Dopo aver messo mano agli adattamenti cinematografici dei romanzi di Stephen King Doctor Sleep e Il gioco di Gerald, Mike Flanagan torna ad occuparsi della trasposizione di un racconto del “Re” con The life of Chuck, contenuto nella raccolta Se scorre il sangue

Un racconto che tratta una vicenda molto particolare che non ha a che fare con l”horror, ora al centro di un film suddiviso in tre atti che si susseguono a ritroso, “esperimento” affatto nuovo ma che assume un senso che al termine della visione può risultare appagante.

The life of Chuck inizia infatti dal terzo capitolo, aprendo le scene su di un mondo in rovina, in cui terremoti e cataclismi naturali hanno cambiato la geografia mondiale, determinando anche il distacco della California dal resto degli Stati Uniti. Protagonisti di questo spaccato apocalittico sono Marty, un professore di matematica cui presta il volto Chiwetel Ejiofor, e la sua ex moglie Felicia, incarnata da Karen Gillan, medico in un ospedale fatiscente. I due si riavvicinano in prossimità della fine del mondo, riassunta in una notte suggestiva in cui le stelle sembrano spegnersi come sinapsi che hanno terminato la loro attività cerebrale. In città nei giorni precedenti erano comparsi misteriosamente cartelloni pubblicitari nei quali si ringraziava Charles Krantz per i suoi splendidi trentanove anni, ma che per i più si rivelava essere uno sconosciuto qualunque.

Da qui, il secondo atto che racconta di un Chuck bambino, incarnato da Benjamin Pajak, il quale sceglie il ballo come attività extra scolastica e, anche da adulto, nelle fattezze di Tom Hiddleston, lo vediamo danzare al ritmo scandito da una batterista di strada in un contesto cittadino surreale, che sembra un set cinematografico, ricordando a tratti The Truman show di Peter Weir. Il fanciullo, cresciuto con i nonni paterni incarnati da Mia Sara e da un ottimo Mark Hamill che tutti ricordiamo in particolar modo per la saga Star wars, a scuola rimane affascinato da una frase sulla quale riflette poi a lungo: “Io contengo moltitudini”, tratta dal poema di Walt Withman Song of myself, che apre a scenari suggestivi al momento della morte di Chuck. Si riallaccia all’apocalisse, che allegoricamente accade nell’ora del trapasso, quando la mente di una persona, prima di spegnersi, porta via con sé, in un ultimo e sognante soffio di vita, anche la memoria del proprio tempo e dei propri cari.

Il primo atto conclude quindi il film con una profezia rivelata ad un ormai diciassettenne Chuck, che ha i connotati di Jacob Tremblay e che propone un’ulteriore tematica e riflessione legata al godere della quotidianità, a prescindere da tutto; poiché “la vita è meravigliosa”, rievocando per suggestione l’omonimo capolavoro di Frank Capra ove un uomo qualunque è di certo il centro dell’universo per la sua famiglia, convergendo su un messaggio ottimista e commovente. The life of Chuck è tecnicamente ben realizzato, gode della buona fotografia di Eben Bolter e vanta una colonna sonora coinvolgente (basterebbe citare brani come Gimme some lovin’ di Steve Winwood e My Sharona eseguita dai The Knack). E offre anche contenuti letterari e spunti di riflessione filosofici, non lesinando afflati contemplativi e derive maggiormente sentimentali, rischiando però di rivelarsi  un esercizio di stile che sa di già visto. Nel complesso, comunque, almeno da un punto di vista cinematografico funziona.

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