Il proposito di riuscire così a sopperire alle croniche lacune delle platee munite, quando lo sono, di licenza elementare può dirsi in parte riuscito. Lo scopo, invece, di trarre partito dal pluralismo pirandelliano dei punti di vista, che aveva ispirato l’arguto maestro giapponese Akira Kurosawa in Rashomon, per impreziosire il racconto per immagini dell’ultimo duello sostenuto nel Medioevo cade subito nella vanagloria dei nani sulle spalle dei giganti. Abituati ad attingere al carattere d’ingegno altrui per acquisire le patenti di nobiltà necessarie a entrare, senza meritarlo, nel Pantheon della Settima arte. Le vicende realmente accadute – scandagliate dal libro L’ultimo duello. La storia vera di un crimine, uno scandalo e una prova per combattimento nella Francia medievale dell’erudito romanziere Eric Jager che conosce a menadito le sottigliezze frammiste alle procedure di giustizia all’epoca della rinascita degli interessi commerciali – evidenziano la penuria del valore aggiunto fornito dall’applicazione in termini pratici dell’adagio latino Tot capita, tot sententiaee.

L’intelaiatura narrativa dei tre capitoli – concernenti le composite versioni dei fatti dell’incupito cavaliere Jean de Carrouges (Matt Damon), dell’ampolloso erotomane Jacques Le Gris (Adam Driver) e della fiera Marguerite de Carrouges (Jodie Comer), oggetto di desiderio e del contendere alla base della trama – rifugge dalle pose intellettuali dei rompicapo. Sin qui, nulla da eccepire: spiegare le cose difficili in maniera semplice resta un’inespugnabile virtù. Semplificarle, viceversa, è indice del tallone d’Achille degli artigiani eletti ad artisti stimati dai giudici del sabato sera. La paura d’impoverire il copione – nel rispetto di liturgie, valori, condotte esistenziali, contrasti all’epoca del rapporto di fedeltà tra vassalli e signori mostrati lontano dai colpi di gomito ideati per rimediare alla noia dell’egemonia del vil denaro sui condottieri leali nell’animo – risulta presto evidente. Di conseguenza l’opera di giustapposizione, per garantire energia ed emozione ai testi di legge romano-canonistici e alla condizione della donna in Francia nel Tardo Medioevo quando era subalterna al marito, vanifica gli sforzi profusi a svelare step by step l’arcano. Tenendo tutti, belli e brutti, colti e incolti, brontoloni e rapiti a prescindere, in nome del mainstream, sui carboni ardenti. Anziché trascinarli nel tedio professorale dovuto alla difesa dei diritti ai tempi dei feudi, delle guerre da combattere per il re, dei terreni da coltivare per se stessi, dei danni arrecati alle persone. Che richiedevano il duello di Dio. Le interpolazioni poste in essere capitolo per capitolo vorrebbero esibire i progressi compiuti da Ridley Scott. Che con Il gladiatore inciampò, a discapito dei miliardi spesi, nel filo d’erba delle iscrizioni in latino sbagliate.

L’attitudine ad annettere l’input dei viaggi avveniristici alle vicende passate, sfruttando la tecnica luministica a lume di candela degli interni, garantita dall’ottima fotografia, l’inconsueta vocazione pittorica degli esterni, al posto delle abituali suggestioni visive da videoclip, e la dotta irregolarità formale la dice lunga sulle priorità di Ridley Scott. Ispirato dalla voglia di sorprendere in modo superficiale. Non certo di andare in profondità. La ripetizione apparente perfezionata da Kubrick palmo a palmo (specie con Rapina a mano armata) cede spazio alla goffa pretesa di scimmiottare tanto Processo a Giovanna d’Arco di Robert Bresson – con Marguerite che rischia la stessa fine della martire cristiana in caso di sconfitta del consorte Jean de Carrouges nel duello di Dio con Jacques Le Gris – quanto, in parecchi passaggi, Danton di Andrzej Wajda. Per poi provare ad arricchire il sobrio ed ermetico dramma storico con le intempestive facoltà della meraviglia fiabesca. I romanzi d’anticipazione d’altronde c’entrano come i cavoli a merenda col labirinto d’ipotesi, l’intreccio, il puzzle dei gialli impernianti sul rivelante lavoro di sottrazione. Il duello finale, giunto dopo l’aggiunta di fac-simile ed echi scontati, non può dunque rimediare all’assenza d’imprevedibili ed enigmatici sviluppi. Con buona pace, si fa per dire, dello scontro con le armi in pugno e col cuore in gola, dell’abile montaggio alternato, delle scene rallentate a mestiere. Jodie Comer merita, viceversa, una menzione particolare. La sua prova – che ricorda quelle di Meryl Streep in La mia Africa (per l’affermazione dell’autonomia) e di Jodie Foster in Sotto accusa (per il coraggio di denunciare l’abuso subìto da Jacques) – è realmente da Oscar. Al contrario le performance di Adam Driver, Matt Damon e Ben Affleck, nelle vesti del privilegiato reo di favorire i ruffiani intenti a correre la cavallina non arrivano neanche alla caviglia della disinvolta collega. Peccato che non basti a nascondere gli abbagli di The last duel. Apprezzabile sul versante dell’amicizia tradita e della rivendicazione del sesso debole. Maturata in fase di sceneggiatura. Deludente nel trasformare vassalli risentiti, falsi signori, vere signore in ennesimi alieni, esploratori spicci ed eroine in lotta con la concupiscenza. Roba da fantascienza!

 

 

Massimiliano Serriello