The Sisters brothers: Jacques Audiard si confronta con il western

Presentato in concorso alla settantacinquesima Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, The Sisters brothers consente al cineasta francese Jacques Audiard di affrontare per la prima volta il genere western.

Ci troviamo nell’Oregon, durante i primi anni dell’Ottocento. Charlie ed Eli Sisters sono due cow boy che lavorano come sicari per conto del Commodoro. Charlie (Joaquin Phoenix) sembra nato per uccidere, mentre Eli (John C. Reilly) sogna da sempre una vita più tranquilla. Un giorno i due vengono incaricati di ammazzare un uomo che sembra aver trovato una formula chimica per riuscire a scovare ogni pepita d’oro che si trova sul fondo dei fiumi. Ha inizio, così, un lungo viaggio, che permette ai due fratelli di conoscersi meglio e di capire quanto sia importante, in realtà, il loro legame.

Il tono divertito e scanzonato del lungometraggio si intuisce fin dal titolo (“The Sisters brothers”, tradotto letteralmente – e senza tenere conto del fatto che si tratta di un cognome – è “I fratelli Sorelle”). Una aspetto, questo, non così frequente nel cinema di Audiard. Così come nuova è la scelta di un’ambientazione western.

Pur trovandosi di fronte a tanti nuovi elementi, però, il  cineasta  risulta particolarmente a proprio agio, riuscendo a trattare egregiamente sia lo script – che ha dato, di fatto, all’opera la forma di un road movie – che la gestione degli spazi e, non ultimi, i quattro interpreti sui quali si regge l’intero lungometraggio (oltre a Phenix e a Reilly, vi sono Jake Gyllenhaal e Riz Ahmed).

The Sisters brothers è, di fatto, quasi paragonabile a un giro sulle montagne russe, in cui ad attimi di divertita, catartica – e mai gratuita – violenza si alternano momenti esilaranti (come le scene in cui Eli scopre l’esistenza dello spazzolino da denti o dello scarico del gabinetto), ma anche situazioni fortemente commoventi.
Il risultato finale è quello di un Jacques Audiard al massimo della forma, cosa che potrebbe anche spingere a pensare che, probabilmente, più che al filone drammatico, il regista sia maggiormente affine a un brillante e leggero cinema di genere. Ovviamente, è ancora presto per affermarlo con certezza e, pertanto, non ci resta che attendere con ansia i suoi prossimi lavori.

 

 

Marina Pavido