È il JT Mollner regista di Strange darling e Outlaws and angels ad occuparsi della sceneggiatura di The long walk, tratto dal romanzo di Stephen King – firmato sotto pseudonimo Richard Bachman – La lunga marcia, pubblicato nel 1979 e arrivato in Italia soltanto sei anni più tardi.

A quanto pare, però, fu originariamente nel 1967 come allegoria della guerra del Vietnam che il Re dell’horror su carta lo concepì, lasciando dunque pensare che possa addirittura aver anticipato l’idea alla base di Non si uccidono così anche i cavalli?, diretto a fine anni Sessanta da Sydney Pollack.

Perché, come in quel caso avevamo un’estenuante gara di ballo, ai tempi della Grande depressione d’inizio anni Trenta, in cui nessuno dei disperati partecipanti senza lavoro poteva fermarsi dal danzare per giorni interi al fine di aggiudicarsi un montepremi di millecinquecento dollari, qui il concetto di partenza è analogo ma applicato, appunto, ad una marcia. Quella suggerita dal titolo, alla quale, in un’America distopica di un futuro prossimo, partecipano cinquanta ragazzi obbligati a mantenere un’andatura costante senza arrestare mai il proprio cammino. E già nel corso del lungo prologo, mentre entrano in scena i vari personaggi, viene collocato un evento shockante che ci porta subito ad apprendere la dura regola del gioco: chi rallenta riceve un ammonimento, ma al terzo errore si viene fisicamente eliminati. Ed è semplicemente questo che, sotto lo spietato occhio vigile di un Maggiore incarnato dal Mark Hamill del franchise Star wars, per oltre un’ora e quaranta di visione il regista Francis Lawrence – autore, tra l’altro, del cinecomic Constantine e di Io sono leggenda – porta avanti dall’inizio alla fine del lungometraggio.

A proposito di cui dichiara: “Al di là della trama, delle emozioni e dei personaggi, ciò che spero renda The long walk davvero significativo è il suo significato più profondo: una metafora dell’erosione del sogno americano. Stipendi stagnanti, inflazione, costo della vita e altre pressioni economiche hanno fatto sentire molti impossibilitati a raggiungere i propri obiettivi e privi di senso nei propri guadagni. Questo senso di nichilismo economico ed esistenziale è visibile negli Stati Uniti e nel mondo intero. The long walk porta questa idea all’estremo, mostrando un’America in cui le persone non hanno altra scelta se non rischiare la vita per assicurarsi un futuro migliore, un tetto sopra la testa o il cibo in tavola”. Del resto, proprio come nel sopra menzionato film di Pollack anche in questo caso ad essere in palio è un grosso premio.

Man mano che apprendiamo qualcosa per quanto riguarda il passato dei giovani protagonisti – tra i quali il Peter di David Johnsson, il Raymond di Cooper Hoffman, lo Stebbings di Garrett Wareing e il Gary di Charlie Plummer – e che a risultare assente non è certo la crudezza. Tra colpi d’arma da fuoco sparati in pieno cranio e addirittura gambe schiacciate da cingolati, Lawrence, infatti, non ci va per nulla tenero e, senza rinunciare a spruzzate di splatter, trasmette efficacemente allo spettatore tutta la sensazione di forte stanchezza provata dai concorrenti. Sfruttando quindi a dovere l’esilissimo soggetto di The long walk; tanto che, con pioggia, crampi e perfino bisogni fisiologici destinati a complicare la marcia rappresentando motivi d’impedimento validi nell’evoluzione narrativa, concretizza uno dei suoi lavori maggiormente riusciti. Forse il migliore.

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